Salvare l’emozione estetica
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Di nuovo, c’è da dire, a chiarimento della ‘formula’ proposta come sottotitolo del sito, che ‘salvare’ significa impedire che l’emozione estetica sia considerata alla maniera di una qualsiasi emozione, uno stato d’animo passeggero addirittura – destinato, cioè, a durare il tempo della fruizione diretta dell’oggetto -, come se si trattasse di ‘gradire’ un qualsiasi oggetto di piacere! Roland Barthes (ne Il piacere del testo) ha distinto polemicamente – e a ragione! – tra piacere e gradimento. Egli metteva in guardia dalla tentazione di ridurre l’esperienza estetica a mero gradimento. Si tratta di molto di più. Quel di più è ciò che interessa a noi qui. Parlare di piacere del testo significa alludere al complesso rapporto che si istituisce con l’Opera, con il suo Autore, con l’Estetica del suo tempo, con la sua Poetica, con Lingua e Stile…
In fondo a tutti i nostri ragionamenti è l’idea dell’esattezza del sentimento. Al di là e oltre ogni soggettiva impressione e ogni preferenza personale, si tratta di riconoscere il valore di un’Opera, il posto che essa occupa nella cultura di un’epoca e quanto sia capace di resistere al tempo, a dispetto dei suoi aspetti caduchi – basti pensare alla visione tolemaica dell’astronomia dantesca – e delle scelte ideologiche dell’Autore – non rimprovereremo mai a Celine e a Pound di essere razzisti.
Si potrebbe – forse, si dovrebbe – più correttamente dire che di sentimento si tratta, perché emozione rimanda alla brevità e alla visceralità quasi della reazione che provoca in noi qualunque cosa che intervenga a turbare temporaneamente la superficie della nostra coscienza. Ma è questa un’idea della natura delle emozioni decisamente sbagliata. Correttamente si dice che nell’emozione qualcosa interviene a turbare la superficie della coscienza, ma questo non vuol dire che non viene scosso qualcosa che giace al fondo, perché è proprio qualcosa di autentico e di profondo che si produce: un sentire che ha una chiara origine, anche se spesso a noi sfugge il suo significato. Se proviamo emozioni che poi si rivelano ‘infondate’, non esatte, è argomento che paradossalmente rafforza la nostra tesi: una migliore conoscenza dell’oggetto renderà l’emozione più aderente alla realtà. Il contenuto di pensiero, dunque, non sarà affatto marginale. Anzi, è contenuto di pensiero proprio dell’emozione, non astratta attività della mente che interverrebbe ‘dopo’, a razionalizzare ciò che non è in nessun momento ‘intriso’ di razionalità.
Preferisco, invece, continuare a dire emozione, come di emozione si trattò tutte le volte che mi ritrovai davanti mia madre: quello che provavo sempre di nuovo era la stessa cosa, e quel qualcosa derivava dal significato che essa aveva per me. Quel significato non è mai cambiato. Quel giudizio di valore è all’origine dell’emozione che provavo.
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