Un’idea della Bellezza

*

tanizachi

Trovare la Bellezza non solo nelle cose ma nella trama di ombre, luce e buio che le cose proiettano. – TANIZAKI JUN’ICHIRO

Per definire la natura della Bellezza – attraverso il necessario confronto con la Bellezza presso gli antichi – partiremo da qui, cioè dall’idea che l’enigma della Bellezza, il suo eclissarsi nel Moderno, dipenda dallo sguardo stesso.

Non semplicemente la luce radente che ferisce la vista, né la cosa stessa situata lì, davanti a noi. Non la forma, la perfezione delle forme. Non equilibrio e armonia, analogia e simmetria concorreranno da sole a fare testo: altre metafore, oltre la luce, serviranno allo scopo. Solo l’armonia eraclitea ci guiderà.

L’armonia pitagorica, intesa come superamento dei contrasti, non può guidare l’uomo moderno sulla via che conduce alla Bellezza. Occorre attraversare la foresta dei simboli della nostra cultura con l’ascia affilata della ragione, senza farsi distrarre da alcunché. Ciò che ci si mostrerà sarà il proprio della cosa stessa, la sua verità. Non l’evidente apparenza delle cose, ma il ‘nascondersi’, il loro ritrarsi come il più proprio. Solo così e solo allora l’anima attingerà il perfettamente semplice, che non apparirà come il mero risultato del venir meno di tutto il resto, scarnificata la cosa stessa delle sue caduche apparizioni. La semplicità dello sguardo, non la semplicità della cosa si darà alla vista. In questi ultimi trent’anni ci siamo chiesti, con Massimo Cacciari: simplex sigillum veri? Oggi possiamo rispondere di sì, a condizione che quel semplice non sia inteso come un modo di darsi della cosa: il semplice è un risultato; è il punto di arrivo dell’itinerario della mente in rem; è il riconoscimento della natura della cosa stessa, del suo mostrarsi… E dell’oggetto del desiderio non eserciteremo mai un vero possesso, giacché non si tratta mai di un mero oggetto, cosa tra le cose: spesso, è di un soggetto che aspiriamo ad impadronirci, per non dovercene separare mai. Ma questa è la più grande illusione!

E’ sempre lecito chiedersi cosa nasconda uno sguardo, cosa vedano quegli occhi. Su cosa si posi la luce di quella vista. Quali delicati affanni turbino i giorni. Se sia sconvolta l’esistenza dagli assedi di amanti impazienti… Se di una vergine si tratti oppure no. Il mistero che accompagna l’immagine non è senza risposta. Solo l’immagine ci autorizza a pensare tutto ciò che precede. Il mistero di una donna non sarebbe altrettanto oscuro, né irredimibile il tempo dell’attesa. Senza farci irretire dalla natura bidimensionale dell’immagine stessa, non spingeremo le nostre supposizioni molto lontano. Eppure, la sinuosa fluenza delle forme, molli e delicate, costringe ad immaginare lunghi indugi e silenzi sovrumani. Il colore degli occhi e dei capelli attira su di sé l’attenzione quasi per intero. Si dimentica il pallore del viso, il biancore della pelle, il colore tenue delle vesti. Gli emblemi della vanità femminile sono concentrati in quel nero denso come fumo, impalpabile quanto nitido e fermo. Come resistere al fascino della bocca e del naso? I capelli lisci, che cadono raccolti su una sola spalla, indicano una volontà spontanea di seduzione, con quel tanto di illecebre che si addice all’età giovane. Di una fanciulla si tratta. I sogni e le speranze, le fresche certezze sono lì, tutte dipinte nello sguardo apparentemente dimesso, in realtà consapevole del nostro sguardo… La leggera torsione della testa verso di noi e gli occhi bassi indicano un moto di risposta al nostro sguardo, l’offerta di sé propria di chi cade sotto lo sguardo altrui. Compunzione appena accennata e raccoglimento si indovinano nei muscoli interamente rilassati del volto: nessuna tensione interiore sembra trasparire. Non fastidio né disappunto. Il compiacimento che rivela la bocca stretta e gli occhi appena ridenti ci appartengono. Quella bellezza non è stata colta in un momento di distrazione. Lei sa di noi. Eppure, non è turbata. Appena si avverte un moto di quel pudore che attende di essere interrotto e scosso dalla voce che dice la bellezza e le dà un nome!

Lo sguardo che si posa su di lei non è di chi seduce bensì di chi subisce la seduzione di quella epifania. In omaggio al principio di illusione, siamo presi nella macchina del piacere: prevediamo un tempo felice, il godimento anticipato del piacere immaginato, il guadagno da spendere prima di aver incassato il premio, l’assunzione come reale di tutto ciò che è anticipato dalla fantasia e previsto lungo l’asse del tempo, per l’immediato come per il futuro più lontano. Noi vogliamo che quella bellezza sia bellezza per noi, destinata a renderci felici. Da lei facciamo dipendere le mosse ulteriori che faremo. Siamo presi dal sogno dell’incontro con lei. Si tratta ora di farla uscire dalla sua realtà bidimensionale. Deve diventare vera. Vera per noi. Cos’altro è la bellezza se non l’incontro con la nostra sensibilità viva? Noi non vogliamo solo contemplare un’icona statica e immobile. Aspiriamo al piacere dinamico. Vogliamo che lei si muova. Che venga verso di noi. Che parli a noi.

Quando TANIZAKI JUN’ICHIRO scrive «Trovare la Bellezza non solo nelle cose ma nella trama di ombre, luce e buio che le cose proiettano» allude alle costellazioni di senso che si configurano dinanzi a noi in presenza delle cose. Non è certo la loro semplice-presenza che interessa qui; piuttosto, il profilo superficiale della cosa stessa che rinvia a quanto di nascosto è in essa. La cosa data non è un ’semplice’, ma un composto, la somma degli elementi visibili e di quelli invisibili che si danno nell’esperienza diretta delle cose. Lo scrittore giapponese ci invita a seguire il profilo apparente delle cose per andare al cuore delle cose stesse, dentro le regioni inferiori dell’essere, là dove si annida l’Ombra, pensata in tutte le sue forme. Letteralmente, si tratterà dell’ombra proiettata dalle cose, la loro parte in ombra, ma anche la parte bassa, nascosta, innominabile e innominata, taciuta, velata: le nostre parole non dicono l’inconfessabile, l’indecidibile, il rimosso, il denegato… L’Ombra è anche il male che è in noi, nelle cose. L’arte e la letteratura del Novecento ci hanno restituito essenzialmente l’esperienza del negativo, senza farne un oggetto di condanna né un’occasione di ripulsa: hanno attraversato l’inferno e gli hanno dato un nome. La grandezza della letteratura moderna è proprio nell’esperienza del male che lo scrittore restituisce con l’opera. La ‘morte’ dell’arte dovrà essere intesa anche così; la perdita d’aureola dell’artista, la fine dei suoi privilegi risiedono nell’assunzione di responsabilità di fronte al negativo che è nella storia. Quel dato negativo è conservato e rappresentato, illuminato finalmente perché sia riconoscibile e pensabile e nominabile.

Anche la bellezza femminile non è più rappresentata come puro ideale, occasione di purificazione ed elevazione spirituale per l’uomo. La donna ormai è creatura della terra, essa stessa impegnata ad esprimere con la parola femminile gli universi di senso che solo la voce femminile può restituire: il desiderio femminile, ad esempio, si incontrerà solo nella scrittura femminile o in una scrittura capace di mimarne le movenze, le pieghe interne, i ritmi (Ne è un esempio eccellente l’ultimo Magris, che con il suo Lei dunque capirà presta la sua penna ad una voce narrante femminile impegnata a riferire il venir meno di un amore, pur grande, al quale lei mette fine per ragioni tutte da scoprire)…

E’ la differenza che prevale nella concezione eraclitea dell’armonia: gli opposti coesistono e contribuiscono a dare senso reciprocamente alle epifanie mondane di cui facciamo esperienza.

Nadia Fusini scriveva nel 1995 (Uomini e donne. Una fratellanza inquieta): «Di un essere che definiamo un uomo, una donna, dovremmo poi dire il come: come è donna quella donna? E come è uomo quell’uomo? Troveremo che siamo tutti sempre spostati, sempre obliqui, sempre almeno in parte eccentrici rispetto a quel significante, alla sua legge. Questa è la condizione della donna e dell’uomo moderni». E più avanti: «Come sono donna, mi chiedo, io che sono una donna? Quanto incarno di quel significante nel reale? La verità che scopro interrogandomi è una penosa distanza, un fondamentale smarrimento rispetto a quel nome comune di “donna”; ed è l’avventura in questo smarrimento, o errore, che mi definisce in modo assolutamente decentrato rispetto al punto nodale di quella mia domanda a me stessa. E questo accade non solo a me, che sono una donna, ma scopro lo stesso gioco di complicità, e di estraneità insieme, in ogni maschio che si interroghi riguardo alla legge che lo vuole identificare. Che non si abbandoni incosciente al privilegio della sua identità – pur sempre parziale, quand’anche si aggiudichi pretese universali. Perché, prima o poi, viene per tutti il giorno in cui dovremo dare conto di chi siamo a qualcuno che veramente lo chiede; e allora quella anonima maschera di genere non servirà. L’identità sessuale oggi più che mai è un miraggio, e qualora si dia come compiuta, essa è effetto di un fondamentale misconoscimento. Perché, in verità, non ci sono che esperienze in eccesso o in difetto rispetto al polo maschile o femminile dell’identità. Mogli obbedienti, madri perfette, padri severi, mariti autoritari, maschi aggressivi, femmine passive – chi crede più a queste maschere? […] Ciò che scopro, insomma, se osservo con attenzione il mondo che mi circonda, è che il sapere della differenza sessuale, il taglio, cioè, che l’appartenenza all’uno o all’altro sesso scava nel corpo umano, coincide con ciò che nell’esperienza veniamo a conoscere della nostra radicale, disperata distanza da una sicura identità basata sul sesso. […] Non è da lì che possiamo trarre, uomini e donne moderni, un orientamento o un destino. Neppure l’indicazione di un compito. […] Non siamo animali; e, a differenza di loro, che hanno la propria immagine dentro, a noi l’immagine viene da fuori, è un riflesso. E’ specchiandoci l’uno nell’altra che ci riconosciamo. Se siamo maschi e femmine, lo sapremo dall’altro. E ciò che potremo fare e essere a partire da questo si inscrive oggi nell’orizzonte della nostra libertà». (pp.8-10)

L’immagine di fanciulla qui proposta non è la kore dei Greci: in questa donna non si assomma nessuna perfezione. La sua umanità è tutta da scoprire. Essa deve uscire dalla natura bidimensionale dell’immagine, farsi carne per noi, incarnare un respiro; esprimere a sua volta l’affanno dei giorni, i patimenti della carne, la mancanza che è propria del desiderio; assumere un’identità per noi che contempliamo stupiti la sua bellezza e che ci interroghiamo rispetto ad essa: che ne è di noi, di fronte ad essa? Rispondere a questa domanda equivale a chiedersi cosa sia la Bellezza oggi, dopo Auschwitz; se ci sia ancora bellezza; se è possibile credere ancora che la bellezza salverà il mondo o se, per caso, essa non si stia inabissando con il mondo stesso, con la prosa della tecnica, che modifica la bellezza, sovrapponendosi alla bellezza naturale delle cose. Cosa cerchiamo, infine, nella Bellezza? il paradiso perduto? l’armonia perduta? o, forse, una ragione al di là delle cose che ci salvi dal mondo, nostalgicamente presi dal sentimento della patria perduta? Se abbiamo appreso che Itaca non è alle nostre spalle, a cosa aspiriamo a tornare, se di ritorno si tratta? A quale pace aspiriamo, ancora? Dove troveremo il nostro ubi consistam, oggi, alla fine di tutte le illusioni, compresa l’illusione della Bellezza serenatrice?

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
    ___________________________

    EMOZIONI E SENTIMENTI
    ___________________________

    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
    _______________________________

    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

    _____________________________

    Sulla Scrittura
    _______________________

    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)