{"id":12304,"date":"2011-08-20T10:33:25","date_gmt":"2011-08-20T08:33:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/?p=12304"},"modified":"2011-08-20T12:06:58","modified_gmt":"2011-08-20T10:06:58","slug":"contributi-a-una-cultura-dellascolto-leggere-anna-maria-benedetto-e-andrea-gragnani-i-fondamenti-teorico-clinici-della-vergogna-associazione-di-psicologia-cognitiva-roma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/contributi-a-una-cultura-dellascolto-leggere-anna-maria-benedetto-e-andrea-gragnani-i-fondamenti-teorico-clinici-della-vergogna-associazione-di-psicologia-cognitiva-roma\/","title":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"text-decoration: underline;\"><STRONG>Contributi a una cultura dell&#8217;Ascolto<\/strong><\/span> &#8211; Leggere ANNA MARIA BENEDETTO e ANDREA GRAGNANI, <em>I Fondamenti teorico-clinici della Vergogna<\/em> (1997)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\">________________________________________________________________<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 16px;\">ANNA MARIA BENEDETTO e <a href=\"http:\/\/www.apc.it\/pagine-personali\/gragnani.html\" target=\"_blank\">ANDREA GRAGNANI<\/a>\u00a0<br \/><em>I Fondamenti teorico-clinici della Vergogna<\/em>\u00a0<br \/>\u201cPsicoterapia\u201d, 1997 Apr-Giu, 9: 47-66 <br \/>Associazione di Psicologia Cognitiva, Roma<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\"><strong>Riassunto<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Tra le emozioni egopoietiche abbiamo scelto di presentare una rassegna dello stato dell&#8217;arte degli studi sulla vergogna sostanzialmente per due motivi: da una parte perch\u00e9 pur essendo una emozione che sperimentiamo e riconosciamo quotidianamente paradossalmente viene spesso confusa con altre o trascurata nel setting terapeutico; dall&#8217;altra, \u00e8 quella che riscontriamo pi\u00f9 frequentemente in svariati quadri psicopatologici. \u00c8 stato dato molto risalto alla diagnosi differenziale con le altre emozioni quali il senso di colpa e l&#8217;imbarazzo proprio per rendere pi\u00f9 chiare e pi\u00f9 fruibili tali informazioni per il nostro lavoro di psicoterapeuti. Tale approccio ci permette una maggiore dimestichezza nell&#8217;ambito della vergogna e ci consente di ampliare il nostro campo di osservazione e di intervento in un lavoro di ristrutturazione cognitiva.<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\"><strong><!--more-->Abstract<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">As far as egopoietic or moral emotions are concerned, we have decided to present a review concerning the state of the art of the studies on shame basically for two reasons: on one hand, because even if it is an emotion that we experience and recognize each day, paradoxically, it is often confused with others or disregarded in the therapeutic setting; on the other hand, it is the same emotion that we find in several psychopathological syndromes. It has been remarkably emphasized the differential diagnosis with other emotions, such as feeling of guilt and embarrassment, exactly in order to make clearer and more usable such information for our job of psychotherapists. This approach enables us to have a greater familiarity with shame and also to widen our observation and intervention field in a work of cognitive restructuring.<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\"><strong>Introduzione<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">La vergogna, pur essendo una delle emozioni pi\u00f9 importanti in svariati quadri psicopatologici, viene spesso trascurata e confusa nel setting terapeutico. Il nostro lavoro, per ovviare a questo stato di cose, ha il fine di fornire al terapeuta qualche elemento di raccordo tra le molteplici posizioni teoriche attraverso la disamina delle prime teorie psicodinamiche fino ad arrivare alle pi\u00f9 recenti proposte in ambito cognitivista. Un altro scopo \u00e8 quello di offrire informazioni fruibili per effettuare una pi\u00f9 precisa diagnosi differenziale con le altre emozioni, e di dare una buona base di partenza per lo sviluppo di modelli pi\u00f9 articolati ed esaustivi sull\u2019origine, sul funzionamento e sul ruolo della vergogna.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Le emozioni permeano la vita di tutti ed \u00e8 considerato normale parlarne, non \u00e8 un caso che le varie tradizioni popolari siano ricche di proverbi, detti, racconti che saggiamente ci guidano, ci consigliano e ci tranquillizzano dandoci a volte l\u2019illusione che tutto sia gi\u00e0 conosciuto. Sono argomenti a noi familiari che vengono facilmente affrontati in un qualsiasi momento della giornata rendendo ciascuno di noi un esperto di emozioni. Questa abbondanza di conoscenze, utilissima nella nostra vita quotidiana, complica l\u2019approccio alle emozioni in termini scientifici.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Una prima difficolt\u00e0 che si incontra nello studio delle emozioni \u00e8 la modalit\u00e0 intercambiabile attraverso cui, termini, quali \u201cemozione\u201d, \u201caffettivit\u00e0\u201d e \u201csentimento\u201d vengono utilizzati in letteratura, M. Lewis (1992) propone una distinzione utile per definirli in maniera pi\u00f9 appropriata. Alla \u201caffettivit\u00e0\u201d sono sottesi tutti gli stati psichici di natura non cognitiva, i pi\u00f9 semplici a livello filogenetico come ad esempio la fame, la sete, la fatica e il dolore fisico. Il termine \u201cemozione\u201d, invece, si riferisce a due categorie: la prima \u00e8 quella delle <em>emozioni primarie<\/em> che sono quelle pi\u00f9 quotidiane come la gioia, la tristezza, la paura, il disgusto, l\u2019interesse e la rabbia; l\u2019altra categoria comprende le <em>emozioni secondarie<\/em> che per essere esperite presuppongono una riflessione su di s\u00e9 e sono, quindi, emozioni complesse come l\u2019empatia, la simpatia, l\u2019invidia, il senso di colpa, la vergogna, l\u2019orgoglio e il rimpianto. Infine, per quanto riguarda il \u201csentimento\u201d la definizione che, a nostro avviso, rende pi\u00f9 fruibile questo termine \u00e8 che esso sia la consapevolezza dello stato interno. Un esempio potr\u00e0 chiarire meglio quanto detto: Francesco svolgendo il suo lavoro di cassiere in una filiale di banca rimane vittima di una rapina a mano armata. Pur assecondando le richieste del rapinatore raggiunge il pulsante del sistema di sicurezza. All\u2019arrivo della polizia, Francesco si alza e si accorge di avere paura. A una indagine pi\u00f9 accurata si scoprir\u00e0 che Francesco si \u00e8 reso conto di avere paura nel momento in cui, al termine della rapina, alzandosi dalla sedia ha sentito che le gambe gli cedevano e stava ripensando a ci\u00f2 che era successo negli ultimi minuti. La situazione vissuta da Francesco era sicuramente di emergenza e possiamo ragionevolmente supporre che il suo stato interno fosse di paura fin dall\u2019inizio della rapina, ma la necessit\u00e0 della salvaguardia personale e la difesa del proprio ruolo (era l\u2019unico impiegato che poteva raggiungere l\u2019allarme) ha reso prioritaria l\u2019elaborazione di informazioni esterne tese alla soluzione del problema in atto. Il soggetto era verosimilmente in uno stato di paura pur non essendone consapevole. Il \u201cvero\u201d sentimento \u00e8 stato infatti esperito nell\u2019attimo in cui la situazione di cessato pericolo ha consentito a Francesco di rifocalizzarsi sul proprio stato interno.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">La seconda problematica \u00e8 rappresentata dall\u2019elevata eterogeneit\u00e0 delle teorie proposte, nel metodo di indagine e nel tipo di variabili studiate, per cui riteniamo necessario illustrare brevemente le caratteristiche comuni e i temi di dissenso. La maggior parte degli autori \u00e8 d\u2019accordo nel considerare le emozioni come degli schemi abbastanza complessi pi\u00f9 o meno stereotipati di comportamento che si caratterizzano per un tipo particolare di vissuto soggettivo e per un determinato livello di attivazione del sistema vegetativo. Come sostenuto fin da Darwin l\u2019emozioni svolgono un importante funzione adattativa, sono associate ad un insieme di reazioni fisiologiche e comportamentali, e permettono di affrontare efficacemente le situazioni emozionali (D\u2019urso e Trentin, 1988). Tra i vari approcci teorici troviamo un elevato disaccordo sui rapporti che intercorrono tra il sistema emozionale ed il sistema cognitivo. Un primo gruppo di teorie \u00e8 quello che considera le emozioni come entit\u00e0 discrete sostenendo l\u2019esistenza di un numero definito di emozioni, attivate da programmi neurali innati evidenziabili sia nell\u2019espressivit\u00e0 facciale che in specifici pattern di attivazione autonomica, e sono, inoltre, largamente indipendenti da altri processi psicologici. Secondo tale approccio l\u2019elaborazione dell\u2019esperienza emotiva \u00e8 qualitativamente diversa e indipendente dall\u2019elaborazione cognitiva (Darwin, 1892; Thomkins, 1962; Izard, 1977; Ekman, 1984). Il secondo gruppo di teorie \u00e8 rappresentato da quelle dimensionali di cui fanno parte la maggioranza delle teorie cognitive. Per i sostenitori di queste ultime l\u2019informazione contenuta nell\u2019attivazione vegetativa \u00e8 troppo grezza, aspecifica e grossolana per poter generare l\u2019ampia gamma dell\u2019esperienza emotiva, per cui l\u2019attivazione vegetativa sarebbe esclusivamente la componente aspecifica dell\u2019emozione. A determinare una particolare esperienza soggettiva dell\u2019emozione sarebbe un processo valutativo di tipo cognitivo concomitante all\u2019attivazione fisiologica aspecifica. In altre parole ciascuna emozione risulterebbe dalla sintesi della componente aspecifica con le valutazioni cognitive. In questa prospettiva non ci pu\u00f2 essere indipendenza tra condotte emotive e condotte cognitive, perch\u00e9 una valutazione cognitiva \u00e8 la pre-condizione necessaria di ogni forma di esperienza emozionale (Lazarus, 1982; Frijda, 1993; Scherer, 1993; Lewis, 1996). Le teorie sistemiche (Mandler, 1984; Kelly, 1955) descrivono l\u2019emozione in termini di processi appartenendo un sistema organizzato di schemi impegnato nella generazione di significato. Oatley e Johnson-Laird (1987), in una prospettiva evoluzionistica e computazionale, utilizzando un modello modulare del sistema cognitivo, costituito da processi autonomi ciascuno associato ad uno scopo, propongono che le emozioni siano il processo di transizione da uno stato all\u2019altro sistema o da un piano organizzato all\u2019altro del sistema stesso.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">In questo lavoro si tratter\u00e0 l\u2019emozione come un sistema gerarchico e multicomponenziale talmente vasto e complesso che Reisenzein (1983) la definisce una \u201csindrome reattiva multidimensionale\u201d. In questo sistema l\u2019aspetto di mediazione cognitiva assume maggiore importanza con lo sviluppo ontogenetico dell\u2019individuo. Il primo gruppo delle componenti del sistema emozionale \u00e8 costituito da variazioni, dello stato generale di eccitazione (arousal), dello stato di attivazione e dello stato di inibizione (Frijda, 1988), che producono un insieme di risposte fisiologiche (alterazione frequenza cardiaca e respiratoria, della pressione sanguigna, del Riflesso Psico-Galvanico, eccetera) e tonico-posturali. Il secondo gruppo riguarda le risposte motorie strumentali (mordere, colpire, scappare, prontezza all\u2019azione, eccetera) e le risposte motorie espressive (mimica facciale, gesti e vocalizzazioni) determinate dall\u2019attivazione dei sistemi motivazionali e di disposizione all\u2019azione. Le componenti di questo secondo gruppo possono essere in qualche misura consapevoli anche se apprese in modo automatico attraverso processi non consapevoli. Quanto descritto costituirebbe l\u2019esperienza emozionale (Battacchi, 1988). L\u2019ultimo gruppo riguarda sia la valutazione del processo cognitivo di cui il soggetto pu\u00f2 non essere consapevole, che l\u2019elaborazione cognitiva dell\u2019esperienza emozionale riferita alla consapevolezza conscia (Frijda, 1988 e 1993). A differenza dei precedenti gruppi questi ultimi aspetti derivano entrambi da un apprendimento consapevole (vedi l\u2019esempio di Francesco).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Tra i primi autori che enfatizzano l\u2019importanza dei processi cognitivi nella determinazione delle emozioni, figurano Schachter e Singer (1962) che, supportati dai risultati della loro ricerca divenuta un classico della letteratura psicologica, affermarono che le variabili cognitive possono indirizzare l\u2019energia degli individui determinando il tipo di emozione. La <em>quantit\u00e0<\/em> dell\u2019emozione sarebbe determinata dal livello di arousal, mentre la valutazione cognitiva ne determinerebbe la <em>qualit\u00e0.<\/em> Da questa posizione \u00e8 nato il concetto di \u201c<em>appraisal<\/em>\u201d che \u00e8 \u201cla valutazione che il soggetto fa della situazione emozionale\u201d. Altri autori hanno sviluppato tale concetto definendolo come un processo ciclico influenzato da variabili psicologiche, culturali e sociali. Secondo Lazarus mettiamo in atto due tipi di comportamento per far fronte alla situazione emozionale: il comportamento di evitamento teso a sfuggire alla situazione emozionale valutata come inaffrontabile; ed il processo di \u201c<em>coping<\/em>\u201d che implica successive valutazioni sul come far fronte alla situazione stessa. La qualit\u00e0 e la quantit\u00e0 delle emozioni deriverebbero, quindi, dalla valutazione cognitiva compiuta dal soggetto e dalle sue capacit\u00e0 di controllo. Smith e Lazarus (1990) distinguono due tipi di appraisal. Il \u201c<em>primary appraisal<\/em>\u201d, che corrisponderebbe alle valutazioni di positivit\u00e0 o negativit\u00e0 di un evento, e il \u201c<em>secondary appraisal<\/em>\u201d, che definirebbe direttamente le risorse scelte dall\u2019individuo per far fronte alla situazione. Tale posizione viene elaborata da Frijda (1993) che afferma che le emozioni coinvolgono sempre un processo di appraisal e un processo di appraisal cognitivo. Tali processi intervengono tra la comparsa dello stimolo e la risposta emotiva e sono collegati sia all\u2019appraisal degli eventi come significanti emotivi (prymary appraisal), sia al genere di emozione che ne risulta (secondary appraisal). Concludendo, per Frijda, l\u2019emozioni dipendono dalle valutazioni, e le valutazioni implicano la rappresentazione di quello \u201cche c\u2019\u00e8\u201d o \u201cche \u00e8 desiderato\u201d. Castelfranchi (1988) riprende questo concetto e descrive il <em>valutare<\/em> come una delle attivit\u00e0 cognitive di maggior rilievo e pervasivit\u00e0, la valutazione \u00e8 uno dei mezzi pi\u00f9 importanti e necessari, ad ogni individuo dotato di <em>scopi<\/em>, per agire sulla realt\u00e0 in modo adeguato. Il perseguimento di quasi ogni scopo implica una attivit\u00e0 valutativa e non si pu\u00f2 valutare se non rispetto a uno scopo. Nell\u2019ambito di tale approccio l\u2019emozione viene presentata come la percezione da parte di un individuo delle varie reazioni che avvengono al proprio interno, \u00e8 quindi una \u201cautopercezione complessa\u201d. La prima reazione \u00e8 il cambiamento di questo organismo \u00abnel suo assetto cognitivo e scopistico, cio\u00e8 nello stato corrente delle sue conoscenze, valutazioni e scopi\u00bb (Castelfranchi, 1990). Si ha dunque un nuovo stato mentale, avremo, ad esempio, gioia o piacere se uno scopo \u00e8 stato raggiunto, speranza se \u00e8 vicino ad esserlo, rabbia e tristezza se \u00e8 stato frustrato, timore se \u00e8 stato minacciato e stupore se una previsione \u00e8 stata smentita. Tale stato mentale pu\u00f2 essere causato anche solamente da eventi interni all\u2019organismo (\u201cricordi di&#8230;\u201d). La fase successiva al cambiamento \u00e8 quando l\u2019organismo percepisce che \u00e8 avvenuto questo cambiamento nel proprio assetto cognitivo-scopistico. Successivamente a tale <em>assunzione<\/em> si generano reazioni somatiche, cognitive, ideative e conative. In alcuni casi l\u2019organismo esprime l\u2019emozione attraverso comportamenti volontari o involontari.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Questa impostazione risulta fruibile e ci aiuta a risolvere alcune delle difficolt\u00e0 che si riscontrano nell\u2019analisi e nella descrizione delle emozioni, e nello specifico della vergogna. Riguardo quest\u2019ultima la prima difficolt\u00e0 nasce addirittura dai significati non univoci che sono stati attribuiti al termine \u201cvergogna\u201d. In italiano tale termine deriva dal latino \u201cverecundia\u201d che veniva utilizzato per indicare disposizioni d\u2019animo quali: timidezza, vergogna, modestia, discrezione, rossore, reverenza, disonore, e stima. Da questa variet\u00e0 di significati emerge il valore sociale positivo attribuito nella nostra cultura a questa emozione. Dante, infatti, scrive: \u00abnobilitade essere l\u00e0 dove \u00e8 vergogna, cio\u00e8 tema di disonoranza, s\u00ec come \u00e8 ne le donne e ne li giovani, dove la vergogna \u00e8 buona e laudabile\u00bb e \u00abgente che non ha, non sente vergogna, spudorata\u00bb (Dizionario Enciclopedico Italiano, 1961). Nella lingua inglese il termine \u201cshame\u201d (vergogna) ha un\u2019origine etimologica completamente diversa e deriva dalla radice indoeuropea \u201cskam\u201d o \u201cskem\u201d dalla quale provengono due parole \u201cskin\u201d e \u201chide\u201d che significano entrambe \u201cpelle di animale\u201d e \u201cnascondere\u201d (Kilborne, 1995). L\u2019etimologia latina lascia maggiormente pensare ad una disposizione d\u2019animo interna nella quale \u00e8 enfatizzato il rispetto verso il mondo; viceversa nella derivazione inglese \u00e8 sicuramente molto pi\u00f9 evidente il concetto di una difesa dall\u2019esterno tramite una \u201ccopertura\u201d. Questi due significati anche se diversi non sono in contraddizione, ma evidenziano ciascuno aspetti caratteristici della vergogna che verranno ampiamente illustrati nel nostro lavoro.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Dopo aver ricordato le origini di questo termine si comprendono meglio le difficolt\u00e0 che incontriamo quotidianamente \u201cparlando\u201d di vergogna: la confondiamo spesso con altre emozioni, oppure la abbiniamo arbitrariamente con altri stati emotivi, o infine possiamo incorrere nell\u2019errore di considerare un solo \u201csintomo\u201d come equivalente della vergogna stessa. Ad esempio, quando un bambino si nasconde dietro la madre vedendo degli estranei \u00e8 d\u2019uso comune considerarlo un comportamento dettato dalla vergogna, ma spesso in questi casi \u00e8 in gioco l\u2019imbarazzo. Questo sentimento, come sar\u00e0 precisato in seguito, non comporta necessariamente una valutazione globale di s\u00e9, ma riguarda solo il contesto specifico, mentre la vergogna, per essere esperita, necessita di una valutazione sui propri modelli di condotta rapportati a un giudizio globale di s\u00e9 stessi. La vergogna, infatti, come affermano Tangney et al (1996a), \u00e8 una emozione che coinvolge l\u2019intero individuo. In merito alla combinazione arbitraria con altre emozioni sappiamo che questo sentimento \u00e8 spesso associato al senso di colpa, ma tale combinazione \u00e8 solamente una delle evenienze possibili non una regola. Possiamo vergognarci di una nostra chiara incapacit\u00e0 senza sentirci in colpa, cos\u00ec come possiamo essere colpevoli senza per questo vergognarci. Un altro errore che spesso si commette \u00e8 quello di confondere un segno con una emozione, per esempio \u201cha distolto lo sguardo, quindi si vergogna\u201d, \u00e8 sicuramente vero che una delle manifestazioni comportamentali tipiche della vergogna \u00e8 quella abbassare la testa, ma tale manifestazione non \u00e8 patognomonica di questa, quindi non basta questo per dedurre che un soggetto si stia vergognando. In questo lavoro illustreremo la genesi complessa, i segni molteplici, le svariate modalit\u00e0 di soluzione e di utilizzazione della vergogna.<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\"><strong>Le origini della vergogna<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Sebbene la vergogna faccia parte della vita quotidiana degli esseri umani n\u00e9 Freud n\u00e9 altri importanti psicoanalisti hanno mai considerato tale emozione in termini sufficientemente specifici.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Freud nelle prime teorizzazioni vedeva nascere la vergogna e il sentimento di colpa da impulsi inaccettabili di natura sessuale o aggressiva, ma nella pi\u00f9 tarda elaborazione lo sviluppo delle <em>emozioni autocoscienti<\/em> era spostato pi\u00f9 avanti, intorno ai tre anni. Freud attraverso la connessione della vergogna con la moralit\u00e0 mostra come questa emozione sia una trasformazione del senso di colpa e che i sentimenti di inferiorit\u00e0 riflettono i conflitti tra Io e Super-io, tanto che i sentimenti di inferiorit\u00e0 e il senso di colpa sono difficili a distinguersi. H.B. Lewis (1987), riguardo questa attenzione sul tema della colpa, nota che Freud \u00abdescrive il Super-io maschile nei termini dell\u2019imperativo categorico kantiano della colpa \u2014 come un gendarme prussiano interno, per dirla con Marx \u2014 mentre il Super-io femminile assumeva la forma inferiore della vergogna\u00bb.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Erikson e Melanie Klein hanno ricondotto le emozioni autocoscienti, in particolare la vergogna, al controllo degli sfinteri che si colloca alla fine del secondo anno. Va notato che Erikson riteneva la vergogna pi\u00f9 precoce del senso di colpa e che, nella sua gerarchia delle sfide evolutive, quella legata al binomio autonomia-vergogna precede quella imperniata sulla contrapposizione iniziativa-colpa.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">In chiave cognitiva tutti i sistemi sono capaci di autoregolarsi e questo presuppone una consapevolezza di s\u00e9 almeno a un qualche livello, questa propriet\u00e0 \u00e8 di tutti gli esseri viventi, ma non tutti possiedono quella che noi definiamo la \u201ccoscienza di noi stessi\u201d. Lewis (1992) propone tre diversi livelli di autoconsapevolezza che si sviluppano nei primi due anni di vita, ma che una volta comparsi continuano ad esistere e a perfezionarsi ciascuno a suo modo. La struttura finale \u00e8 il S\u00e9 e li comprende tutti. I primi due livelli sono quello dei riflessi e quello delle rappresentazioni che consentono le funzioni di autoregolazione e controllo e costituiscono la \u201cautoconsapevolezza soggettiva\u201d. Il terzo livello \u00e8 quello della \u201cautoconsapevolezza oggettiva\u201d che ci permette di essere coscienti di noi stessi. Ortony, Lore e Collins (1988) sostengono che vi siano emozioni che richiedono pi\u00f9 di altre un\u2019elaborazione cognitiva e postulano un processo di differenziazione che procede da stati emotivi cognitivamente pi\u00f9 semplici ad altri pi\u00f9 complessi, indipendentemente dal tipo di emozione (primaria, basica o secondaria, morale, autocosciente, egopoietica). Quindi possiamo affermare che l\u2019emergere delle emozioni segue l\u2019andamento dello sviluppo dell\u2019autoconsapevolezza.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Bridges (1932) descrive questo sviluppo partendo dalla polarit\u00e0 originaria benessere-malessere dalla quale si svilupperebbero tutte le altre emozioni: tra i 2 e i 4 mesi compare il disgusto seguito dalla rabbia e, solamente, verso gli 8 mesi si manifesta la paura. In maniera analoga, dal benessere si svilupperanno gioia, felicit\u00e0, interesse e sorpresa. Con la maturazione biologica e la socializzazione delle emozioni si giunge alla fase di sviluppo successiva, quella della \u201cautoconsapevolezza oggettiva\u201d, che si raggiunge verso la met\u00e0 del secondo anno. Da essa emerge il primo gruppo di emozioni autocoscienti che Lewis chiama <em>emozioni esposte<\/em>: \u201cimbarazzo\u201d, \u201cempatia\u201d e \u201cinvidia\u201d. Queste emozioni non implicano un apprezzamento e infatti non sono suscitate da un giudizio negativo o positivo sulle proprie azioni, sentimenti o pensieri, ma derivano dalla pura e semplice scoperta del S\u00e9 che si trova esposto agli occhi propri e altrui. Una particolare attenzione merita di essere dedicata all\u2019empatia, infatti l\u2019autore le attribuisce dignit\u00e0 di stato emotivo, non la considera solamente una forma di conoscenza, ma anche l\u2019esperire il sentimento dell\u2019altro e deve essere ben distinta dai comportamenti imitativi del bambino e dal \u201criflesso empatico\u201d (pianto del neonato in presenza di altri bambini che piangono).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">I modelli, le norme di condotta e l\u2019autoconsapevolezza oggettiva interagiscono con le emozioni esposte rendendo possibile la trasformazione di queste nelle <em>emozioni autocoscienti valutative<\/em> che allargano il repertorio esperenziale del bambino. Verso il secondo anno di vita, infatti, i bambini mostrano turbamento quando contravvengono a una norma di condotta che hanno accettato (regole, valori, criteri di giudizio della madre, della famiglia e della cultura). Le norme culturali vengono dettate fin dalla nascita, ma \u00e8 solo quando compare l\u2019autoconsapevolezza oggettiva che il bambino le possiede veramente; in altri termini l\u2019emergere dell\u2019autoconsapevolezza oggettiva determina la comparsa delle emozioni legate all\u2019immagine riflessa di s\u00e9 (imbarazzo, empatia, invidia) e permette di incorporare modelli e norme dell\u2019altro (possesso). All\u2019inizio il bambino accetta passivamente i modelli imposti dall\u2019adulto e, solo successivamente, comincer\u00e0 a farli propri. Tale capacit\u00e0 di spostarsi dai criteri altrui ai propri si instaura in funzione della comparsa di un <em>s\u00e9 oggettivo<\/em>, emerge cio\u00e8 il \u201cme\u201d come oggetto distinto dall\u2019 \u201daltro\u201d. Questo \u00e8 il momento in cui compaiono le emozioni autocoscienti valutative (l\u2019orgoglio, la vergogna e la colpa) che comportano un giudizio di valore, una valutazione globale di s\u00e9 e necessitano, quindi, di una struttura cognitiva pi\u00f9 elaborata (Lewis, 1992). Il senso di efficacia e competenza che ottiene un bambino di due mesi trovando il ciuccio non \u00e8 uguale a quello di un bambino di cinque anni che risolve un problema. Pur mostrando entrambi gioia e soddisfazione solo nel bambino di cinque anni sar\u00e0 presente l\u2019orgoglio che si riferisce esplicitamente al successo di una azione che risponde a requisiti e criteri che egli ben conosce. Allo stesso modo anche l\u2019insuccesso rispetto a modelli e criteri dell\u2019adulto genera paura, ansia e tristezza, ma \u00e8 solo con lo sviluppo dell\u2019autoconsapevolezza oggettiva e delle altre strutture cognitive che, a questi sentimenti, si aggiungono la vergogna e il senso di colpa.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Nell\u2019osservare e descrivere lo sviluppo delle emozioni \u00e8 necessario tenere conto che questo avviene in un organismo in evoluzione, quindi una manifestazione di una emozione primaria di un bambino di pochi mesi non deve essere confusa dall\u2019osservatore con un\u2019emozione autocosciente valutativa.<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\"><strong>Come si apprende la vergogna<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">In questo paragrafo vogliamo evidenziare i principali fattori vissuti nel contesto familiare che sono implicati nella genesi della vergogna. Nella famiglia del \u201cpiccolo futuro vergognoso\u201d troveremo una serie di messaggi invalidanti o svilenti rispetto a capacit\u00e0, caratteristiche fisiche o mentali. Cerchiamo ora di analizzare specificamente quali sono le modalit\u00e0 verbali e comportamentali che pi\u00f9 frequentemente ritroviamo nell\u2019infanzia delle persone maggiormente vulnerabili a questa emozione. Relativamente ad un piccolo insuccesso del bambino possiamo supporre almeno tre tipi di reazioni da parte degli adulti: il primo \u00e8 quello assolutamente colpevolizzante che pu\u00f2 essere seguito dal castigo; il secondo \u00e8 quello in cui gli adulti non colpevolizzano direttamente il bambino e non infliggono un castigo, ma assumono un atteggiamento svilente; l\u2019ultimo tipo di reazione \u00e8 quello in cui i genitori, contestualizzando l\u2019insuccesso, cercano di aiutare il bambino a trovare nuove e pi\u00f9 proficue soluzioni. Facciamo l\u2019esempio di un bambino che frequenta la scuola materna e ha cominciato a imparare a scrivere il suo nome e qualche altra parola. Normalmente a questa et\u00e0 non si rispettano le righe e i margini, e talvolta si dimenticano alcune lettere. Supponiamo che questo bambino debba fare un compito a casa, in questa situazione le reazioni di genitori con alte aspettative nei confronti dei figli possono essere diverse. Possiamo, infatti, distinguere, tra questi, almeno tre tipi di genitori. I primi, spazientiti dalle incertezze del figlio, cominceranno ad accusare il bambino di essere disordinato dicendogli: \u201cecco guarda che brutto questo quaderno tutto spiegazzato e disordinato come te e la tua stanza, non hai cura delle tue cose. Niente merenda finch\u00e9 non metti in ordine i tuoi giocattoli\u201d. Altri possono mostrare delusione rispetto allo scarso rendimento del figlio elogiando, magari, il cuginetto: \u201chai visto quanto \u00e8 bravo Giulio e non impiega tutto questo tempo\u201d. L\u2019ultimo gruppo di genitori, pur mantenendo il concetto di alte aspettative, avr\u00e0 nei confronti del figlio un atteggiamento di supporto: \u201cdai su cerchiamo di fare pi\u00f9 attenzione, le righe servono per andare dritti, vedi fai cos\u00ec\u201d. I bambini dei primi due gruppi di genitori svilupperanno pi\u00f9 facilmente sentimenti di vergogna e talvolta anche di colpa a causa della drammatizzazione di incapacit\u00e0 che sono normali nel loro stato di sviluppo e che vengono, invece, elaborate dal bambino in termini autosvalutativi. Gli altri bambini elaboreranno pi\u00f9 difficilmente temi lesivi dell\u2019autostima poich\u00e9 l\u2019atteggiamento dei genitori consente loro di differenziare l\u2019effettiva difficolt\u00e0 del compito, l\u2019impegno profuso e le reali capacit\u00e0. Non ci dilungheremo in questa sede a valutare gli eventuali problemi che potrebbero nascere nel bambino a causa delle aspettative troppo elevate da parte delle figure genitoriali.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Per quanto riguarda le affermazioni svalutative dei genitori esse saranno orientate in diversi ambiti in relazione ai temi familiari dominanti (il rendimento scolastico, come nell\u2019esempio precedentemente illustrato, o la forma fisica, l\u2019autonomia personale, ecc. ecc.) e l\u2019eventuale vergogna sar\u00e0 pi\u00f9 frequentemente legata a tali temi.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Quando proviamo questa emozione la responsabilit\u00e0 del fallimento la attribuiamo esclusivamente a noi stessi, infatti gli individui con una marcata tendenza alla <em>attribuzione interna<\/em> saranno sicuramente pi\u00f9 vulnerabili alla vergogna. Normalmente utilizziamo modalit\u00e0 di attribuzione interne o esterne a seconda del nostro ruolo, delle nostre capacit\u00e0, del nostro potere e del contesto in cui operiamo. Alcuni individui prescindono dall\u2019esame delle loro reali potenzialit\u00e0 e dal contesto, e tendono a utilizzare rigidamente solamente una di queste modalit\u00e0 di attribuzione. Per quanto riguarda l\u2019argomento in oggetto ci occuperemo prevalentemente dell\u2019attribuzione interna, che possiamo ritrovare in almeno tre tipologie di individui: persone che tendono ad attribuire a s\u00e9 stessi tutti i successi e non i fallimenti; persone che tendono ad attribuire a s\u00e9 stessi tutti i fallimenti e non i successi; e persone pi\u00f9 capaci di oscillare liberamente tra questi due poli. Le personalit\u00e0 narcisiste, nelle quali come vedremo in seguito la vergogna ha una posizione rilevante, attribuiscono sistematicamente qualunque successo ai propri meriti perfino una vincita a tombola, pur non essendo disposti ad accettare la responsabilit\u00e0 di un fallimento. Nei depressi troviamo la posizione contraria, tutto viene elaborato come un fallimento personale e i successi non sono minimamente riconosciuti come proprio merito.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Gli individui descritti finora tendono a dare una attribuzione globale agli eventi esperiti e hanno notevoli difficolt\u00e0 nelle attribuzioni specifiche. Facciamo l\u2019esempio di un paziente che arriva alla nostra osservazione in ansia perch\u00e9 deve tenere una conferenza, questa persona \u00e8 completamente focalizzata sulla certezza che un eventuale insuccesso determiner\u00e0 il crollo della propria immagine. Affronta questa situazione utilizzando una modalit\u00e0 di <em>attribuzione globale<\/em>, perdendo completamente di vista la possibilit\u00e0 di usufruire di <em>attribuzioni specifiche<\/em> e, quindi, di focalizzarsi sulla propria effettiva preparazione che potrebbe offrirgli maggiori possibilit\u00e0 di successo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Sappiamo che i bambini pi\u00f9 piccoli sono maggiormente esposti all\u2019attribuzione interna e, in occasione di eventi altamente significativi e drammatici (divorzio, morte prematura di uno dei genitori o pi\u00f9 semplicemente nelle malattie croniche), hanno difficolt\u00e0 a utilizzare un\u2019attribuzione specifica a causa dell\u2019intensit\u00e0 emotiva dell\u2019evento. In un ambiente familiare con un evidente disagio i figli tendono pi\u00f9 facilmente a una attribuzione interna globale vedendo s\u00e9 stessi come causa del problema. Il figlio di genitori separati pensa frequentemente: \u201cnon sono stato buono e per questo che pap\u00e0 non mi vuole bene e se ne \u00e8 andato\u201d.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">La tendenza a un giudizio globale di s\u00e9 pu\u00f2 essere appresa dalle relazioni con gli adulti (insegnanti e\/o genitori) che, in occasione di un insuccesso del bambino, determinano una modalit\u00e0 di attribuzione sia interna, che globale (\u201csei proprio stupido\u201d). Vari studi sugli interventi tipici dei genitori nei confronti dei figli hanno mostrato come si utilizzino diversi metodi pedagogico-educativi: spesso consistono nel mostrare disgusto o disprezzo per l\u2019azione giudicata negativamente, il bambino elabora queste espressioni mimiche come un giudizio su di s\u00e9 sperimentando sentimenti di vergogna. Esistono altri tipi di intervento come \u201cl\u2019imposizione\u201d, il \u201cragionamento\u201d e il \u201crifiuto dell\u2019amore\u201d. L\u2019imposizione genera oltre ai sensi di colpa e all\u2019ansia, anche vergogna causata della rigidit\u00e0 del messaggio che impedisce al bambino di riflettere sul contenuto del messaggio stesso favorendo un processo di <em>attribuzione interna globale<\/em>. Il ragionamento consente al bambino di utilizzare un processo di <em>attribuzione interna specifica<\/em> inducendolo a riflettere sul contenuto specifico determinando, quindi, pi\u00f9 facilmente dei sensi di colpa piuttosto che la vergogna (Lewis, 1992). Riguardo il rifiuto dell\u2019amore \u2014 revoca dell\u2019amore materno o paterno \u2014 molti autori (ad es. Hoffman, 1970) lo trattano erroneamente come radice della genesi dei sensi di colpa. In una persona che ha subito minaccia di abbandono e che non si sente amabile, l\u2019attribuzione interna, dato che riguarda una valutazione generale della persona, non pu\u00f2 che essere globale (\u201csei cattivo, la mamma non ti vuole pi\u00f9 bene\u201d). Questo dato viene ampiamente confermato dall\u2019esperienza clinica nella quale frequentemente ritroviamo che, in molti adulti, la presenza di vergogna correla positivamente con minacce costanti di revoca dell\u2019amore occorse durante l\u2019et\u00e0 infantile.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\"><strong>Semeiotica della vergogna<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Castelfranchi e Poggi (1988) definiscono la vergogna come \u00abil timore di perdere la faccia o il dispiacere per averla persa\u00bb che determina, di conseguenza, il desiderio di nascondersi e \u201cdi sparire sotto il pavimento\u201d. Per questi autori, il timore \u00e8 una sorta di anticipazione di un dispiacere e al tempo stesso un tentativo di prevenirlo, mentre il dispiacere si prova solamente quando uno scopo \u00e8 gi\u00e0 stato frustrato. In questa definizione la vergogna sarebbe il campanello d\u2019allarme delle brutte figure.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Crockett (1979) descrive le emozioni autocoscienti, compresa la vergogna, come predicati a tre argomenti. Nel caso della vergogna il primo il primo predicato \u00e8 rappresentato da colui che prova vergogna (<em>experiencer<\/em>), il successivo \u00e8 qualcosa di cui ci si vergogna (<em>situation<\/em>) e il terzo \u00e8 qualcun\u2019altro di fronte a cui si sperimenta questa emozione (<em>animate object<\/em>).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Rispetto al secondo argomento Castelfranchi e Poggi (1988) sostengono che \u00absi pu\u00f2 provare vergogna solo e se quella propriet\u00e0, azione o evento provoca o pu\u00f2 provocare in me o in altri l\u2019assunzione di una mia mancanza di \u201c<em>potere di <\/em>\u201c<em> <\/em>rispetto a un qualche scopo\u00bb. Ci si pu\u00f2, quindi, vergognare di qualsiasi cosa, riguardo le caratteristiche fisiche o morali, le azioni volontarie o involontarie, le lodi, fino al vergognarsi anche della propria vergogna. Possiamo provare vergogna in situazioni apparentemente asettiche, infatti \u00e8 sufficiente che esse permettano, attraverso una catena inferenziale di pensieri anche molto lunga e complessa, l\u2019assunzione di valutazioni negative su noi stessi. La <em>valutazione<\/em> \u00e8 una \u201cassunzione sul potere di raggiungere un certo scopo\u201d. Nella vergogna e nella sua implicita valutazione negativa si evidenzia l\u2019impotenza di raggiungere degli scopi \u201cbasici\u201d. Questi ultimi sono delle precondizioni al raggiungimento di altri scopi pi\u00f9 complessi, sono quindi dei poteri elementari che si richiedono a tutti e da tutti sono giudicati. Facciamo riferimento a tutte quelle situazioni di ridicolo (es. inciampare per la strada) o di handicap fisico (es. andare in giro sulla sedia a rotelle).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Gli <em>animate objects<\/em> \u2014 qualcun\u2019altro di fronte a cui ci si vergogna \u2014 possono essere molteplici, uno \u201csconosciuto\u201d, ma anche solo alcune persone in relazione a particolari tematiche, quindi non necessariamente ci si vergogna di tutto con tutti. La precondizione per poter esperire questa emozione \u00e8 la condivisione di valori rispetto al gruppo, al fine di mantenere il sovrascopo della <em>immagine di s\u00e9<\/em> rappresentato dalla possibilit\u00e0 di essere <em>adottato<\/em>. La funzione della vergogna sarebbe di evitare la compromissione sia dello <em>scopo della buona immagine<\/em> nei confronti del gruppo e di s\u00e9 stessi, che dello <em>scopo dell\u2019autostima <\/em>\u00a0che sarebbe il valutare s\u00e9 stessi adeguati per certi scopi. Questo significa che pur mantenendo una buona immagine potremmo egualmente vergognarci a causa della compromissione dello scopo di autostima, e viceversa. Se ad esempio presentiamo un lavoro in un congresso e veniamo ampiamente lodati per il nostro intervento potremmo comunque vergognarci non gi\u00e0 per la compromissione dello scopo della buona immagine, ma perch\u00e9 sappiamo che la nostra ricerca presenta molte lacune e l\u2019uditorio non era sufficientemente competente per coglierle, e quindi proviamo vergogna in riferimento alla frustrazione dello scopo dell\u2019autostima.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Al fine di chiarire il primo argomento del predicato di questa emozione, cio\u00e8 chi pu\u00f2 provare vergogna (<em>experiencer<\/em>), possiamo avere una buona indicazione analizzando la situazione degli individui che non sperimentano vergogna. Questa emozione \u00e8 legata allo scopo della buona immagine per cui chi si sente amato non si vergogna con la persona amata, poich\u00e9 l\u2019adozione affettiva da parte dell\u2019altro \u00e8 scontata e quindi non si rischia di compromettere il proprio <em>scopo della stima<\/em>. Un altro caso in cui non compare la vergogna \u00e8 rappresentato dalle persone autonome e indipendenti che non sono interessate alla buona valutazione da parte degli altri. Questo viene confermato osservando la vergogna nel periodo adolescenziale in cui, non essendo ancora ben definito il tipo di persone a cui si vuole piacere, il numero di situazioni vergognose \u00e8 di gran lunga superiore a quelle incontrate da un individuo adulto che ha gi\u00e0 scelto a chi vuol piacere.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">La vergogna, oltre a tutelare l\u2019immagine di s\u00e9, ha una importante funzione a livello biologico e sociale. Vergognandoci mostriamo di condividere valori e norme, ed esprimendo tale emozione ne riaffermiamo implicitamente l\u2019importanza mostrando di condividerli. L\u2019affronto sociale pi\u00f9 inaccettabile che pu\u00f2 operare un individuo responsabile di qualcosa \u00e8 proprio quello di non esprimere vergogna (\u201c&#8230;e non si vergogna neppure!\u201d). Questo comportamento spesso determina il disprezzo degli altri e, quindi, l\u2019esclusione dal gruppo. I segnali espressivi di questa emozione svolgono la funzione di confermare al mondo e a noi stessi la nostra <em>appartenenza<\/em> al gruppo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Per ci\u00f2 che riguarda i segnali espressivi riteniamo importante fare alcune precisazioni. Il rossore, per esempio, pur essendo uno dei segnali espressivi della vergogna, non \u00e8 esclusivo di questa emozione. Darwin (1872) lo descrisse come \u00abla pi\u00f9 peculiare e la pi\u00f9 umana di tutte le espressioni\u00bb. Le persone arrossiscono in varie situazioni: minacce all\u2019identit\u00e0 pubblica, la lode e le altre forme di attenzione positiva, l\u2019esame critico, le accuse di stare arrossendo, lo sforzo fisico, la rabbia e l\u2019imbarazzo. Il rossore pi\u00f9 strettamente collegato alla vergogna \u00e8 quello facciale ed \u00e8 localizzato sulle guance e sugli zigomi potendosi estendere fino alle orecchie con modalit\u00e0 rapide di comparsa e di regressione. Tale segnale espressivo si manifesta anche in connessione con il pudore e la timidezza che trovano il loro nucleo emozionale nella vergogna. La differenziazione di questi stati emotivi consiste nell\u2019osservazione che la vergogna implica il timore di una valutazione negativa, mentre la timidezza e il pudore hanno il semplice scopo di evitare l\u2019esporsi alla valutazione (Castelfranchi e Poggi, 1988).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Di solito quando arrossiamo abbassiamo anche la testa per evitare lo sguardo altrui, l\u2019effetto immediato di tale postura \u00e8 quello di ridurre il contatto oculare e, quindi, l\u2019interazione \u201cfaccia a faccia\u201d. Tomkins (1982) interpreta questo tipo di postura come un pattern innato la cui funzione \u00e8 di inibire la comunicazione sociale messa a rischio dalla \u201cperdita della faccia\u201d. Tale comportamento esprime in maniera figurata il vissuto soggettivo dell\u2019individuo, infatti alcune delle espressioni verbali pi\u00f9 comunemente usate per descrivere questo stato emotivo sono: \u201cavrei voluto sparire\u201d; \u201cmi sentivo tutti gli occhi addosso\u201d.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Nella vergogna questi due comportamenti sono segnali comunicativi non regolati da intenzioni o scopi interni, ma da scopi esterni all\u2019individuo e hanno una funzione sociale e una biologica. Il rossore comunica la consapevolezza dell\u2019avere violato una norma pur volendo allo stato attuale aderirvi, la postura a testa bassa \u00e8 un segnale di sottomissione per placare l\u2019aggressivit\u00e0 del gruppo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">La presenza di tali segnali rende pi\u00f9 credibile il pentimento verbale dell\u2019individuo e discrimina l\u2019ipocrisia da una sincera richiesta adozione. Se un gruppo crede che uno di loro abbia violato una regola, un atteggiamento di vergogna determiner\u00e0 l\u2019attenuazione dell\u2019aggressivit\u00e0 degli altri e della severit\u00e0 della punizione. Ci\u00f2 dar\u00e0 la possibilit\u00e0 al trasgressore di avere un migliore giudizio generale di s\u00e9 potendo, nel contempo, confermare la sua appartenenza al gruppo.<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\"><strong>Quando ci vergogniamo<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">La vergogna \u00e8 un evento che normalmente ha un valore adattivo e ben poche persone possono dichiarare di non averla mai sperimentata. Nonostante la frequente valutazione individuale a carattere egodistonico pochi di noi vorrebbero vivere in un mondo dove non esiste vergogna. Vari autori (Buss, 1980; Tangney, 1989; Lewis, 1992) hanno individuato situazioni prototipiche della vergogna, quelle che ritroviamo pi\u00f9 frequentemente riguardano l\u2019insuccesso nel lavoro e negli studi, l\u2019essere \u201ccolti in fallo\u201d, le carenti prestazioni sessuali, l\u2019attirare l\u2019attenzione non volontariamente (inciampare, rumori corporei, ecc.), il vergognarsi empaticamente per la vergogna altrui. Tutte queste situazioni e altre non citate, pur essendo molto diverse tra loro, hanno almeno due elementi caratteristici in comune: \u201cil venire meno a qualche regola o modello\u201d e \u201cun globale giudizio negativo su s\u00e9 stessi\u201d.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Fino ad adesso abbiamo affermato l\u2019utilit\u00e0 sociale della vergogna all\u2019interno del gruppo, ma esiste anche il caso del \u201cvergognarsi di mostrare vergogna\u201d che compromette lo scopo dell\u2019autostima e, di riflesso, riduce l\u2019adottabilit\u00e0 e il <em>potere dell\u2019individuo<\/em>. Vergognarsi, a volte, pu\u00f2 permettere la scoperta da parte degli altri di un nostro errore che avremmo voluto tenere nascosto; un esempio lo abbiamo quando parliamo con un collega di un argomento che riteniamo di dover conoscere e temiamo che si scopra la nostra impreparazione. In questo caso, se utilizziamo prevalentemente un meccanismo di attribuzione globale, il mostrare vergogna verr\u00e0 vissuto come la dimostrazione della nostra incapacit\u00e0 non solo a livello professionale, ma come individui in toto. Nell\u2019adulto, soprattutto se maschio, esiste un maggiore timore della ridicolizzazione e della conseguente diminuzione del proprio potere sociale rispetto a un bambino o a un adolescente. La vergogna pu\u00f2 essere vista come segno di insicurezza, pavidit\u00e0, incapacit\u00e0 di fronteggiare gli altri o delle piccole difficolt\u00e0, dimostrazione dell\u2019eccessiva dipendenza dal giudizio altrui e scarso controllo sulle emozioni (Castelfranchi, 1988).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Ricordiamo infine che un altro tipo di vergogna \u00e8 quella causata da incompatibilit\u00e0 di alcuni criteri interni al soggetto, quindi da un intimo conflitto di valori che conduce l\u2019individuo a vergognarsi della propria incoerenza.<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\"><strong>Diagnosi differenziale<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Le emozioni che pi\u00f9 frequentemente vengono confuse con la vergogna sono il senso di colpa e l\u2019imbarazzo. Il senso di colpa e la vergogna possono presentarsi singolarmente o concomitanti, mentre nel caso dell\u2019imbarazzo la sua presenza esclude quella della vergogna, e viceversa. Per noi terapeuti \u00e8 molto importante poter discriminare accuratamente questi stati emotivi perch\u00e9, come vedremo in seguito, ognuno di essi differisce nella funzione, nella genesi e nelle modalit\u00e0 di mantenimento. Vari autori italiani (D\u2019Urso e Trentin, 1988; Castelfranchi, 1988; D\u2019Urso, 1990; Magri e Mancini, 1991) hanno orientato il proprio lavoro sullo studio dei rapporti tra cognizione ed emozione con l\u2019intento di raggiungere un\u2019ipotesi funzionale dei processi emotivi, non considerandoli come altro da s\u00e9, ma investigando gli antecedenti e le componenti cognitive delle emozioni. Questo tipo di approccio ci aiuta nella comprensione e nella differenziazione, non solo delle emozioni che interessano direttamente questo articolo, ma di tutti gli stati emotivi.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">In merito alla diagnosi differenziale tra vergogna e sensi di colpa storicamente uno dei principali fattori distintivi \u00e8 stato il constatare (ad es. Ausubel, 1955) che la vergogna fosse una emozione pi\u00f9 pubblica, mentre la colpa un\u2019emozione pi\u00f9 privata. Alcuni autori (Lewis, 1971; Taylor, 1985; Tagney, 1990; Castelfranchi, 1988 e 1994; Tangney et al, 1996a) hanno confutato tale concetto che considerava l\u2019esposizione pubblica e la disapprovazione degli altri come un prerequisito esclusivo e patognomonico del sentimento di vergogna per due motivi. Il primo \u00e8 che anche la colpa pu\u00f2 essere sperimentata in situazioni pubbliche, il secondo \u00e8 che ci si pu\u00f2 vergognare anche soli con s\u00e9 stessi. Un\u2019altra differenziazione menzionata soventemente \u00e8 stata quella che riconosceva come causa della vergogna una attribuzione interna e incontrollabile, mentre vedeva come origine del senso di colpa sempre una attribuzione interna, ma controllabile. Tale differenza pu\u00f2 essere messa in discussione perch\u00e9 possiamo sentirci in colpa anche per eventi o caratteristiche completamente fuori dal nostro controllo, e possiamo vergognarci per atti e caratteristiche controllabili. Questa posizione viene confermata da Castelfranchi (Castelfranchi, 1988; Castelfranchi e Poggi, 1990; Miceli e Castelfranchi, 1992; Castelfranchi, 1994) che ci propone una interessante ipotesi funzionale del senso di colpa e della vergogna. L\u2019autore cerca di spiegare le ragioni per le quali queste due emozioni non concorrano sempre insieme, nonostante in entrambe esista la valutazione negativa dell\u2019atto e la conseguente critica di s\u00e9. Il primo, e pi\u00f9 importante, motivo ravvisato da Castelfranchi riguarda la diversit\u00e0 delle valutazioni negative presenti nella vergogna e nella colpa; avremo vergogna quando \u00e8 presente una \u201cvalutazione di inadeguatezza e di mancanza di potere\u201d, mentre sarebbe presente senso di colpa quando c\u2019\u00e8 una \u201cvalutazione di danno e di nocivit\u00e0\u201d. La valutazione \u00e8 sempre relativa a scopi e gli scopi pertinenti queste emozioni hanno domini diversi: la vergogna ha come scopi finali il <em>potere dell\u2019individuo<\/em> e i <em>vantaggi del gruppo<\/em>\u00a0 e riguarda il mondo dell\u2019immagine che sottende la <em>adozione<\/em> e la <em>gerarchia sociale<\/em>; mentre il senso di colpa avrebbe come scopo finale <em>l\u2019altruismo reciproco<\/em> che viene perseguito tramite l\u2019<em>equit\u00e0<\/em>\u00a0 e l\u2019<em>altruismo<\/em>. Il senso di colpa servirebbe, quindi, a non omettere aiuto, a non danneggiare inopinatamente, a non avvantaggiarsi di scambi iniqui e a reciprocare o a riparare. Alla luce di quanto detto, ci si pu\u00f2 vergognare per scopi <em>estetici<\/em>\u00a0 e per scopi <em>morali<\/em>, ma ci si pu\u00f2 sentire in colpa solo per scopi <em>morali<\/em>.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Queste emozioni possono presentarsi anche associate, ad esempio un senso di colpa determinato da un <em>atto colpevole<\/em> evidenzia un difetto specifico nell\u2019azione (colpa), ma pu\u00f2 anche essere considerato come la conseguenza di una inadeguatezza, di un difetto pi\u00f9 generale del carattere (vergogna). In questo caso avremo, oltre al senso di colpa, disappunto, tristezza, disgusto e dispiacere verso noi stessi, quindi \u00abla percezione di una degradazione pi\u00f9 profonda di quella che l\u2019atto colpevole di per s\u00e9 giustificherebbe\u00bb (Silver, 1994). L\u2019esempio riportato mostra come la vergogna possa trarre le sue origini da un atto colpevole, esiste anche il caso in cui, solo in apparenza, accade il contrario: in seguito ad un nostro comportamento inadempiente dichiariamo agli altri il nostro senso di colpa che, in realt\u00e0, serve a coprire un sentimento di vergogna. Un esempio valido e quotidiano! Se ci viene commissionato un articolo e a pochi giorni dalla scadenza del termine di consegna ci prendiamo un week-end di vacanza pur vergognandoci molto, possiamo manifestare agli altri il nostro dispiacere per non avere lavorato (\u201csono mortificato e mi sento in colpa\u201d), ma stiamo in realt\u00e0 cercando di nascondere la nostra autopercezione di inadeguatezza (\u201cfaccio le cose sempre all\u2019ultimo minuto, sono proprio stupido\u201d). Quindi in questo caso non \u00e8 certo la colpa a nascere dalla vergogna, ma neanche il contrario, \u00e8 solo vergogna. Stiamo affermando che queste due emozioni possono comparire singolarmente o, nel momento in cui sono associate, la colpa origina la vergogna, mentre il contrario sar\u00e0 solamente un mascheramento della vergogna stessa.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Un altro elemento comune a queste due emozioni \u00e8 la rabbia anche se, come \u00e8 ben documentato dalle numerose ricerche di Tangney (1990, 1992, 1996a, 1996b), con delle differenze sostanziali. Questo autore parte dall\u2019osservazione che le persone con una evidente tendenza a una di queste emozioni manifestano un tipo di rabbia qualitativamente diversa per contenuti e conseguenze. La rabbia reattiva alla vergogna ha caratteristiche maladattive ed \u00e9 accompagnata da sospettosit\u00e0, irritabilit\u00e0, risentimento e rapporti non empatici. In questo tipo di rabbia si tende a colpevolizzare gli altri per accadimenti negativi e l\u2019ostilit\u00e0 viene espressa in modo indiretto. Nel senso di colpa, invece, la rabbia ha livelli di intensit\u00e0 pi\u00f9 bassi, una espressione diretta, e una disposizione pi\u00f9 adattiva e costruttiva. Ricordando le differenti valutazioni negative di queste due emozioni \u00e8 altamente probabile che la rabbia di chi si vergogna sia cos\u00ec devastante perch\u00e9 si riferisce al fallimento dello scopo della buona immagine (\u201cche cretino sono stato!\u201d) con una sensazione di inadeguatezza generale. Mentre la rabbia conseguente al senso di colpa \u00e8 meno intensa poich\u00e9 sarebbe collegata al fallimento dello scopo dell\u2019altruismo reciproco (\u201cche ho fatto!?\u201d) in cui non si mette in gioco l\u2019inadeguatezza o la mancanza di potere, ma solo il proprio potere negativo con una valutazione di nocivit\u00e0.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">L\u2019altra emozione che viene spesso confusa con la vergogna \u00e8 l\u2019imbarazzo. Mead (1950) considerava l\u2019esposizione del S\u00e9 agli occhi critici degli altri come l\u2019essenza della vergogna, e affermava che essa non poteva sorprendere l\u2019uomo in solitudine. Questa affermazione pu\u00f2 essere accettabile se riferita all\u2019imbarazzo e non gi\u00e0 alla vergogna. Anche altri autori non hanno dato all\u2019imbarazzo dignit\u00e0 di emozione: Izard (1977) considerava l\u2019imbarazzo come una componente della vergogna; Kaufman (1989) sosteneva che, sebbene sia meno intenso, l\u2019imbarazzo non \u00e8 un\u2019emozione diversa dalla vergogna. In altri studi ( ad es. Buss, 1980; Edelmann, 1987; D\u2019urso, 1990; Lewis, 1992; Tangney et al, 1996a; Keltner e Buswell, 1996) \u00e8 stata proposta una distinzione tra imbarazzo e vergogna articolata in base a dimensioni affettive, cognitive e motivazionali. L\u2019imbarazzo \u00e8 uno stato emotivo pi\u00f9 o meno intenso e di durata variabile (da pochi secondi a pochi minuti). Si manifesta pi\u00f9 improvvisamente, determina spesso un grande senso di sorpresa e nasce da eventi pi\u00f9 superficiali e ridicoli rispetto a quelli che generano la vergogna. A conferma di queste evidenze sono interessanti alcune ricerche sull\u2019imbarazzo, riportate da M. Lewis, in cui si notava che bambini ai quali venivano rivolte delle lodi distoglievano lo sguardo, ma diversamente dalla vergogna, per breve tempo tornando ogni volta a guardare lo sperimentatore. Alcuni si toccavano il volto senza coprirlo con le mani, questo comportamento era accompagnato da un \u201cgrande sorriso\u201d che sembra essere il principale elemento espressivo di distinzione tra imbarazzo e vergogna.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">L\u2019imbarazzo \u00e8 legato alla crisi dell\u2019immagine pubblica, al presente e al luogo dell\u2019azione, per cui gli elementi costitutivi di questa emozione sono: la presenza sulla scena di chi si imbarazza e la presenza di chi causa o assiste a questa situazione emozionale. Al contrario, la vergogna pu\u00f2 essere vissuta anche da soli o per eventi passati (Edelman, 1987). Nelle rare occasioni in cui l\u2019imbarazzo si manifesta senza la presenza degli altri si ha una immaginazione molto vivida della situazione imbarazzante (Tangney, 1996a). L\u2019imbarazzo dipende da eventi che coinvolgono gli altri realmente o mediante un\u2019esposizione immaginata, per cui \u00e8 sempre una risposta a \u201ceventi pubblici\u201d (Miller, 1996). Anche la vergogna pu\u00f2 dipendere dall\u2019immaginazione dell\u2019esposizione pubblica, ma la maggiore gravit\u00e0 della trasgressione, e la maggiore frequenza con la quale questa si sperimenta in contesti individuali, suggerisce che essa possa avere una componente privata (autostima) che l\u2019imbarazzo non possiede. Quest\u2019ultimo \u00e8 legato ad un problema di immagine che non implica una valutazione globale negativa di s\u00e9. Per Castelfranchi (1988) \u00e8 una perdita, avvenuta o temuta, della propria <em>autostima situazionale<\/em>, che a sua volta dipende dalla minaccia o dalla perdita della <em>stima pubblica<\/em>. Ogni imbarazzo dipende dalla situazione specifica che lo suscita, la ferita dell\u2019autostima pubblica sembra essere limitata a quella specifica categoria di eventi, o addirittura all\u2019evento singolo. La funzione dell\u2019imbarazzo \u00e8 sicuramente quella di segnalare l\u2019infrazione, avvenuta o solo temuta, di norme sociali poco chiare, non formalizzate, sconosciute o contraddittorie. L\u2019imbarazzo, in questi casi, \u00e8 attivato dalla consapevolezza del \u201csapere di non sapere\u201d. Quando le regole sono chiare la paura di infrangerle e il timore delle sanzioni previste,per tali infrazioni generano l\u2019imbarazzo (D\u2019Urso, 1990).<\/span><\/p>\n<p align=\"center\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\"><strong>La vergogna in psicoterapia e psicopatologia<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">La descrizione della vergogna proposta da Erikson (1950) pu\u00f2 essere illuminante riguardo la situazione emozionale vissuta dal paziente nel contesto terapeutico: \u00abla vergogna \u00e8 caratterizzata dalla consapevolezza di avere un \u201cdidietro\u201d che il soggetto a differenza degli altri non pu\u00f2 vedere e che \u00e8 quindi esposto agli attacchi degli altri\u00bb. Alcuni pazienti sentono la loro vita, e s\u00e9 stessi, sotto la lente di ingrandimento di uno sconosciuto, \u201cgiudicante e non giudicabile\u201d. Questa situazione asimmetrica accresce la loro paura di essere scoperti inadeguati e non \u00e8 favorevole al mantenimento della loro buona immagine, gi\u00e0 cos\u00ec precaria. La vergogna \u00e8 quindi inevitabile nella relazione terapeutica e dipende anche dalle condizioni del setting (Beck, 1967; Lewis, 1971 e 1987; Schneider, 1987). Teniamo conto che questa emozione pu\u00f2 coinvolgere anche il terapeuta che talvolta si ritrova, suo malgrado, a colludere con il paziente nell\u2019evitare di affrontarla. Lo stesso Freud (1925) motivava l\u2019innovazione tecnica delle condizioni del setting (posizione del \u201clettino\u201d e della sedia che consentono al terapeuta di vedere il paziente senza essere visto) con l\u2019ammissione che spesso trovava imbarazzante il colloquio \u201cfaccia a faccia\u201d. Talvolta un terapeuta con problemi di vergogna, non riuscendo ad ammettere un proprio errore e sentendosi minacciato dal giudizio del paziente sulla propria capacit\u00e0 professionale, potrebbe attribuire una situazione di \u201cstallo\u201d a una non collaborazione del paziente che vedr\u00e0 cos\u00ec confermata la propria incapacit\u00e0 (Koufman, 1989). Per H B Lewis (1971) un\u2019altra fonte di vergogna in psicoterapia nasce dagli stessi commenti, interpretazioni e riformulazioni del terapeuta che possono \u201cspiazzare\u201d, \u201csmascherare\u201d e \u201cmettere a nudo\u201d il paziente. Tutte queste condizioni potrebbero essere accentuate dalla differenza sessuale tra terapeuta e paziente (Wright, O\u2019Leary e Balkin, 1989).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Quanto le famose resistenze terapeutiche dipenderanno da meccanismi di questo tipo?<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Un processo di autogenerazione della vergogna \u00e8 il non riuscire a esprimerla (vergogna della vergogna), questa modalit\u00e0 di comportamento costituisce uno degli ostacoli pi\u00f9 importanti nella soluzione delle problematiche di questi pazienti. In questi casi uno dei principali obbiettivi dell\u2019intervento psicoterapeutico sar\u00e0 quello di intervenire gradualmente nel blocco del meccanismo autogenerativo della vergogna, tenendo conto delle difficolt\u00e0 che potrebbero creare le innumerevoli fonti di vergogna presenti nel contesto terapeutico. Riuscire a fare verbalizzare la vergogna per riconoscere, affrontare e ricontestualizzare i sentimenti di inadeguatezza \u00e8 un compito ancora pi\u00f9 delicato e necessario nelle terapie di gruppo poich\u00e9 il senso di esposizione \u00e8 aumentato (Hahn, 1994).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Negli individui tendenti alla vergogna un altro elemento che denuncia la loro inadeguatezza e vulnerabilit\u00e0 \u00e8 il fatto stesso di essere in trattamento psicoterapeutico. Questo \u00e8 il motivo pi\u00f9 frequente per il quale alcuni pazienti non dichiarano volentieri ad amici o parenti di essere in psicoterapia; tale ammissione confermerebbe ancora una volta la loro diversit\u00e0, inadeguatezza e debolezza.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Nella psicoterapia di pazienti con questo tipo di vulnerabilit\u00e0, qualunque sia la psicopatologia lamentata, l\u2019intervento sar\u00e0 mirato a condurli a riconoscere le proprie modalit\u00e0 di attribuzione, a modularle o, qualora sia possibile, a trasformarle da globali in situazionali, contestuali e realistiche. Questo approccio consentir\u00e0 al paziente di potersi finalmente sperimentare proponendosi mete e scopi realistici, sviluppando un confronto positivo con s\u00e9 stesso e rafforzando o ricostruendo sia una buona immagine sociale che una buona stima di s\u00e9.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Ci occuperemo ora dei principali quadri psicopatologici nei quali la vergogna gioca un ruolo preponderante nella genesi e nel mantenimento. Secondo la H.B. Lewis (1971) e Harder (1992) l\u2019esperienze di vergogna determinano una tendenza a sviluppare una sintomatologia di tipo depressivo e isterico. La depressione \u00e8 storicamente il quadro psicopatologico pi\u00f9 frequentemente collegato al sentimento di vergogna. Freud vedeva la depressione come aggressivit\u00e0 rivolta all\u2019interno. Bibring (1953) e Bowlby (1969) preferivano vedere in essa la conseguenza della perdita di autostima dovuta al mancato soddisfacimento delle aspirazioni narcisistiche. Queste posizioni in cui la depressione \u00e8 legata alla stima di s\u00e9 concordano con alcuni lavori di Beck (1976) e Seligman (1975) che hanno considerato la depressione come una attribuzione negativa che coinvolge globalmente la persona e perdura nel tempo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">La pi\u00f9 recente analisi della vergogna fornita da M. Lewis (1992) sembra corrispondere a questo tipo di analisi della depressione, per cui il risultato di certe situazioni sarebbe la vergogna e\/o la depressione. Sembrerebbe quindi che la depressione non sia una trasformazione della vergogna, ma un\u2019emozione concomitante: l\u2019individuo talvolta potrebbe scegliere di concentrare l\u2019attenzione sull\u2019aspetto depressivo anzich\u00e9 sulla vergogna. Se un soggetto si trova esposto a ripetute esperienze di vergogna ha diverse modalit\u00e0 per farvi fronte: negarle, dimenticarle, riderci sopra, confessarsi, ecc. ecc.. Quando l\u2019esperienza \u00e8 troppo pesante, per evitare la disintegrazione del S\u00e9, risulterebbe quasi inevitabile la comparsa di una emozione sostitutiva. La depressione, quindi, servirebbe da sostituto emotivo della vergogna quando il sistema del S\u00e9 \u00e8 seriamente minacciato di disgregazione (vedi anche le \u201cpersonalit\u00e0 multiple\u201d). Secondo Lansky perfino il suicidio deriverebbe, non gi\u00e0 dalla depressione in s\u00e9 per s\u00e9, ma dalla vergogna del paziente per le sue idee depressive.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Concludendo, ripetute esperienze umilianti e l\u2019impossibilit\u00e0 di sfuggire da un contesto ambientale che continua ad alimentare tale situazione, costringono l\u2019individuo ad adottare strategie alternative. Nei casi pi\u00f9 gravi osserveremo depressione, manifestazioni di violenza e, nelle forme pi\u00f9 estreme, un vero e proprio deterioramento della personalit\u00e0 fino alla psicosi.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">La vergogna \u00e8 una componente importante di tutte le <em>sindromi da scissione<\/em>\u00a0 che comprendono il Disturbo Narcisistico di Personalit\u00e0, il Disturbo da Personalit\u00e0 Multipla e il Disturbo Borderline di Personalit\u00e0 (Koufman, 1989).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Nel Disturbo Narcisistico di Personalit\u00e0 la vergogna occupa un ruolo sicuramente preminente e basilare come sostenuto da Kohut (1971), Kernberg (1975) e M. Lewis (1992). Kohut afferma che i segnali di vergogna svolgono un ruolo essenziale nel mantenere e restaurare l\u2019equilibrio omeostatico narcisistico. Per la H.B. Lewis (1971) la <em>shame-proneness<\/em> (suscettibilit\u00e0 alla vergogna) pu\u00f2 condurre ad una riconcettualizzazione della psicopatologia narcisistica. La causa di fondo di questo disturbo sarebbe la tendenza a mettersi in gioco globalmente nei giudizi di successo-insuccesso, per cui un risultato cattivo dar\u00e0 luogo a vergogna e uno positivo a superbia. Il narcisista \u00e9 molto vulnerabile al sentimento di vergogna e agisce in modo da evitarlo a ogni costo. Si pu\u00f2 evitare la vergogna mettendosi in condizioni di non provare mai l\u2019insuccesso proponendosi delle mete troppo basse o troppo alte e considerando come successo azioni che normalmente verrebbero valutate fallimentari. In questi individui la tendenza ad attribuzioni globali e le frequenti reazioni di vergogna hanno reso impossibile l\u2019apprendimento di modelli di condotta adeguati e realistici per cui i loro obiettivi risultano sbilanciati. Quando un narcisista riconosce un inequivocabile fallimento tende a incolpare gli altri e questo peggiora ulteriormente i rapporti interpersonali, in questa situazione la sua umiliazione generer\u00e0 risposte estreme di violenza o di profonda depressione (Lewis, 1992). Kohut (1971) parla di \u00abrabbia narcisistica\u00bb che appare come una via di uscita dalla vergogna, affetto annichilente che non pu\u00f2 essere in generale elaborato, ma solo espulso o ribaltato.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Nei pazienti con Disturbo da Personalit\u00e0 Multipla, o Disturbo Dissociativo dell\u2019Identit\u00e0 (APA, 1994), la vergogna ha un ruolo importante nello sviluppo dello sdoppiamento della personalit\u00e0. Tra tutti gli autori (ad esempio Ross, 1989) c\u2019\u00e8 un sostanziale accordo sul fatto che questo disturbo sia eziologicamente correlato con l\u2019abuso infantile. Vari studi evidenziano che la maggior parte dei pazienti con Disturbo da Personalit\u00e0 Multipla in et\u00e0 infantile hanno subito violenze sessuali, aggressioni psicologiche, brutalizzazioni fisiche e sopraffazioni emotive. Questo tipo di abusi sono generalmente continuativi e la vittima non ha ricevuto adeguate cure e protezione. Ci sembra opportuno sottolineare che il trauma infantile accentua semplicemente la potenzialit\u00e0 biologica a dissociare, infatti non tutte le vittime di tali traumi sviluppano questo tipo di disturbo. Secondo Lewis (1992) la vergogna verrebbe attivata dall\u2019abuso o dalla riattualizzazione del trauma e per eluderla si metterebbe in atto, come ultima strategia difensiva, la dissociazione. Le esperienze traumatiche prolungate e ripetute di vergogna tenderebbero a provocare la frammentazione del S\u00e9 che rappresenta l\u2019estrema forma dissociativa. Tra vergogna e dissociazione esiste quindi un rapporto sistematico che va dal semplice distanziarsi, come ridere con gli altri del proprio insuccesso, fino a un vero e proprio dissociarsi. Nelle esperienze pi\u00f9 umilianti si farebbe ricorso a emozioni sostitutive come la rabbia e la depressione, mentre in situazioni di vergogna pi\u00f9 intensa e prolungata avverrebbe una dissociazione radicale che darebbe luogo alla personalit\u00e0 multipla. Quindi \u00abil Disturbo da Personalit\u00e0 Multipla \u00e8 una strategia, e spesso l\u2019unica possibile, messa in atto da un bambino per sopravvivere a una infanzia traumatica\u00bb (Miti, 1992).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Nella nostra pratica clinica traumi infantili di varia natura e la trascuratezza nel contesto familiare emergono spesso anche nell\u2019anamnesi di soggetti con Disturbo Borderline di Personalit\u00e0. Sono queste esperienze umilianti subite nell\u2019et\u00e0 infantile a generare la certezza di avere un intrinseco \u201cdifetto di fabbrica\u201d da dover nascondere a tutti i costi tramite apparenti competenze sociali (\u201cpersonalit\u00e0 camaleontiche\u201d). Quando nonostante ci\u00f2 si sentono scoperti il sentimento di vergogna pu\u00f2 diventare cos\u00ec intollerabile da determinare un improvvisa e inspiegabile rabbia distruttiva che si ripercuote negativamente sul soggetto stesso e peggiora ulteriormente i rapporti con il mondo. Nella teoria di Beck (1990) viene descritto un tipico circolo vizioso, da noi stessi condiviso (Cotugno e Benedetto, 1995): il mondo \u00e8 pericoloso e cattivo; io sono impotente e vulnerabile; io sono intrinsecamente inaccettabile. Da questa triade cognitiva deriva che i pazienti borderline si ritrovano in un costante dilemma: sono relativamente convinti di avere bisogno di aiuto in un mondo comunque ostile. Questo li conduce a vacillare continuamente tra due desideri, l\u2019autonomia e la dipendenza senza mai riuscire a scegliere. Il manifestare un desiderio di dipendenza genera vergogna nel momento in cui viene frustrato, tale frustrazione conferma l\u2019ostilit\u00e0 e l\u2019inaffidabilit\u00e0 del mondo suscitando forti sentimenti di rabbia che a loro volta aumentano la percezione di cattiveria e, quindi, di inaccettabilit\u00e0 personale. La relazione terapeutica con pazienti borderline \u00e8 estremamente delicata proprio a causa della loro vulnerabilit\u00e0 alla vergogna che viene esperita nel momento in cui emerge chiaramente il loro bisogno di aiuto. Nel contesto terapeutico i borderline si sentono continuamente in pericolo di essere \u201csmascherati\u201d dal terapeuta che fa parte del mondo pericoloso e cattivo, ma purtroppo necessario a loro cos\u00ec deboli e dipendenti. Un esempio molto frequente lo abbiamo quando il terapeuta manifesta un atteggiamento \u201ctroppo\u201d empatico durante l\u2019ascolto di una vicenda dolorosa per il paziente. Quest\u2019ultimo spesso scambia l\u2019empatia con la compassione e la pena, che sono riservate alle persone bisognose d\u2019aiuto e quindi deboli e dipendenti, ed \u00e8 proprio la vergogna di \u201cperdere la faccia\u201d a scatenare la rabbia e l\u2019ostilit\u00e0 verso il terapeuta, emozioni molto frequenti durante la psicoterapia dei pazienti borderline.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">Meissner (1986) osserva come la vergogna sia il segnale affettivo per sentimenti di umiliazione, inferiorit\u00e0 o mortificazione narcisistica e come questa sia in \u00abdiretta relazione con l\u2019economia proiettiva dato che l\u2019esposizione del S\u00e9 coinvolta nella vergogna deve implicare una percezione degli altri che percepiscono il S\u00e9 come fallimento\u00bb. La connessione tra vergogna e sindromi paranoidi \u00e8 stata gi\u00e0 rilevata da Kretschmer (1930) e pi\u00f9 recentemente da Ballerini e Rossi Monti (1990). Per questi ultimi \u00abuno dei paradossi del fenomeno delirio \u00e8 da un lato di implicare una deformazione di categorie generali della mente che vanno da pattern cognitivi particolari fino alla creazione di un peculiare mondo esistenziale; dall\u2019altro di sostanziarsi attraverso significati personalissimi, che spesso rinviano in modo enigmatico-oracolare alla storia di vita della persona, al fluire degli eventi esterni e interni del suo percorso esistenziale\u00bb. Quindi il delirio pu\u00f2 avere un\u2019enorme quantit\u00e0 di significati possibili o apparire come il massimo dell\u2019insensatezza. Lo scacco dell\u2019immagine del S\u00e9, che abbiamo nel sentimento di vergogna, determinerebbe un\u2019enorme categoria globale nella quale \u201ctutti gli altri\u201d segnalano il loro disprezzo e la loro persecutoriet\u00e0. Abbiamo gi\u00e0 visto come l\u2019oscillazione vergogna-rabbia sia una frequente maniera intrapsichica di affrontare il disagio; si pu\u00f2 dedurre che quando questa modulazione perde la propria omeostasi facilmente il mondo che normalmente \u00e8 talvolta, e solo in alcune situazioni, giudicante diventi sempre e globalmente persecutorio. Per cui nella situazione delirante avremo un passaggio dal sentimento di vergognosa disfatta a quello persecutorio.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: 'Bookman Old Style', serif; line-height: 21px; font-size: 18px;\">In una ottica squisitamente cognitivista riteniamo di particolare interesse le due manifestazioni cliniche estreme dell\u2019organizzazione cognitiva dei Disturbi Alimentari Psicogeni: l\u2019anoressia e la bulimia. Questi pazienti, prevalentemente di sesso femminile, presentano un problema di definizione di s\u00e9 stessi che li rende molto vulnerabili al giudizio degli altri. La paura che si scopra quanto sono condizionabili, dipendenti e vulnerabili dal giudizio esterno rappresenta il \u201cdifetto di fabbrica\u201d da dover nascondere. Il sentimento di vergogna si innesta quando hanno il timore che il loro difetto venga \u201csmascherato\u201d, in queste occasioni l\u2019ultima difesa possibile, per evitare la frammentazione del S\u00e9, \u00e8 la rabbia. Quando, ad esempio, devono prendere una decisione, un qualunque giudizio, consiglio o affermazione altrui viene letta come una minaccia alla propria gi\u00e0 fragile identit\u00e0, poich\u00e9 non riescono pi\u00f9 a discriminare se il comportamento che vorrebbero mettere in atto sia veramente il frutto di una loro esclusiva decisione. In queste pazienti anche le conferme chiaramente positive non sono mai sufficienti a rafforzare la loro autostima, per cui l\u2019unico modo per sentirsi adeguate \u00e8 \u201csfidarsi\u201d pretendendo di riuscire a portare a termine il maggior numero di impegni possibili con prestazioni caratterizzate dal concetto che \u201cil minimo indispensabile debba essere il massimo pensabile\u201d. Vista la tendenza di queste persone a utilizzare delle modalit\u00e0 di attribuzione interne globali, l\u2019inevitabile insuccesso non viene contestualizzato, ma generalizzato e mette in discussione l\u2019intero individuo. Al fine di sanare la fragile identit\u00e0, la dipendenza dagli altri e la vergogna che provano nel momento in cui si sentono smascherate utilizzano come estremo tentativo di soluzione l\u2019unica sfida apparentemente controllabile solo da s\u00e9 stesse, essere magra: \u201cse sono magra sono vincente, forte, indipendente e non condizionabile\u201d, al contrario \u201cse sono grassa sono perdente, debole, condizionabile e tutti vedono chiaramente la mia dipendenza e quindi la mia vulnerabilit\u00e0 nei confronti del mondo\u201d. Le anoressiche, apparentemente vincenti, continuano a sentirsi in pericolo e qualsiasi piccolo cedimento \u00e8 fonte di vergogna e di disperazione. Continuano a combattere per cercare di raggiungere definitivamente la vittoria, ma la scelta delle mete \u00e9 totalmente disturbata e il punto di arrivo non sar\u00e0 mai definito, per alcune fino alla morte. Per le pazienti bulimiche il non poter nascondere la propria immagine corporea viene considerato la causa principale dei propri fallimenti e della propria inaccettabilit\u00e0 sociale. Il loro grasso diviene \u201cil capro espiatorio\u201d del costante sentimento di vergogna, \u00e8 infatti chiara a tutti la loro debolezza e la loro dipendenza dal cibo, e costituisce la giustificazione della loro immobilit\u00e0, apatia e incapacit\u00e0.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p align=\"center\"><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">AAVV<\/span> (1961)<\/p>\n<p><em>Vergogna <\/em><\/p>\n<p>\u201cDizionario Enciclopedico Italiano Treccani\u201d vol 12<\/p>\n<p>Istituto Poligrafico dello stato Roma\u00a0<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Amati Sas S <\/span>(1992)<\/p>\n<p><em>Ambiguity as the route to shame<\/em><\/p>\n<p>\u201cInternational Jornal of Psychoanalysis\u201d 73\u00a0 329-341<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">American Psychiatric Association (APA)<\/span> (1994)<\/p>\n<p><em>DSM IV. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali<\/em><\/p>\n<p>Masson Milano 1996<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Ausubel D P<\/span> (1955)<\/p>\n<p><em>Realtionships between shame and guilt in socializing process<\/em><\/p>\n<p>\u201cPsychological Review\u201d\u00a0 62\u00a0 378-390<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Ballerini A &amp; Rossi Monti M<\/span> (1990)<\/p>\n<p><em>La vergogna e il delirio<\/em><\/p>\n<p>Bollati Boringhieri Torino<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Battacchi M W<\/span> (1988)<\/p>\n<p><em>La dimensione evolutiva dell\u2019emozioni\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>In D\u2019Urso U &amp; Trentin R (a cura di)<\/p>\n<p><em>Psicologia delle Emozioni<\/em><\/p>\n<p>Il Mulino Bologna<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Battacchi M W &amp; Codispoti<\/span> (1992)<\/p>\n<p><em>La vergogna<\/em><\/p>\n<p>Il Mulino Bologna<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Beck A T<\/span> (1967)<\/p>\n<p><em>La depressione<\/em><\/p>\n<p>Boringhieri Torino 1978<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Beck A T<\/span> (1976)<\/p>\n<p><em>Cognitive therapy and the emotional disorders<\/em><\/p>\n<p>International University Press New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Beck A T<\/span> (1990)<\/p>\n<p><em>Terapia cognitiva dei disturbi di personalit\u00e0<\/em><\/p>\n<p>Mediserve Milano 1993<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Bibring E<\/span> (1953)<\/p>\n<p><em>The mechanism of depression <\/em><\/p>\n<p>In Greenaire P<\/p>\n<p><em>Affective disorders<\/em><\/p>\n<p>International\u00a0 Universities Press New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Bridges K M B<\/span> (1932)<\/p>\n<p><em>Emotional development in early infancy\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>\u201cChild Development\u201d\u00a0 3\u00a0 324-334<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Bowlby J<\/span> (1969)<\/p>\n<p><em>Attaccamento e perdita vol 1<\/em><\/p>\n<p>Boringhieri Torino 1975<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Buss A H <\/span>(1980)<\/p>\n<p><em>Self-consciousness and social anxiety<\/em><\/p>\n<p>Freeman San Francisco<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Castelfranchi C<\/span> (1988)<\/p>\n<p><em>Che figura Emozioni e immagine sociale\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>Il Mulino Bologna<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Castelfranchi C<\/span> (1994)<\/p>\n<p><em>Colpevol-mente: Alcuni punti (interrogativi) sui sensi di colpa<\/em><\/p>\n<p>In Castelfranchi C D\u2019Amico R &amp; Poggi I<\/p>\n<p><em>Sensi di Colpa<\/em><\/p>\n<p>Giunti Firenze<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Castelfranchi C &amp; Poggi I <\/span>(1988)<\/p>\n<p><em>Vergogna<\/em><\/p>\n<p>In Castelfranchi C\u00a0 (a cura di)<\/p>\n<p><em>Che figura Emozioni e immagine sociale\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>Il Mulino Bologna<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Castelfranchi C &amp; Poggi I <\/span>(1990)<\/p>\n<p><em>Ingredienti per una macchina che si vergogna\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>In D\u2019Urso V (a cura di)<\/p>\n<p><em>Imbarazzo Vergogna e altri affanni <\/em><\/p>\n<p>Raffaello Cortina Editore Milano<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Cotugno A e Benedetto A M<\/span> (1995)<\/p>\n<p><em>Il paziente borderline: Introduzione clinica alla patologia marginale<\/em><\/p>\n<p>Franco Angeli Milano<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Crockett D B <\/span>(1979)<\/p>\n<p><em>Shame resentement envy and pity\u00a0 A semantic analysis\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>\u201cLingua\u201d\u00a0 47\u00a0 (4)\u00a0 279-300<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">D\u2019Urso V<\/span> (a cura di)<\/p>\n<p><em>Imbarazzo Vergogna e altri affanni <\/em><\/p>\n<p>Raffaello Cortina Editore Milano<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">D\u2019Urso U &amp; Trentin R<\/span> (1988)<\/p>\n<p><em>Psicologia delle Emozioni<\/em><\/p>\n<p>Il Mulino Bologna<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Edelmann R J<\/span> (1987)<\/p>\n<p><em>The psychology of embarrassment<\/em><\/p>\n<p>Wiley New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Ekman P<\/span> (1984)<\/p>\n<p><em>Expression of and nature of emotion\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>In Schrer K &amp; Ekman P (eds)<\/p>\n<p><em>Approaches to emotion<\/em><\/p>\n<p>Erlbaum Hillsdale (N J )<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Erikson E K<\/span> (1950)<\/p>\n<p><em>Infanzia e societ\u00e0<\/em><\/p>\n<p>Armando Roma 1966<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Freud S<\/span> (1925)<\/p>\n<p><em>Autobiografia (Opere vol 10)<\/em><\/p>\n<p>Boringhieri Torino (1978)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Frijda N H <\/span>\u00a0(1988)<\/p>\n<p><em>Teorie recenti sulle emozioni\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>In D\u2019Urso U &amp; Trentin R (a cura di)<\/p>\n<p><em>Psicologia delle Emozioni<\/em><\/p>\n<p>Il Mulino Bologna<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Frijda N H<\/span>\u00a0 (1993)<\/p>\n<p><em>The place of appraisal in emotion\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>\u201cCognition and emotion\u201d\u00a0 7\u00a0 357-387<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Hahn W K<\/span> (1994)<\/p>\n<p><em>Resolving shame in group psychotherapy<\/em><\/p>\n<p>\u201cInternational Journal of Group Psychotherapy\u201d\u00a0 44\u00a0 (4)\u00a0 449-461<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Harder D W Culter L &amp; Rockart L<\/span> (1992)<\/p>\n<p><em>Assessment of shame and guilt and their relationships to psychopathology<\/em><\/p>\n<p>\u201cJournal of Presonality Assessment\u201d\u00a0 59\u00a0 (3)\u00a0 584-604<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Hoffman M L<\/span> (1970)<\/p>\n<p><em>Moral development<\/em><\/p>\n<p>in Mussen P H (Eds)<\/p>\n<p><em>Handbook of child psychology<\/em><\/p>\n<p>Wiley New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Izard C E<\/span>\u00a0 (1977)<\/p>\n<p><em>Human emotions<\/em>\u00a0<\/p>\n<p>The Plenum Press New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Kaufman G<\/span> (1989)<\/p>\n<p><em>The psychology of shame: Theory and treatment oh shame-basas syndromes<\/em><\/p>\n<p>Plenum New York<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Kelly G A<\/span>\u00a0 (1955)<\/p>\n<p><em>The Psychology of Personal Constructs<\/em>\u00a0<\/p>\n<p>New York Norton<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Keltner D &amp; Buswell B N<\/span> (1996)<\/p>\n<p><em>Evidence for distinctness of embarrassment, shame and guilt: A study of recalled antecedents and facial expression of emotion<\/em><\/p>\n<p>\u201cCognition and Emotion\u201d\u00a0 10\u00a0 (2)\u00a0 155-171<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Kernberg O F<\/span> (1975)<\/p>\n<p><em>Sindromi marginali e narcisismo patologico<\/em><\/p>\n<p>Boringhieri Torino 1984<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Kilborne B<\/span>\u00a0 (1995)<\/p>\n<p><em>Truths That Cannot Go Naked Shame in Many Forms <\/em><\/p>\n<p>\u201cPsychiatry\u201d\u00a0 58\u00a0 (Aug)\u00a0 278-297<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Kohut H<\/span> (1971)<\/p>\n<p><em>Narcisismo e analisi del s\u00e9<\/em><\/p>\n<p>Boringhieri Torino 1976<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Kretschmer E<\/span> (1930)<\/p>\n<p><em>Psicologia Medica<\/em><\/p>\n<p>Sansoni Firenze 1950<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Lazarus R S<\/span> (1982)<\/p>\n<p><em>Thoughts on relations between emotion and cognition\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>\u201cAmerican Psychologist\u201d\u00a0 37\u00a0 1019-1024<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Leventhal H &amp; Scherer K<\/span>\u00a0 (1987)<\/p>\n<p><em>The realtionship of emotion to cognition A functional approach to a semantic controversy\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>\u201cCognition and Emotion\u201d\u00a0 1\u00a0 3-28<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Lewis H B<\/span> (1971)<\/p>\n<p><em>Shame and guilt in neurosis<\/em><\/p>\n<p>International Universities Press New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Lewis H B<\/span> (1987)<\/p>\n<p><em>Introduction: Shame-the \u201csleeper\u201d in psychopathology\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>In Lewis H B (eds)<\/p>\n<p><em>The role of shame in symptom formation<\/em><\/p>\n<p>Erlbaum HIllsdale (N J)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Lewis M<\/span> (1992)<\/p>\n<p><em>Il S\u00e9 a Nudo: Alle origini della vergogna <\/em><\/p>\n<p>Giunti Firenze 1995<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Lewis M D<\/span> (1996)<\/p>\n<p><em>Self-organising Cognitive Appraisals\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>\u201cCognition and Emotion\u201d\u00a0 10\u00a0 (1)\u00a0 1-25<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Magri T &amp; Mancini F<\/span> (a cura di) (1991)<\/p>\n<p><em>Emozioni e conoscenza <\/em><\/p>\n<p>Editori Riuniti Roma<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Mancini F &amp; Semerari A<\/span> (1990)<\/p>\n<p><em>Emozioni e sistemi cognitivi le teorie cognitive della sofferenza emotiva\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>In Mancini F &amp; Semerari A (a cura di)<\/p>\n<p><em>Le Teorie Cognitive dei Disturbi Emotivi<\/em>\u00a0<\/p>\n<p>La Nuova Italia Scientifica (NIS) Roma<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Mandler G<\/span> (1984)<\/p>\n<p><em>Mind and Body Psychology of Emotion and Stress<\/em>\u00a0<\/p>\n<p>Norton New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Mead M<\/span> (1950)<\/p>\n<p><em>Some anthropological considerations concerning guilt<\/em><\/p>\n<p>In Reyemert M L (eds)<\/p>\n<p><em>Feelings and emotions<\/em><\/p>\n<p>McGraw-Hill New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Meissner W W<\/span> (1986)<\/p>\n<p><em>Psychotherapy and the paranoid process<\/em><\/p>\n<p>Aronson New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Miceli M &amp; Castelfranchi C<\/span> (1992)<\/p>\n<p><em>La cognizione del valore <\/em><\/p>\n<p>Franco Angeli Milano<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Miller R S<\/span> (1996)<\/p>\n<p><em>Embarrassment: Poise and peril in everyday life.<\/em><\/p>\n<p>Guilford Press New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Miti G<\/span> (1992)<\/p>\n<p><em>Personalit\u00e0 Multiple: Uno studio sui disturbi dissociativi<\/em><\/p>\n<p>La Nuova Italia Scientifica (NIS) Roma<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Oatley K &amp; Johnson-Laird P N<\/span> (1987)<\/p>\n<p><em>Towards a cognitive theory of emotions\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>\u201cCognition and Emotion\u201d\u00a0 1\u00a0 29-50<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Ortony A Clore G L &amp; Collins A<\/span> (1988)<\/p>\n<p><em>The cognitive structure of emotions<\/em><\/p>\n<p>Cambridge University Press Cambridge<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Reseinzein R<\/span>\u00a0 (1983)<\/p>\n<p><em>The Schachter theory of emotion Two decades later\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>\u201cPsychological Bullettin\u201d\u00a0 94\u00a0 239-264<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Ross C A<\/span> (1989)<\/p>\n<p><em>Multiple Personality Disorder. Diagnosis, clinical features and treatment<\/em><\/p>\n<p>Wiley New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Scherer K R <\/span>\u00a0(1993)<\/p>\n<p><em>Studing the emotion-antecedent appraisal process An expert system approach\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>\u201cCognition and Emotion\u201d\u00a0 7\u00a0 325-355<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Schneider C D<\/span> (1987)<\/p>\n<p><em>A mature sense of shame<\/em><\/p>\n<p>in Nathanson D L (eds)<\/p>\n<p><em>The many faces of shame<\/em><\/p>\n<p>Guilford Press New York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Seligman M E P<\/span> (1975)<\/p>\n<p><em>Helplessness: On depression, development, and death<\/em><\/p>\n<p>Freeman San Francisco<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Silver M<\/span> (1994)<\/p>\n<p><em>Il carattere: colpa, vergogna e un po\u2019 di imbarazzo<\/em><\/p>\n<p>In Castelfranchi C D\u2019Amico R &amp; Poggi I<\/p>\n<p><em>Sensi di Colpa<\/em><\/p>\n<p>Giunti Firenze<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Smith C A &amp; Lazarus R S<\/span> (1990)<\/p>\n<p><em>Emotion and Adaptation\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>In Pervin L A (eds)<\/p>\n<p><em>Handbook of personality Theory and Research<\/em><\/p>\n<p>Guilford Ney York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Tangney J P<\/span> (1989)<\/p>\n<p><em>Shame and guilt in young adulthood A qualitative analisys<\/em><\/p>\n<p>Paper presented at American Psychological Society Meetings\u00a0 New Orleans<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Tangney J P<\/span> (1990)<\/p>\n<p><em>Assessing individual differences in proneness to shame and guilt: Development of the self-conscious affect and attribution inventory<\/em><\/p>\n<p>\u201cJournal of Personality and Social Psychology\u201d\u00a0 59\u00a0 (1)\u00a0 102-111<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Tangney J P Miller R S Flicker L &amp; Barlow D H <\/span>(1996a)<\/p>\n<p><em>Are Shame Guilt and Embarrassement distincting emotion? <\/em><\/p>\n<p>\u201cJournal of Personality and Social Psychology\u201d\u00a0 70\u00a0 (6)\u00a0 1256-1269<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Tangney J P Wagner P E Miller R S Marschall D E &amp; Gramzow R<\/span> (1996b)<\/p>\n<p><em>Relation of shame and guilt to constructive versus descructive respenses to anger across the lifespan <\/em><\/p>\n<p>\u201cJournal of Personality and Social Psychology\u201d\u00a0 70\u00a0 (6)\u00a0 797-809<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Taylor G<\/span> (1985)<\/p>\n<p><em>Pride, shame and guilt: emotions of self-assessment<\/em><\/p>\n<p>Clarendon Press Oxford England<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Tomkins S S<\/span> (1962)<\/p>\n<p><em>Affect, imagery and counsciusness\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>In Tomkins S S<\/p>\n<p><em>The positive affect<\/em><\/p>\n<p>Springer Ney York<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"text-decoration: underline;\">Wright F O\u2019Leary J &amp; Balkin J<\/span> (1989)<\/p>\n<p><em>Shame, guilt, narcissism, and depression: Correlates and sex differences<\/em><\/p>\n<p>\u201cPsychoanalityc Psychology\u201d\u00a0 6\u00a0 (2)\u00a0 217-230<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>________________________________________________________________ ANNA MARIA BENEDETTO e ANDREA GRAGNANI\u00a0I Fondamenti teorico-clinici della Vergogna\u00a0\u201cPsicoterapia\u201d, 1997 Apr-Giu, 9: 47-66 Associazione di Psicologia Cognitiva, Roma Riassunto Tra le emozioni egopoietiche abbiamo scelto di presentare una rassegna dello stato dell&#8217;arte degli studi sulla vergogna sostanzialmente per &hellip; <a href=\"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/contributi-a-una-cultura-dellascolto-leggere-anna-maria-benedetto-e-andrea-gragnani-i-fondamenti-teorico-clinici-della-vergogna-associazione-di-psicologia-cognitiva-roma\/\">Continua a leggere<span class=\"meta-nav\">&rarr;<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[232],"tags":[264,263,242,262],"class_list":["post-12304","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-ascolto","tag-andrea-gragnani","tag-anna-maria-benedetto","tag-gabriele-de-ritis","tag-vergogna"],"jetpack_featured_media_url":"","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12304","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=12304"}],"version-history":[{"count":7,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12304\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12306,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12304\/revisions\/12306"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=12304"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=12304"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=12304"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}