{"id":604,"date":"2008-04-10T21:19:58","date_gmt":"2008-04-10T19:19:58","guid":{"rendered":"http:\/\/www.gabrielederitis.it\/?p=604"},"modified":"2008-10-19T19:20:02","modified_gmt":"2008-10-19T17:20:02","slug":"cicerone-cato-maior-de-senectute","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/cicerone-cato-maior-de-senectute\/","title":{"rendered":"CICERONE, Cato maior, de senectute"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>(a cura di DIEGO FUSARO)<\/strong><\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>I 1<\/strong> \u00abO Tito, se ti aiuto e ti libero dell&#8217;angoscia<\/span><span style=\"font-size: x-small;\">che ora, confitta nel cuore, ti brucia e ti tormenta,<\/span><span style=\"font-size: x-small;\"> che ricompensa avr\u00f2?\u00bb Posso davvero rivolgermi a te, Attico, con gli stessi versi con cui a Flaminino si rivolge \u00abquell&#8217;uomo non di grandi ricchezze, ma pieno di lealt\u00e0\u00bb anche se sono sicuro che, diversamente da Flaminino, non \u00abti agiti cos\u00ec, Tito, giorno e notte\u00bb.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Conosco la misura e l&#8217;equilibrio del tuo animo e so che da Atene non hai riportato solo il tuo soprannome, ma anche cultura e saggezza. E tuttavia sospetto che, talvolta, ti assillino molto gravemente i problemi che travagliano anche me. Consolarsi da essi \u00e8 impresa assai ardua e da differirsi ad altro momento.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Ora, invece, mi \u00e8 sembrato opportuno comporre per te qualcosa sulla vecchiaia. <strong>2<\/strong> Del peso, comune a entrambi, della vecchiaia che gi\u00e0 abbiamo addosso o almeno si avvicina a grandi passi intendo alleviare me e te, bench\u00e9 sia sicuro che, come ogni evento, la sopporti e la sopporterai con equilibrio e ragionevolezza. Ma quando avvertivo il desiderio di scrivere qualcosa sulla vecchiaia, eri tu che ti presentavi alla mia mente, degno di un dono che potesse giovare all&#8217;uno e all&#8217;altro di noi, in comune. Davvero la stesura di questo libro \u00e8 stata per me cos\u00ec piacevole che non solo ha cancellato tutte le noie della vecchiaia, ma ha reso la vecchiaia persino dolce e piacevole. Mai, dunque, si potr\u00e0 lodare abbastanza degnamente la filosofia che permette, a chi la segue, di vivere ogni stagione della vita senza noie.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>3<\/strong> Su altri argomenti molto ho detto e molto dir\u00f2. Questo libro sulla vecchiaia lo dedico a te. Ho attribuito l&#8217;intero discorso non a Titono, come fa Aristone di Ceo &#8211; ci sarebbe del resto poca autorit\u00e0 in una leggenda -, ma a Marco Catone il vecchio, per dare maggiore autorit\u00e0 alla dissertazione. Vicino a lui immaginiamo Lelio e Scipione pieni di stupore perch\u00e9 sopporta la vecchiaia con tanta serenit\u00e0 e Catone intento a rispondere loro. Se ti sembrer\u00e0 che discuta con pi\u00f9 cultura di quanto non sia solito fare nei suoi libri, attribuiscilo alla letteratura greca di cui, com&#8217;\u00e8 noto, fu accanito studioso da vecchio. Ma perch\u00e9 dilungarmi? Ormai il discorso di Catone in persona illustrer\u00e0 appieno la mia idea della vecchiaia.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>II 4<\/strong> SCIPIONE. Spesso mi sono stupito insieme a Caio Lelio, qui con me, della tua saggezza eccellente in tutte le cose, o Marco Catone, e perfetta, ma soprattutto del fatto che non mi hai mai dato la sensazione di vivere la vecchiaia come un peso. Eppure essa risulta cos\u00ec odiosa alla maggior parte dei vecchi che, a sentirli, sosterrebbero un carico pi\u00f9 pesante dell&#8217;Etna.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">CATONE. Non \u00e8 davvero un&#8217;impresa difficile, cari Scipione e Lelio, quella di cui sembrate stupirvi. Chi infatti non abbia dentro di s\u00e9 risorse per vivere bene e felice subisce il peso di tutte le et\u00e0; chi invece trae da se stesso ogni bene non pu\u00f2 considerare un male quel che necessit\u00e0 di natura impone. La vecchiaia fa parte di queste cose pi\u00f9 delle altre. Tutti desiderano raggiungerla, ma, una volta raggiunta, la investono di accuse: tanta \u00e8 l&#8217;incoerenza e l&#8217;assurdit\u00e0 della stoltezza! Dicono che si insinui prima di quanto pensassero. Primo: chi li ha indotti a credere il falso? Forse che la vecchiaia subentra furtiva alla giovinezza pi\u00f9 rapidamente di quanto la giovinezza subentri furtiva all&#8217;infanzia? Secondo: come pu\u00f2 la vecchiaia essere per loro meno pesante se avessero ottocento anni anzich\u00e9 ottanta? Quando infatti gli anni passati, per lunghi che siano, sono volati via, non c&#8217;\u00e8 consolazione che possa mitigare la vecchiaia degli stolti. <strong>5<\/strong> Perci\u00f2, se siete soliti stupirvi della mia saggezza &#8211; possa essere degna del vostro giudizio e del mio soprannome! &#8211; sono saggio in questo: seguo la natura, ottima guida, come se fosse un dio e le obbedisco; non \u00e8 verosimile che essa abbia descritto bene tutte le altre parti della vita per poi buttare gi\u00f9 l&#8217;ultimo atto, come un poeta senz&#8217;arte. Ma era pur necessario che esistesse qualcosa di ultimo, qualcosa, per cos\u00ec dire, di vizzo e sul punto di cadere, per maturit\u00e0 compiuta, come accade ai frutti degli alberi e ai prodotti della terra. Il saggio deve sopportare questa realt\u00e0 con condiscendenza: la lotta dei Giganti contro gli d\u00e8i che altro \u00e8 se non una ribellione contro la natura?<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>6<\/strong> LELIO. Ebbene, Catone, sar\u00e0 per noi un grandissimo piacere &#8211; e lo dico anche a nome di Scipione &#8211; se impareremo da te, molto tempo prima, come poter affrontare nel migliore dei modi il peso crescente degli anni, poich\u00e9 speriamo, o almeno ci auguriamo, di diventare vecchi.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">CATONE. Va bene, lo far\u00f2, Lelio, soprattutto se, come dici, sar\u00e0 un piacere per tutt&#8217;e due.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">LELIO. Vorremmo davvero vedere, se non ti rincresce, Catone, come sia questo luogo cui sei giunto, dopo aver percorso, per cos\u00ec dire, una lunga strada, la stessa che si dovr\u00e0 intraprendere anche noi.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>III 7<\/strong> CATONE. Far\u00f2 del mio meglio, Lelio. Spesso, infatti, mi sono trovato in mezzo alle lamentele dei miei coetanei &#8211; come dice un antico proverbio \u00abil simile si accompagna pi\u00f9 facilmente al simile\u00bb &#8211; . Come Caio Salinatore, come Spurio Albinio, ex consoli, pi\u00f9 o meno miei coetanei, si lamentavano ora perch\u00e9 non provavano pi\u00f9 quei piaceri senza i quali la vita, secondo loro, non era vita, ora perch\u00e9 erano disprezzati da chi, prima, li trattava con abituale deferenza! Secondo me non accusavano quel che si doveva accusare. Se infatti la vecchiaia fosse responsabile di ci\u00f2, gli stessi mali patirei io e tutti gli altri anziani; invece ho conosciuto molti che non si lamentano di esser vecchi, perch\u00e9 considerano tutt&#8217;altro che un dispiacere l&#8217;essersi liberati dai vincoli delle passioni e non sono guardati dall&#8217;alto in basso da amici e parenti. Ma responsabile di tutte queste lagnanze \u00e8 il carattere, non l&#8217;et\u00e0: i vecchi equilibrati, che non sono difficili n\u00e9 scontrosi, trascorrono una vecchiaia sopportabile. L&#8217;intrattabilit\u00e0 e la mancanza di cortesia, invece, sono un peso a tutte le et\u00e0.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>8<\/strong> LELIO. Hai ragione, Catone. Ma forse qualcuno potrebbe ribattere che la vecchiaia ti risulta pi\u00f9 sopportabile perch\u00e9 hai potere, ricchezza e prestigio, privilegi che non possono toccare a molti.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">CATONE. Eh s\u00ec, caro Lelio, questi privilegi valgono qualcosa, ma non sono certamente tutto. Per esempio, si racconta che Temistocle, in un litigio, abbia risposto a uno di Serifo che gli rimproverava di aver raggiunto lo splendore per gloria non sua, ma della patria: \u00abMai, perdio, disse, sarei diventato famoso se fossi di Serifo, ma nemmeno tu, se fossi di Atene\u00bb. Altrettanto si pu\u00f2 dire della vecchiaia: nella pi\u00f9 grande povert\u00e0 non pu\u00f2 essere leggera neppure per il saggio, per lo stolto non pu\u00f2 essere pesante anche nella pi\u00f9 grande ricchezza. <strong>9<\/strong> Le armi in assoluto pi\u00f9 idonee alla vecchiaia, cari Scipione e Lelio, sono la conoscenza e la pratica delle virt\u00f9 che, coltivate in ogni et\u00e0, dopo una vita lunga e intensa, producono frutti meravigliosi non solo perch\u00e9 non vengono mai meno, neppure al limite estremo della vita &#8211; cosa di per s\u00e9 importantissima -, ma anche perch\u00e9 la coscienza di una vita spesa bene e il ricordo di molte buone azioni sono una grandissima soddisfazione.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>IV 10<\/strong> Come a un coetaneo, volli bene, io giovane lui vecchio, a Quinto Massimo, il riconquistatore di Taranto. C&#8217;era in quell&#8217;uomo grande una severit\u00e0 condita dall&#8217;affabilit\u00e0 e la vecchiaia non aveva cambiato il suo carattere. Veramente, iniziai a rendergli onore quando non era molto anziano, ma tuttavia gi\u00e0 avanti negli anni: era stato console per la prima volta l&#8217;anno successivo alla mia nascita e, quando lo fu per la quarta volta, partii con lui &#8211; ero un giovincello &#8211; come soldato semplice per Capua e cinque anni dopo per Taranto. Divenuto questore, esercitai tale magistratura sotto il consolato di Tuditano e Cetego quando lui, ormai molto vecchio, sosteneva la legge Cincia \u00absui doni e le ricompense\u00bb. Sapeva al tempo stesso combattere come un ragazzo nonostante l&#8217;et\u00e0 molto avanzata e fiaccare con la pazienza un Annibale pieno di ardore giovanile. Di lui scrisse magnificamente il mio amico Ennio:<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">\u00abUn solo uomo, temporeggiando, salv\u00f2 la nostra patria;<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">non anteponeva il mormorar della gente al bene pubblico.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Cos\u00ec, risplende e sempre pi\u00f9 risplender\u00e0 la sua gloria.\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>11<\/strong> E Taranto, con che instancabilit\u00e0, con che intelligenza la riprese! In tale occasione con le mie orecchie lo sentii ribattere a Salinatore che, persa la citt\u00e0, si era rifugiato nella rocca e si gloriava con queste parole: \u00abPer opera mia, Quinto Fabio, hai ripreso Taranto!\u00bb \u00abCerto!\u00bb rispose ridendo. \u00abSe tu non l&#8217;avessi persa io non l&#8217;avrei mai ripresa!\u00bb E davvero non fu pi\u00f9 eccellente nelle armi che in toga: console per la seconda volta, sebbene il suo collega Spurio Carvilio non prendesse posizione, si oppose finch\u00e9 pot\u00e9 al tribuno della plebe Caio Flaminio che, contro il volere del senato, intendeva procedere a una distribuzione fra i singoli individui del territorio piceno e gallico. Quando fu augure os\u00f2 dire che hanno i migliori auspici le iniziative intraprese a vantaggio dello stato mentre le proposte avanzate a suo danno hanno auspici sfavorevoli. <strong>12<\/strong> Ebbi modo di apprezzare in lui molte eccellenti qualit\u00e0, ma nessuna pi\u00f9 ammirevole del modo in cui sopport\u00f2 la morte del figlio, uomo illustre ed ex console. Il suo elogio funebre \u00e8 nelle mani di tutti; quando lo leggiamo, quale filosofo non ne esce sminuito? E non solo si rivel\u00f2 grande alla luce del sole e agli occhi dei suoi concittadini, ma ancora pi\u00f9 notevole nell&#8217;intimit\u00e0 e in casa. Che modo di esprimersi, che insegnamenti, che conoscenza dell&#8217;antichit\u00e0, che competenza nel diritto augurale! E vasta era la sua cultura letteraria, per essere un romano: ricordava non solo tutte le vicende interne, ma anche quelle estere. Godevo del suo conversare con tanta avidit\u00e0 come se gi\u00e0 presagissi quanto si sarebbe avverato in seguito: morto lui, non avrei avuto pi\u00f9 nessuno da cui imparare.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>V 13<\/strong> Allora, perch\u00e9 tante parole su Massimo? Per farvi capire bene che sarebbe un&#8217;empiet\u00e0 dire infelice una simile vecchiaia. \u00c8 pur vero che non tutti possono essere degli Scipione o dei Massimi per ricordarsi citt\u00e0 espugnate, battaglie terrestri e navali, guerre da loro condotte, trionfi. Ma anche la vecchiaia di una vita trascorsa nella calma, nell&#8217;onest\u00e0 e nella distinzione \u00e8 tranquilla e dolce, come fu, secondo la tradizione, quella di Platone, che mori a ottantun anni mentre era impegnato a scrivere, e quella di Isocrate, che dice di aver composto, novantaquattrenne, l&#8217;opera intitolata <em>Panatenaico <\/em>e visse ancora cinque anni; il suo maestro, Gorgia di Leontini, comp\u00ec centosette anni senza smettere mai di studiare e lavorare; quest&#8217;ultimo, a chi gli chiedeva perch\u00e9 volesse vivere cos\u00ec a lungo, rispondeva: \u00abNon ho niente da rimproverare alla vecchiaia!\u00bb Risposta eccezionale e degna di un uomo colto! <strong>14<\/strong> Sono infatti gli ignoranti a imputare alla vecchiaia vizi e colpe loro, diversamente da chi ho menzionato poco fa, Ennio:<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">\u00abCome destriero impetuoso, che spesso nel tratto finale<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">vinse a Olimpia, ora, dalla vecchiaia stremato, riposa &#8230;\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Paragona la sua vecchiaia a quella di un cavallo impetuoso e vincitore. Lo potete ricordare bene: diciannove anni dopo la sua morte sono stati eletti i consoli ora in carica, Tito Flaminino e Manlio Acilio; mori l&#8217;anno in cui erano consoli Cepione e, per la seconda volta, Filippo, quando io, allora sessantacinquenne, sostenevo la legge Voconia con gran voce e buoni polmoni. Ebbene, a settant&#8217;anni &#8211; tanto visse Ennio &#8211; sopportava cos\u00ec bene i due pesi considerati pi\u00f9 gravi, povert\u00e0 e vecchiaia, da sembrare quasi compiacersene.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>15<\/strong> In realt\u00e0, quando esamino il problema sotto tutti gli aspetti, trovo quattro motivi che fanno sembrare la vecchiaia infelice. Primo: allontana dalle attivit\u00e0. Secondo: indebolisce il corpo. Terzo: priva di [quasi] tutti i piaceri. Quarto: \u00e8 a un passo dalla morte. Analizziamo, se siete d&#8217;accordo, la portata e il valore di ciascun motivo.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>VI<\/strong> La vecchiaia ci porta via dalle attivit\u00e0. &#8211; Da quali? Da quelle che si compiono con le energie della giovinezza? Non ci sono forse occupazioni che gli anziani possano svolgere con la mente, anche senza forze fisiche? Allora non faceva niente Quinto Massimo, niente Lucio Paolo, tuo padre, suocero di quell&#8217;uomo eccellente che era mio figlio? E gli altri vecchi, i Fabrizi, i Curi, i Coruncani, quando difendevano lo stato con senno e autorit\u00e0 non facevano niente? <strong>16<\/strong> Alla vecchiaia di Appio Claudio si aggiungeva la cecit\u00e0. Eppure, quando il senato era incline a stipulare il trattato di pace con Pirro, non esit\u00f2 a dire quel che Ennio trascrisse in versi:<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">\u00abDove piegano le vostre menti, dementi,<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">che sin qui solevano proceder rett\u00e8?\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">e cos\u00ec via con stile molto solenne. Vi \u00e8 nota l&#8217;opera e, del resto, esiste ancora il discorso di Appio. Ebbene, parl\u00f2 cos\u00ec diciassette anni dopo il suo secondo consolato, quando erano trascorsi dieci anni tra il suo primo e secondo mandato ed era gi\u00e0 stato censore prima del consolato iniziale. Da ci\u00f2 si capisce che durante la guerra di Pirro era molto avanti con gli anni; e tuttavia cos\u00ec ci hanno tramandato i Padri. <strong>17<\/strong> Non adduce quindi nessuna valida ragione chi sostiene che la vecchiaia non abbia parte attiva nella vita pubblica; \u00e8 come se dicesse che il timoniere, nel corso della navigazione, non fa niente perch\u00e9, mentre gli altri salgono sugli alberi, corrono su e gi\u00f9 per i ponti e svuotano la sentina, lui invece siede tranquillo a poppa a reggere il timone. Il vecchio non fa le stesse cose dei giovani, ma molto di pi\u00f9 e meglio: le grandi azioni non sono frutto della forza, della velocit\u00e0 o dell&#8217;agilit\u00e0 fisica, ma del senno, dell&#8217;autorit\u00e0, della capacit\u00e0 di giudizio, qualit\u00e0 di cui la vecchiaia, di solito, non solo non si priva, ma anzi si arricchisce.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>18<\/strong> A meno che, dopo aver partecipato a ogni tipo di guerra come soldato semplice, tribuno, luogotenente e console, non vi dia l&#8217;impressione di stare con le mani in mano perch\u00e9 ho smesso di combattere. Ma consiglio al senato che politica seguire e con quali strategie: molto in anticipo dichiaro guerra a Cartagine che da tempo trama contro di noi; non smetter\u00f2 di temerla finch\u00e9 non la sapr\u00f2 rasa al suolo. <strong>19<\/strong> Gli d\u00e8i immortali ti riservino questa palma, o Scipione, e ti concedano di portare a termine l&#8217;impresa lasciata incompiuta da tuo nonno! Sono passati trentatr\u00e9 anni dalla sua morte, ma tutti gli anni a venire manterranno vivo il ricordo di quel grande. Mor\u00ec l&#8217;anno prima della mia censura, nove anni dopo il mio consolato durante il quale fu eletto console per la seconda volta. Ebbene, se fosse vissuto sino a cento anni, sarebbe forse scontento della propria vecchiaia? Certo non potrebbe fare incursioni, saltare, combattere da lontano con la lancia o da vicino con il gladio, ma farebbe valere il senno, la ragione, la capacit\u00e0 di giudizio. Se tali qualit\u00e0 non fossero nei vecchi, i nostri antenati non avrebbero chiamato \u00absenato\u00bb il consiglio supremo. <strong>20<\/strong> A Sparta, appunto, chi esercita la magistratura pi\u00f9 alta ha l&#8217;et\u00e0 e quindi il nome di \u00abvecchio\u00bb. Se poi volete leggere o ascoltare la storia delle nazioni straniere, scoprirete che sono stati i giovani a mandare in rovina gli stati pi\u00f9 forti, i vecchi a sostenerli e a rimetterli in piedi.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">\u00abDite, come perdeste in cos\u00ec poco tempo il vostro stato, tanto potente?\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">A tale domanda, formulata nel <em>Ludo <\/em>del poeta Nevio, si risponde, tra le altre cose, in primo luogo cos\u00ec:<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">\u00abSpuntavano nuovi oratori, stupidi sbarbatelli.\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Naturale: la temerariet\u00e0 \u00e8 tipica dell&#8217;et\u00e0 in fiore, la saggezza dell&#8217;et\u00e0 declinante.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>VII 21<\/strong> Ma la memoria diminuisce. \u00c8 vero, se non la eserciti o se per natura sei un po&#8217; tardo. Temistocle sapeva a memoria il nome di tutti i suoi concittadini; credete forse che, arrivato a una certa et\u00e0, si sia messo a salutare Aristide chiamandolo Lisimaco? Da parte mia, non solo conosco le persone vive ai giorni nostri, ma anche i loro padri e i loro avi, e quando leggo le iscrizioni sepolcrali non ho paura, come si dice, di perdere la memoria: anzi, nel leggerle, rinnovo il ricordo dei morti. In realt\u00e0 non ho mai sentito dire che uno da vecchio si sia dimenticato del luogo in cui aveva nascosto il tesoro; i vecchi ricordano quanto hanno a cuore, le malleverie prestate, i debitori, i creditori. <strong>22<\/strong> E i giureconsulti? E i pontefici? E gli \u00e0uguri? E i filosofi? Sono vecchi, ma quante cose ricordano! I vecchi conservano le capacit\u00e0 intellettuali purch\u00e9 preservino interessi e dinamismo; e questo non solo negli uomini famosi e insigniti di cariche, ma anche nella tranquilla vita privata. Sofocle compose tragedie sino all&#8217;estremo limite della vecchiaia; poich\u00e9, per questa sua passione, sembrava trascurare il patrimonio familiare, fu chiamato in giudizio dai figli: volevano che, allo stesso modo in cui, da noi, si \u00e8 soliti interdire quei padri che gestiscono male le loro sostanze, cos\u00ec i giudici lo rimuovessero dal controllo del patrimonio familiare come se fosse un rimbambito. Allora il vecchio, cos\u00ec si racconta, declam\u00f2 ai giudici la tragedia che, da poco composta, aveva tra le mani, l&#8217;<em>Edipo a Colono<\/em>, e chiese se quell&#8217;opera sembrava scritta da un rimbambito; finita la declamazione, i giudici decisero di proscioglierlo. <strong>23<\/strong> Ebbene, forse Sofocle e forse Omero, Esiodo, Simonide, Stesicoro e quelli prima nominati, Isocrate e Gorgia, e i primi filosofi, Pitagora, Democrito, Platone, Senocrate, e successivamente Zenone e Cleante o colui che voi stessi avete visto a Roma, Diogene lo stoico, vennero ridotti al silenzio nei loro interessi dalla vecchiaia? O in tutti loro il fervore intellettuale non dur\u00f2 quanto la vita?<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>24<\/strong> Orbene, per tralasciare questi studi divini, potrei menzionare i contadini romani della Sabina, miei vicini e amici, senza i quali non si eseguono mai lavori agricoli di una certa importanza, non si semina, non si raccolgono i frutti e non si ripongono. Ma, nel loro caso, c&#8217;\u00e8 meno da stupirsi: nessuno, infatti, \u00e8 cos\u00ec vecchio da non pensare di poter vivere almeno un altr&#8217;anno; eppure si danno un gran da fare anche in lavori che &#8211; lo sanno bene &#8211; non presentano per loro nessuna utilit\u00e0:<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">\u00abPianta alberi che daranno frutti alla generazione successiva.\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">come dice il nostro Stazio nei <em>Sinefebi.<\/em> <strong>25<\/strong> L&#8217;agricoltore, in realt\u00e0, per quanto vecchio sia, se gli viene chiesto per chi pianta, non esita a rispondere: \u00abPer gli d\u00e8i immortali, i quali vollero che non solo ricevessi tali doni dai miei antenati, ma li trasmettessi anche ai posteri.\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>VIII<\/strong> E meglio si esprime Cecilio a proposito del vecchio che provvede alla generazione futura rispetto a quando dice:<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">\u00abPerdio, vecchiaia, se non portassi al tuo arrivo<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">nessun altro male, questo solo basterebbe:<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">vedere, vivendo a lungo, molte cose che non si vorrebbero.\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">e forse molte che si vorrebbero! Anzi, anche la giovinezza si imbatte spesso in quel che non vuole. Ma ecco un passo di Cecilio ancora peggiore:<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">\u00abDella vecchiezza questo reputo il male pi\u00f9 grande:<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">sentire che, da vecchi, si \u00e8 odiosi agli altri.\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>26<\/strong> &#8211; benvoluti, non odiosi! Come i ragazzi di indole onesta piacciono ai vecchi saggi e la vecchiaia di chi \u00e8 onorato e amato dai giovani diventa pi\u00f9 leggera, cos\u00ec i ragazzi ricevono con gioia i precetti dei vecchi dai quali son condotti all&#8217;amore della virt\u00f9; e so di piacere a voi non meno di quanto voi piacciate a me.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Vedete dunque come la vecchiaia, lungi dall&#8217;essere fiacca e inerte, sia invece attiva e sempre impegnata a fare e meditare qualcosa, in relazione, s&#8217;intende, alle attitudini che ciascuno aveva negli anni precedenti. E le persone che si aggiornano sempre? Per esempio, vediamo Solone vantarsi, nei suoi versi, quando dice di invecchiare imparando ogni giorno qualcosa di nuovo. L&#8217;ho fatto pure io, che da vecchio ho studiato la letteratura greca. L&#8217;ho abbordata con tanta avidit\u00e0, come se desiderassi spegnere una lunga sete, da riuscire ad apprendere le nozioni che ora mi vedete usare a mo&#8217; di esempio. E quando sento dire che Socrate fece lo stesso con la lira, vorrei imitarlo anch&#8217;io &#8211; gli antichi, infatti, studiavano la lira -, ma almeno mi sono dedicato anima e corpo alle lettere.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>IX 27<\/strong> E ora non rimpiango davvero la forza di un giovane &#8211; ecco il secondo punto sui difetti della vecchiaia &#8211; pi\u00f9 di quanto, da giovane, non desiderassi la forza di un toro o di un elefante. Conviene valersi di quel che si ha e, qualunque cosa si faccia, farla secondo le proprie forze. Si possono immaginare parole pi\u00f9 spregevoli di quelle di Milone di Crotone? Si racconta che, mentre assisteva, ormai vecchio, a un allenamento di atleti nello stadio, si guard\u00f2 i bicipiti ed esclam\u00f2 in lacrime: \u00abAhim\u00e8, sono belli e morti!\u00bb Non tanto loro, quanto te stesso, cialtrone, perch\u00e9 sei diventato famoso, non per merito tuo, ma dei tuoi polmoni e dei tuoi bicipiti! Niente del genere Sestio Elio, n\u00e9, molti anni prima, Tiberio Coruncanio, n\u00e9, di recente, Publio Crasso, che fornivano consulenze ai loro concittadini in materia giuridica; sino all&#8217;ultimo respiro conservarono la loro competenza. <strong>28<\/strong> L&#8217;oratore, temo, perde vigore con la vecchiaia; la sua professione, infatti, non dipende solo dall&#8217;intelletto, ma anche dai polmoni e dalla forza fisica. \u00c8 vero che la sonorit\u00e0 della voce continua a spiccare, non so come, anche in vecchiaia; io non l&#8217;ho ancora persa e vedete gli anni che ho. Tuttavia il conversare calmo e disteso si addice a un vecchio e i suoi discorsi eleganti e dolci si conciliano da soli l&#8217;attenzione del pubblico. Se non ci riuscissi pi\u00f9, potresti sempre fornire precetti a Scipione o a Lelio: infatti, cosa c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9 bello di una vecchiaia circondata dal fervore dei giovani? <strong>29<\/strong> O non vogliamo lasciare alla vecchiaia neppure forze sufficienti per istruire i giovani, per formarli e prepararli a tutti i compiti imposti dal dovere? Pu\u00f2 esistere missione pi\u00f9 nobile di questa? Davvero fortunati mi sembravano Cornelio e Publio Scipione, e i tuoi due nonni, Lucio Emilio e Publio Africano, per il loro s\u00e9guito di giovani; e non c&#8217;\u00e8 maestro di arti liberali che non sia da considerar felice nonostante il declino e il venir meno delle forze fisiche. Del resto, proprio questa defezione delle forze dipende pi\u00f9 spesso dai vizi della giovinezza che dai difetti della vecchiaia: una giovinezza sfrenata e intemperante, infatti, consegna alla vecchiaia un corpo esaurito. <strong>30<\/strong> Ciro appunto, nel discorso che tenne in punto di morte quando era molto vecchio, come scrive Senofonte, dice di non essersi mai accorto di esser diventato, da anziano, pi\u00f9 debole di quanto lo fosse da giovane. Mi ricordo di Lucio Metello &#8211; ero allora un ragazzo &#8211; che, eletto pontefice massimo quattro anni dopo il suo secondo consolato, esercit\u00f2 quel sacerdozio per ventidue anni: ebbene, conserv\u00f2 sino alla fine forze cos\u00ec prospere da non rimpiangere la giovinezza. Non \u00e8 necessario che parli di me, bench\u00e9 questo sia un comportamento senile e lo si perdoni alla nostra et\u00e0. <strong>X 31<\/strong> Non vedete come Nestore, in Omero, vanti molto spesso le proprie virt\u00f9? Vedeva ormai la terza generazione di uomini e non aveva da temere, vantandosi a ragione, di sembrare troppo presuntuoso o troppo loquace: come dice Omero, \u00abdalla sua lingua la parola fluiva pi\u00f9 dolce del miele\u00bb. E non aveva bisogno della forza del corpo per ottenere questa soavit\u00e0; tuttavia il grande condottiero della Grecia non si augura mai di avere dieci uomini come Aiace, ma come Nestore s\u00ec; nel qual caso non ha dubbi: Troia cadrebbe in poco tempo.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>32<\/strong> Ma ritorno a me. Vado per gli ottantaquattro anni e vorrei davvero vantarmi come Ciro: ma almeno posso dire questo, che, anche se non ho pi\u00f9 le forze di quando ero soldato semplice nella guerra punica o questore nella stessa guerra o console in Spagna o, quattro anni dopo, di quando ho combattuto strenuamente alle Termopili come tribuno militare sotto il console Manlio Acilio Glabrione, nonostante ci\u00f2, come vedete, la vecchiaia non mi ha tolto il nerbo, non mi ha messo a terra, e non lamentano l&#8217;assenza delle mie forze il senato, i rostri, i clienti, gli ospiti. Mai, infatti, ho approvato l&#8217;antico e lodato proverbio che consiglia di invecchiare prematuramente se si voglia restare vecchi a lungo; per quanto mi riguarda, preferirei esser vecchio meno a lungo che diventarlo prima del tempo. E cos\u00ec, finora, nessuno che abbia voluto un appuntamento con me non \u00e8 stato ricevuto perch\u00e9 ero occupato.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>33<\/strong> Ma ho meno forze di ciascuno di voi due. &#8211; Neppure voi, per\u00f2, avete le forze del centurione Tito Ponzio: averle, lo rende superiore? L&#8217;importante \u00e8 che ciascuno usi le forze con moderazione e si sforzi quel tanto che pu\u00f2: non ne sentir\u00e0 cos\u00ec una grande mancanza. Si racconta che Milone abbia attraversato lo stadio di Olimpia con un bue sulle spalle. Ebbene, preferiresti avere le forze fisiche di Milone o le forze intellettuali di Pitagora? Insomma, usa questa risorsa finch\u00e9 c&#8217;\u00e8, quando non ci sar\u00e0 pi\u00f9 non rimpiangerla, a meno che i giovani non debbano rimpiangere l&#8217;infanzia e, pi\u00f9 avanti negli anni, la giovinezza. La vita ha un corso determinato, la natura segue una via unica e questa \u00e8 semplice; ogni fase dell&#8217;esistenza ha ricevuto una fisionomia tale che la fragilit\u00e0 dei bambini, la spavalderia dei giovani, la seriet\u00e0 dell&#8217;et\u00e0 adulta e la maturit\u00e0 della vecchiaia corrispondono a una predisposizione naturale da cogliersi a tempo opportuno. <strong>34<\/strong> Credo che tu sappia, Scipione, cosa fa oggi a novant&#8217;anni Massinissa, ospite di tuo nonno: quando inizia un viaggio a piedi non sale mai a cavallo, quando invece lo inizia a cavallo non smonta mai; non c&#8217;\u00e8 pioggia, non c&#8217;\u00e8 vento che lo inducano a coprirsi il capo; il suo fisico \u00e8 asciuttissimo; in questo modo adempie a tutti i doveri e gli obblighi di un re. L&#8217;esercizio e la temperanza permettono dunque di conservare parte dell&#8217;antica forza anche da vecchi.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>XI<\/strong> Non ci sono forze in vecchiaia? &#8211; Ma dalla vecchiaia non si richiede neppure la forza fisica! Tant&#8217;\u00e8 vero che le leggi e le consuetudini dispensano la nostra et\u00e0 da quei compiti non assolvibili senza vigore fisico. Cos\u00ec non solo non siamo tenuti a fare ci\u00f2 che non possiamo, ma nemmeno quel tanto che potremmo.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>35<\/strong> Molti vecchi, per\u00f2, sono cos\u00ec deboli da non poter attendere a nessun compito imposto dal dovere o addirittura dalla vita. S\u00ec, ma non \u00e8 un difetto tipico della vecchiaia quanto in generale della salute. Com&#8217;era debole il figlio di Publio Africano, tuo padre adottivo! Che salute cagionevole o addirittura inesistente! In caso contrario si sarebbe levato come secondo faro della citt\u00e0: alla grandezza d&#8217;animo paterna, infatti, si aggiungeva una cultura pi\u00f9 ricca. Allora, che c&#8217;\u00e8 di strano se talvolta i vecchi sono malati quando neppure i giovani possono evitarlo? Bisogna affrontare la vecchiaia con coraggio, cari Lelio e Scipione, e compensare i suoi difetti con le cure, bisogna combattere contro di essa come contro una malattia, aver riguardo della salute, <strong>36<\/strong> praticare esercizi con moderazione, mangiare e bere quel tanto da ricostituire le energie, non da schiacciarle. Non bisogna provvedere solo al corpo, ma molto di pi\u00f9 alla mente e all&#8217;animo: come se in una lampada non versassi pi\u00f9 olio, la vecchiaia li spegne; ma mentre il corpo per lo sforzo degli esercizi si sente pesante, l&#8217;animo esercitandosi si fa pi\u00f9 leggero. Quando Cecilio dice \u00abstupidi vecchi da commedia\u00bb intende i creduloni, gli smemorati, gli scapestrati; e questi non son difetti di ogni vecchiaia, ma di una vecchiaia inerte, imbelle e sonnacchiosa. Come l&#8217;insolenza, come il piacere dei sensi \u00e8 pi\u00f9 dei giovani che dei vecchi, e non di tutti i giovani ma di quelli che non sono perbene, cos\u00ec la demenza senile chiamata di solito rimbambimento \u00e8 dei vecchi poveri di spirito, non di tutti. <strong>37<\/strong> Quattro figli nel fiore degli anni, cinque figlie, una grande casa, una numerosa clientela: ecco su chi dominava Appio Claudio, ed era cieco e vecchio. Teneva infatti l&#8217;animo teso come un arco e non soccombeva alla vecchiaia cedendo all&#8217;inerzia. Conservava non solo l&#8217;autorit\u00e0, ma anche il comando sui suoi; i servi lo temevano, i figli lo rispettavano, tutti lo avevano caro; in quella casa vigeva la tradizione e la disciplina dei Padri. <strong>38<\/strong> La vecchiaia \u00e8 infatti rispettata soltanto se sa difendersi da sola, se mantiene inalterati i propri diritti, se non si rende schiava di nessuno, se sino all&#8217;ultimo respiro esercita il dominio sui suoi. Come infatti approvo il giovane in cui ci sia qualcosa di senile, cos\u00ec il vecchio in cui ci sia qualcosa di giovanile; chi si attiene a tale norma potr\u00e0 essere vecchio di corpo, ma non lo sar\u00e0 mai di spirito.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Sto lavorando al settimo libro delle <em>Origini<\/em>, sto raccogliendo tutti i documenti storici e proprio ora do l&#8217;ultimo ritocco alle orazioni di tutte le cause famose che ho difeso, mi occupo di diritto augurale, pontificale e civile, dedico molto tempo anche alle lettere greche e, come i Pitagorici, per esercitare la memoria, ricordo di sera ci\u00f2 che ho detto, ascoltato, fatto ogni giorno. Questi sono gli esercizi dell&#8217;intelligenza, questa la palestra della mente, in questi sudo e mi sforzo senza sentire una grande mancanza del vigore fisico. Assisto gli amici, vado spesso in senato, di mia iniziativa vi porto idee meditate a fondo e a lungo e le difendo con le forze dell&#8217;animo, non del corpo. Se non riuscissi ad adempiere a tutto ci\u00f2, troverei ugualmente conforto nel mio caro divano dove farei rivivere con il pensiero quelle attivit\u00e0 per me non pi\u00f9 accessibili; ma a renderle accessibili contribuisce la mia vita passata: chi infatti dedica tutta l&#8217;esistenza a studi e a fatiche di questo genere, non avverte l&#8217;insinuarsi della vecchiaia. Cos\u00ec, a poco a poco e senza farsene accorgere, la vita invecchia, non si interrompe di colpo, ma si spegne col tempo.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>XII 39<\/strong> Segue la terza critica: la vecchiaia, dicono, \u00e8 priva dei piaceri dei sensi. O magnifico dono dell&#8217;et\u00e0 se ci strappa il male pi\u00f9 dannoso della giovinezza! Ascoltate, nobili giovani, le antiche parole di Archita di Taranto, uomo tra i pi\u00f9 grandi ed eminenti, parole che mi furono riferite quando, da giovane, mi trovavo a Taranto con Quinto Massimo. La natura non ha dato agli uomini peste pi\u00f9 esiziale del piacere sensuale, diceva Archita, e le voglie, ingorde di tal piacere e sfrenate, si lanciano ciecamente a conquistarlo. <strong>40<\/strong> Da qui i tradimenti della patria, da qui i colpi di stato, da qui nascono le collusioni segrete con il nemico, insomma, non c&#8217;\u00e8 delitto, non c&#8217;\u00e8 crimine che la brama del piacere non spinga a commettere; e poi stupri, adulteri e ogni infamia del genere non sono provocati da altro incitamento se non dal piacere dei sensi. Se \u00e8 vero che la natura o un dio non ha dato all&#8217;uomo niente di pi\u00f9 bello dell&#8217;intelligenza, \u00e8 altresi vero che niente, come il piacere, \u00e8 nemico di questo munifico dono divino. <strong>41<\/strong> Infatti, dove domina la passione non c&#8217;\u00e8 posto per la temperanza e nel regno del piacere non pu\u00f2 certo resistere la virt\u00f9. Per rendere il concetto pi\u00f9 comprensibile, consigliava di immaginare un uomo eccitato dal piacere sensuale pi\u00f9 grande che si possa provare: secondo Archita, nessuno avrebbe dubitato che costui, finch\u00e9 fosse immerso in un godere cos\u00ec intenso, potesse pensare, giudicare, intendere qualcosa. Perci\u00f2 nulla \u00e8 cos\u00ec detestabile e pestilenziale come il piacere, se \u00e8 vero che, quanto pi\u00f9 \u00e8 intenso e prolungato, tanto pi\u00f9 spegne ogni lume della ragione. Queste le parole di Archita al sannita Caio Ponzio, padre di colui che sconfisse i consoli Spurio Postumio e Tito Veturio nella battaglia di Caudio, e Nearco di Taranto, mio ospite e incrollabile amico del popolo romano, diceva di averle apprese dai suoi vecchi; avrebbe assistito alla conversazione l&#8217;ateniese Platone che, come mi risulta, si era recato a Taranto all&#8217;epoca del consolato di Lucio Camillo e Appio Claudio.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>42<\/strong> Cosa si propone questo racconto? Vuole farvi capire che, se non fossimo in grado di respingere il piacere con la ragione e la saggezza, molto dovremmo esser grati alla vecchiaia capace di non farci desiderare quel che non si deve. Il piacere, infatti, ostacola la capacit\u00e0 di giudizio, \u00e8 nemico della ragione, abbaglia, per cos\u00ec dire, gli occhi della mente e non ha niente a che vedere con la virt\u00f9. A malincuore feci espellere dal senato, sette anni dopo il suo consolato, Lucio Flaminino, fratello del valorosissimo Tito Flaminino, ma credetti mio dovere bollarne la dissolutezza. Quando si trovava in Gallia come console, durante un banchetto si lasci\u00f2 persuadere dalle preghiere di una prostituta a giustiziare personalmente uno dei prigionieri che erano condannati a morte. Finch\u00e9 fu censore suo fratello Tito &#8211; che esercit\u00f2 tale carica subito prima di me &#8211; se la cav\u00f2; ma n\u00e9 io n\u00e9 Flacco potemmo ammettere in alcun modo una dissolutezza tanto scandalosa e depravata, che associava alla vergogna privata il disonore della carica.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>XIII 43<\/strong> Spesso ho sentito dire dai pi\u00f9 anziani, i quali lo avrebbero appreso nella loro infanzia dai loro vecchi, che Caio Fabrizio non finiva di meravigliarsi del discorso che, all&#8217;epoca della sua ambasceria presso il re Pirro, aveva sentito dal tessalo Cinea: ad Atene viveva un tale che si professava saggio e nonostante ci\u00f2 sosteneva che tutte le nostre azioni devono tendere al piacere. Alle parole di Fabrizio, Manlio Curio e Tiberio Coruncanio si auguravano che i Sanniti e lo stesso Pirro si persuadessero di tale teoria perch\u00e9 sarebbe stato pi\u00f9 facile vincerli se si fossero dati ai piaceri. Manlio Curio era stato compagno di Publio Decio, l&#8217;uomo che, quando era console per la quarta volta, cinque anni prima del consolato di Curio, si era sacrificato per la patria. Lo aveva conosciuto anche Fabrizio, lo aveva conosciuto Coruncanio. Entrambi, a giudicare sia dalla loro vita sia dal gesto del Decio di cui parlo, credevano fermamente nell&#8217;esistenza di qualcosa di bello e nobile per natura, tale da essere ricercato per il suo valore intrinseco ed essere seguito da tutti i migliori nel disprezzo e nella condanna del piacere. <strong>44<\/strong> Perch\u00e9 insisto tanto sul piacere? Perch\u00e9 la vecchiaia, lungi dal meritare rimproveri, \u00e8 degna invece della massima lode in quanto non sente molto la mancanza di nessun piacere. Ignora i festini, le tavole imbandite e le coppe una dietro l&#8217;altra; ignora perci\u00f2 l&#8217;ubriachezza, le indigestioni e i sonni agitati.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Ma se bisogna concedere qualcosa al piacere, ch\u00e9 non resistiamo facilmente alle sue tentazioni, &#8211; Platone lo definisce in modo divino \u00abesca dei mali\u00bb proprio perch\u00e9 gli uomini vi abboccano come pesci &#8211; la vecchiaia, pur ignorando i bagordi, pu\u00f2 sempre godere di conviti moderati. Da bambino vedevo spesso tornarsene da cena il vecchio Caio Duilio, figlio di Marco, il primo a sconfiggere i Cartaginesi sul mare: gli procuravano diletto una torcia di cera e un suonatore di flauto, lusso che, ormai privato cittadino, si era preso senza precedenti.Tanta libert\u00e0 gli concedeva la gloria! Ma perch\u00e9 parlare degli altri? <strong>45<\/strong> Ritorno subito a me. In primo luogo ho sempre avuto compagni di sodalizio; i sodalizi si costituirono durante la mia questura quando fu introdotto il culto ideo della <em>Gran Madre. <\/em>Banchettavo, dunque, con i miei compagni con moderazione, \u00e8 vero, ma si faceva sentire un certo ardore giovanile; col passare degli anni, poi, di giorno in giorno tutto si calma. E infatti misuravo il diletto di questi conviti non tanto dal piacere dei sensi quanto dalla compagnia e dal conversare tra amici. Bene i nostri antenati chiamarono \u00abcon-vivio\u00bb lo stare insieme degli amici a banchetto poich\u00e9 comporta una comunione di vita, meglio dei Greci che lo definiscono ora \u00abbere in compagnia\u00bb ora \u00abmangiare in compagnia\u00bb, mostrando cos\u00ec di apprezzare di pi\u00f9 ci\u00f2 che, in questi casi, vale molto di meno. <strong>XIV 46<\/strong> In realt\u00e0, proprio per il piacere della conversazione amo anche i lunghi banchetti e non solamente in compagnia dei miei coetanei &#8211; ormai ne restano ben pochi -, ma anche delle persone della vostra et\u00e0 e di voi, e sono molto riconoscente alla vecchiaia di aver accresciuto in me il desiderio di conversare e di aver eliminato quello di mangiare e bere. Se poi c&#8217;\u00e8 chi si diverte anche a mangiare e bere &#8211; non si pensi che ho dichiarato, senza mezzi termini, guerra al piacere, di cui forse esiste un limite naturale &#8211; credo che la vecchiaia, anche nei confronti di simili piaceri, non sia insensibile. A me, anzi, piacciono i magisteri conviviali, istituiti dagli antenati, e quel conversare con le coppe in mano che, secondo tradizione, parte dall&#8217;ospite d&#8217;onore, e mi piacciono le coppe, come nel <em>Simposio<\/em> di Senofonte, \u00abpiccole e stillanti\u00bb, e il fresco d&#8217;estate e, al contrario, il sole o il fuoco d&#8217;inverno, tutte soddisfazioni che ho l&#8217;abitudine di prendermi in Sabina dove, ogni giorno, riempio di vicini il convito che prolunghiamo, pi\u00f9 che si pu\u00f2, sino a notte fonda con discorsi di vario genere.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>47<\/strong> Nei vecchi, per\u00f2, quel \u00abtitillamento\u00bb dei piaceri non \u00e8 un granch\u00e9. &#8211; \u00c8 vero, ma non ne sentono neppure la mancanza: del resto non pesa quel che non si rimpiange. Bene rispose Sofocle a chi gli chiedeva se, alla sua et\u00e0, godesse ancora dei piaceri di Venere: \u00abGli d\u00e8i me ne guardino!\u00bb esclam\u00f2. \u00abSono felice di esserne scampato come a un padrone zotico e furioso.\u00bb Per chi desidera simili cose, risulta forse odioso e pesante esserne privo, ma per chi se ne \u00e8 tolto completamente la voglia \u00e8 pi\u00f9 piacevole esserne privo che goderne. Tuttavia non si pu\u00f2 dire che ne sia privo chi non ne sente la mancanza. Quindi, sostengo, il non sentir mancanza \u00e8 condizione pi\u00f9 piacevole. <strong>48<\/strong> Se la verde et\u00e0 gusta di pi\u00f9 questi piaceri, primo gode di inezie, come ho detto, secondo gode di cose di cui la vecchiaia, pur non avendone in eccesso, non \u00e8 priva del tutto. Come chi siede in prima fila si diverte di pi\u00f9 allo spettacolo di Turpione Ambivio, ma si diverte anche chi siede in ultima, cos\u00ec la giovinezza, che guarda i piaceri da vicino, gode pi\u00f9 intensamente, ma anche la vecchiaia, che li contempla da lontano, si diletta quanto basta.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>49<\/strong> Invece com&#8217;\u00e8 prezioso per l&#8217;animo che ha preso congedo, per cos\u00ec dire, dal piacere dei sensi, dall&#8217;ambizione, dalle rivalit\u00e0, dalle inimicizie, da tutte le passioni, starsene con se stesso e, come si dice, vivere con se stesso! Se poi trova, diciamo cos\u00ec, di che alimentarsi nello studio e nella cultura, niente \u00e8 pi\u00f9 piacevole di una vecchiaia libera da impegni. Vedevamo Caio Galo, amico di tuo padre, Scipione, struggersi nello sforzo di misurare quasi il cielo e la terra. Quante volte la luce del giorno lo sorprese a tracciare disegni iniziati di notte, quante volte la notte quando aveva iniziato al mattino! Come gli piaceva predirci con largo anticipo le eclissi di sole e di luna! <strong>50<\/strong> E non \u00e8 lo stesso per interessi pi\u00f9 leggeri, ma pur sempre profondi? Che gioia provava Nevio per la sua <em>Guerra Punica<\/em>! Che gioia Plauto per il <em>Truculento <\/em>e per lo <em>Pseudolo!<\/em> Ho visto anche Livio, ormai vecchio: allest\u00ec un dramma sei anni prima della mia nascita, quando erano consoli Centone e Tuditano, e visse sino alla mia giovinezza. E la passione per il diritto pontificale e civile mostrata da Publio Licinio Crasso o dal nostro Publio Scipione, eletto pontefice massimo proprio in questi giorni? Tutti gli uomini che ho ricordato li abbiamo visti, da vecchi, accendersi per queste attivit\u00e0. Prendiamo Marco Cetego, a ragione definito da Ennio \u00abmidollo della Persuasione\u00bb, con che passione lo vedevamo esercitarsi nell&#8217;eloquenza anche da vecchio! E allora, quali piaceri procurati da festini, giochi e prostitute sono paragonabili a questi piaceri? Voglio dire, appunto, all&#8217;amore del sapere che cresce di pari passo con l&#8217;et\u00e0 nelle persone di senno e di cultura? Ecco perch\u00e9 \u00e8 degno di lode il versetto, che ho gi\u00e0 citato, in cui Solone afferma di invecchiare imparando ogni giorno molte cose. Non pu\u00f2 esistere piacere pi\u00f9 grande di quello intellettuale.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>XV 51<\/strong> Vengo ora ai piaceri dei contadini, per me fonte di incredibile diletto, piaceri che, per nulla ostacolati dalla vecchiaia, mi sembrano particolarmente conformi alla vita del saggio. I contadini hanno un conto aperto con la terra che mai ricusa il loro dominio e mai restituisce senza interessi il capitale ricevuto, ma lo rende talvolta a un tasso minore, per lo pi\u00f9 maggiore. \u00c8 vero che mi delizia non solo il profitto, ma anche la forza e l&#8217;essenza della terra stessa: quando ha accolto nel suo grembo ammorbidito e smosso il seme gettato, prima lo racchiude al buio, come accecato, da cui <em>occatio <\/em>\u00e8 detta l&#8217;operazione dell&#8217;erpicatura, poi, scaldatolo col suo fiato e con il suo abbraccio, lo dilata e fa germogliare da esso un qualcosa di verde, un&#8217;erbetta che, salda sulle fibre delle radici, cresce poco a poco e, ergendosi sullo stelo nodoso, \u00e8 stretta in pellicole come se giungesse a pubert\u00e0; quando se ne libera, dischiude un frutto disposto a mo&#8217; di spiga e contro le beccate degli uccelli pi\u00f9 piccoli si difende con il baluardo delle reste. <strong>52<\/strong> E dovrei ricordare come nasce, si pianta e cresce la vite? Non posso saziarmi di questo piacere &#8211; ve lo dico perch\u00e9 conosciate la pace e il divertimento della mia vecchiaia -: non parler\u00f2 della forza intrinseca di tutti i prodotti della terra, forza capace di generare tronchi e rami cos\u00ec grandi da un cos\u00ec piccolo grano di fico o dal vinacciolo del chicco d&#8217;uva o dai minuscoli semi delle altre piante e alberi; magliuoli, talee, tralci, barbatelle, polloni non riempiono chiunque di piacere e di ammirazione? Prendiamo la vite che per natura tende a cadere e, se non viene sostenuta, si abbatte a terra, ebbene, per reggersi, si intreccia con i suoi viticci, come fossero mani, a tutto ci\u00f2 che trova; se poi serpeggia in un tortuoso ed erratico propagarsi, l&#8217;agricoltore, potandola col falcetto, la frena per impedirle di metter su una foresta di tralci e di spandersi troppo in ogni direzione. <strong>53<\/strong> E cos\u00ec, all&#8217;inizio della primavera, nelle parti risparmiate spunta, quasi alle giunture dei tralci, la cosiddetta gemma da cui nascendo si mostra il grappolo che, ingrossandosi con l&#8217;umore della terra e il calore del sole, dapprima \u00e8 molto aspro al gusto poi, con la maturazione, si addolcisce; rivestito di pampini, non manca del giusto calore e al tempo stesso si difende dall&#8217;eccessiva vampa del sole. Cosa pu\u00f2 essere pi\u00f9 ricco di profitto, cosa pi\u00f9 bello a vedersi di questa pianta? Della vite non solo l&#8217;utilit\u00e0, come ho gi\u00e0 detto, ma anche la semplice coltivazione e la natura mi danno gioia: e poi le file dei pali di sostegno, fissarne le cime, legare e propagginare le viti, potare alcuni tralci, come ho detto, lasciar crescere gli altri. Perch\u00e9 dovrei ricordare irrigazioni, sterri e rivangature dei campi con cui si accresce la fertilit\u00e0 del suolo? Perch\u00e9 dovrei trattare dell&#8217;utilit\u00e0 della concimazione? <strong>54<\/strong> Ne ho parlato nel libro che ho scritto sull&#8217;agricoltura; il dotto Esiodo non ne ha fatto parola scrivendo sulla coltivazione dei campi, ma Omero, vissuto, credo, molte generazioni prima, rappresenta Laerte intento a coltivare e concimare il suo campo per tentare di lenire il dolore dovuto alla mancanza del figlio. La campagna, del resto, non solo \u00e8 rigogliosa di messi, prati, vigneti e alberi, ma anche di giardini, frutteti, pascoli per il bestiame, sciami di api e ogni variet\u00e0 di fiori. E al piacere di piantare si aggiunge quello di innestare, l&#8217;invenzione pi\u00f9 ingegnosa dell&#8217;agricoltura. <strong>XVI 55<\/strong> Potrei proseguire parlando delle numerosissime gioie della campagna; credo per\u00f2 di essermi dilungato troppo. Vorrete con tutto ci\u00f2 perdonarmi: mi sono lasciato prendere dalla passione per la vita contadina e poi la vecchiaia \u00e8 per costituzione una buona chiacchierona &#8211; lo confesso perch\u00e9 non sembri che la scuso di ogni difetto.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Ecco perch\u00e9 Manlio Curio, dopo aver trionfato sui Sanniti, sui Sabini e su Pirro, scelse per i suoi ultimi anni questo stile di vita. E quando contemplo la sua villa, che non dista molto dalla mia, non mi stanco mai di ammirare la continenza dell&#8217;uomo e la severit\u00e0 dei tempi. Curio sedeva al focolare quando vennero i Sanniti a portargli una gran quantit\u00e0 d&#8217;oro. Li cacci\u00f2 via perch\u00e9, disse, non gli sembrava onesto possedere l&#8217;oro, ma comandare su chi ne possedeva. <strong>56<\/strong> Un animo cos\u00ec grande poteva forse non rendergli piacevole la vecchiaia? Ma vengo ai contadini per non allontanarmi da me stesso. In quel tempo i senatori, cio\u00e8 dei vecchi, passavano la vita in campagna se \u00e8 vero che Lucio Quinzio Cincinnato stava arando quando ricevette la notizia della sua nomina a dittatore; per ordine di Cincinnato, dittatore, il comandante della cavalleria Caio Servilio Ahala prevenne il complotto di Spurio Melio che aspirava alla tirannide e lo uccise. Curio e gli altri vecchi venivano convocati in senato dalle loro case di campagna; per cui furono detti \u00abcorrieri\u00bb i messi che li andavano a chiamare. Allora, era forse da compatire la vecchiaia di uomini che passavano il tempo a coltivar la terra? Personalmente, dubito che esista vecchiaia pi\u00f9 felice: non solo per la funzione che svolge, in quanto l&#8217;agricoltura \u00e8 utile a tutto il genere umano, ma anche perch\u00e9 procura il diletto, di cui ho parlato, e la profusione di tutto quel che serve al sostentamento degli uomini e anche al culto degli d\u00e8i e, dal momento che alcuni non riescono proprio a fare a meno di questi beni, eccoci riconciliati con il piacere. In realt\u00e0, un padrone abile e attivo ha sempre rifornite la cantina, l&#8217;orciaia e la dispensa, tutta la sua villa \u00e8 ricca e ha in abbondanza maiali, capretti, agnelli, galline, latte, formaggio e miele. E poi c&#8217;\u00e8 l&#8217;orto che i contadini stessi chiamano seconda dispensa. A rendere pi\u00f9 piacevole questa vita anche nel tempo libero contribuisce la caccia agli uccelli e all&#8217;altra selvaggina. <strong>57<\/strong> E dovrei ricordare ancora il verde dei prati, le file degli alberi, la bellezza delle vigne o degli oliveti? Taglier\u00f2 corto: niente pu\u00f2 essere pi\u00f9 ricco di profitto o pi\u00f9 bello a vedersi di un campo ben coltivato. E a goderne, la vecchiaia non solo non \u00e8 un ostacolo, ma anzi uno stimolo e un incitamento: dove, infatti, questa et\u00e0 pu\u00f2 scaldarsi meglio al sole o al fuoco, oppure, viceversa, prendere il fresco salutare dell&#8217;ombra o dell&#8217;acqua? <strong>58<\/strong> I giovani si tengano pure armi, cavalli, lance, clava e palla, cacce e corse; a noi vecchi lascino, tra molti giochi, gli astragali e i dadi, e dei due quelli che vogliono, perch\u00e9 la vecchiaia non ne ha bisogno per essere felice.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>XVII 59<\/strong> I libri di Senofonte sono utilissimi sotto molti aspetti: leggeteli con attenzione, vi prego, come state gi\u00e0 facendo. Con quanti argomenti loda l&#8217;agricoltura nel libro relativo all&#8217;amministrazione del patrimonio intitolato <em>Economico<\/em>! E, perch\u00e9 capiate che nulla gli sembrava degno di un re quanto l&#8217;agricoltura, Socrate, in quel libro, racconta a Critobulo un episodio. Quando lo spartano Lisandro, uomo di eccezionale valore, si rec\u00f2 a Sardi a portare a Ciro i doni degli alleati, Ciro il giovane, re dei Persiani di straordinaria intelligenza e gloria militare, lo tratt\u00f2 con grande affabilit\u00e0 e cortesia e, tra le altre cose, gli mostr\u00f2 un parco coltivato con cura. Lisandro apprezzava molto l&#8217;altezza degli alberi, la loro disposizione a scacchiera, la terra lavorata e ripulita, la soavit\u00e0 dei profumi che esalavano dai fiori e disse di ammirare non solo la cura ma anche la maestria dell&#8217;uomo che aveva disegnato e disposto ogni cosa. Ciro rispose: \u00abMa sono stato io a disegnare tutto! Mie sono le file, mia la disposizione, addirittura molti di questi alberi li ho piantati di mia mano\u00bb. Al che Lisandro guard\u00f2 la porpora, l&#8217;eleganza della persona e l&#8217;abbigliamento persiano, prezioso di oro e gemme, ed esclam\u00f2: \u00abHanno ragione, Ciro, a dirti felice, perch\u00e9 la tua fortuna si congiunge alla virt\u00f9.\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>60<\/strong> Questa \u00e8 dunque la fortuna di cui possono godere i vecchi; l&#8217;et\u00e0 non ci impedisce di conservare sino all&#8217;ultima ora della vecchiaia il gusto di svolgere altre attivit\u00e0 e soprattutto l&#8217;agricoltura. Sappiamo che Marco Valerio Corvino continu\u00f2 a occuparsene sino a cento anni vivendo nei campi e coltivandoli in et\u00e0 gi\u00e0 avanzata; tra il suo primo e il suo sesto consolato trascorsero quarantasei anni; cos\u00ec, tutto lo spazio di tempo fissato dai nostri antenati per raggiungere l&#8217;inizio della vecchiaia fu da lui impiegato nella carriera politica; e l&#8217;ultimo periodo della sua esistenza fu pi\u00f9 felice di quello di mezzo perch\u00e9 maggiore era la sua autorit\u00e0, ma minori gli impegni gravosi. Il coronamento della vecchiaia \u00e8 proprio l&#8217;autorit\u00e0.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>61<\/strong> Quanta ne aveva Lucio Cecilio Metello, quanta Aulo Attilio Calatino a cui \u00e8 dedicato l&#8217;epitaffio:<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">\u00abI pi\u00f9 convengono nel dire che<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">quest&#8217;uomo fu il primo del suo popolo.\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Conoscete tutti il carme inciso sul sepolcro. Era a buon diritto influente, dunque, uno sui cui meriti l&#8217;opinione pubblica concordava. Che uomo abbiamo visto, poco tempo fa, in Publio Crasso, il pontefice massimo, che uomo, dopo, in Marco Lepido, investito dello stesso sacerdozio! Che dire di Paolo o dell&#8217;Africano o, come ho gi\u00e0 fatto prima, di Massimo? La loro autorit\u00e0 si manifestava non solo nella parola, ma anche in un cenno. La vecchiaia, specie di chi ha ricoperto cariche pubbliche, ha un&#8217;autorit\u00e0 cos\u00ec grande da superare tutti i piaceri della giovinezza. <strong>XVIII 62<\/strong> Ricordatevi per\u00f2 che, in tutto il mio discorso, intendo lodare solo la vecchiaia che poggia sulle fondamenta della giovinezza. Ne consegue che, come ho avuto occasione di dire con il consenso di tutti, la vecchiaia costretta a difendersi a parole \u00e8 infelice; non sono i capelli bianchi o le rughe che riescono a conquistare di colpo l&#8217;autorit\u00e0, ma \u00e8 la vita passata, vissuta con onore, a raccogliere alla fine i frutti dell&#8217;autorit\u00e0. <strong>63<\/strong> Sono infatti un&#8217;attestazione di rispetto gesti in apparenza insignificanti e comuni come ricevere il saluto, essere cercati, vedere che ti cedono il passo o che si alzano in piedi, essere accompagnati e riaccompagnati, essere consultati, abitudini che da noi e in altri paesi si osservano con tanto pi\u00f9 riguardo quanto pi\u00f9 i costumi sono giusti. Dicono che lo spartano Lisandro, di cui ho appena fatto menzione, ripetesse che Sparta era la pi\u00f9 nobile dimora degli anziani: in nessun altro paese, infatti, si d\u00e0 tanta importanza all&#8217;et\u00e0, in nessun altro paese la vecchiaia riceve pi\u00f9 onori. Anzi, a proposito, si tramanda un episodio. Ad Atene, in occasione dei giochi, un uomo di una certa et\u00e0 era entrato nel teatro gremito di folla, ma i suoi concittadini non gli lasciarono il posto in nessun settore. Quando si avvicin\u00f2 agli Spartani, che, in qualit\u00e0 di ambasciatori, sedevano in posti riservati, si alzarono tutti, cos\u00ec si racconta, e lo fecero sedere tra di loro. <strong>64<\/strong> Tutto il pubblico decret\u00f2 loro un lungo applauso. Allora uno Spartano disse che gli Ateniesi sapevano quel che era bene, ma non lo volevano fare. Nel vostro collegio vigono molte e nobili consuetudini, ma la migliore, e fa al caso nostro, \u00e8 questa: si ha diritto di precedenza nel voto in base all&#8217;et\u00e0 e gli \u00e0uguri pi\u00f9 anziani non solo hanno la priorit\u00e0 rispetto a chi ricopre magistrature pi\u00f9 alte, ma anche rispetto a chi detiene il potere supremo. E allora, quali piaceri del corpo si possono paragonare ai privilegi dell&#8217;autorit\u00e0? Chi ne ha goduto magnificamente, secondo me ha recitato bene sino alla fine la propria parte sulla scena della vita senza fare fiasco all&#8217;ultimo atto come un guitto inesperto.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>65<\/strong> Ma i vecchi sono intrattabili, inquieti, irascibili e difficili; a dire il vero, anche avari. &#8211; S\u00ec, ma si tratta di difetti del carattere, non della vecchiaia. E poi l&#8217;intrattabilit\u00e0 e le altre mancanze di cui ho parlato hanno una scusa, non voglio dire legittima, ma almeno in un certo senso ammissibile: i vecchi si sentono trascurati, guardati dall&#8217;alto in basso, presi in giro; aggiungiamo che ogni offesa risulta insopportabile in un corpo fragile. Tutti questi difetti, per\u00f2, si attenuano vuoi con le buone abitudini vuoi con l&#8217;educazione. Come nella vita, lo si pu\u00f2 vedere in teatro nei fratelli che sono protagonisti degli <em>Adelfi<\/em>: quanta asprezza in uno e quanta gentilezza nell&#8217;altro! Cos\u00ec vanno le cose: come non tutti i vini, non tutti i caratteri inacidiscono col tempo. Approvo la severit\u00e0 nei vecchi, ma in giusta misura, come in ogni situazione; l&#8217;asprezza nient&#8217;affatto. <strong>66<\/strong> Quanto all&#8217;avarizia senile non capisco a cosa miri: ci pu\u00f2 essere comportamento pi\u00f9 assurdo che voler aumentare le provviste da viaggio quando si \u00e8 quasi arrivati?<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>XIX<\/strong> Rimane il quarto motivo che, pi\u00f9 degli altri, sembra angosciare e tenere in affanno la nostra et\u00e0: l&#8217;avvicinarsi della morte, che certamente non \u00e8 lontana dalla vecchiaia. Infelice il vecchio che, in un&#8217;esistenza tanto lunga, non \u00e8 riuscito a capire che la morte va disprezzata! Bisogna tenerla in nessun conto, se porta all&#8217;annientamento dell&#8217;anima, o addirittura desiderarla, se conduce l&#8217;anima in un luogo di vita eterna. \u00c8 proprio impossibile trovare una terza possibilit\u00e0. <strong>67<\/strong> Allora, perch\u00e9 dovrei temere se, dopo morto, non sar\u00f2 infelice o se sar\u00f2 persino beato? E poi chi \u00e8 cos\u00ec folle, per quanto giovane sia, da avere l&#8217;assoluta certezza di vivere sino a sera? Anzi, \u00e8 proprio la giovinezza a essere esposta al pericolo di morire molto pi\u00f9 della vecchiaia: i ragazzi contraggono malattie pi\u00f9 facilmente, si ammalano in modo pi\u00f9 grave, vengono curati con maggior difficolt\u00e0; quindi in pochi arrivano alla vecchiaia. Se cos\u00ec non fosse, si vivrebbe meglio e con pi\u00f9 saggezza, perch\u00e9 riflessione, ragione e buon senso sono prerogative dei vecchi e senza i vecchi non sarebbe mai esistito lo stato. Ma ritorno alla morte incombente: perch\u00e9 farne un capo d&#8217;accusa della vecchiaia quando vedete che la condivide con la giovinezza? <strong>68<\/strong> Ho capito con la perdita del mio ottimo figlio e tu, Scipione, con la morte dei tuoi fratelli destinati agli onori pi\u00f9 alti, che la morte \u00e8 comune a ogni et\u00e0.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Ma il giovane spera di vivere a lungo, mentre il vecchio non pu\u00f2 sperare la stessa cosa. &#8211; Folle speranza, la sua: cosa c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9 stupido di prendere l&#8217;incerto per certo, il falso per vero? &#8211; Ma il vecchio non ha nemmeno di che sperare. Ecco perch\u00e9 si trova in una condizione migliore del giovane! Quel che il giovane spera, lui lo ha gi\u00e0 ottenuto; il giovane vuole vivere a lungo, lui ha vissuto a lungo. <strong>69<\/strong> Anche se, o buon dio, cosa significa \u00aba lungo\u00bb nella natura umana? Prendi l&#8217;esistenza pi\u00f9 lunga che ci sia, aspettiamoci di vivere quanto il re dei Tartessi &#8211; a Cadice ci fu un certo Argantonio che, come leggo, regn\u00f2 ottant&#8217;anni e ne visse centoventi -; non mi sembra per\u00f2 nemmeno duraturo quel che presenta una fine. Quando la fine arriva, allora il passato \u00e8 volato via; rimane solo quanto hai conseguito con la virt\u00f9 e le azioni giuste. Se ne vanno le ore, i giorni, i mesi, gli anni: non torna pi\u00f9 indietro il tempo passato ed \u00e8 impossibile conoscere il futuro. Ciascuno deve accontentarsi del tempo che gli \u00e8 concesso di vivere. <strong>70<\/strong> L&#8217;attore, del resto, per aver successo, non ha bisogno di recitare il dramma sino alla fine: gli basta suscitare l&#8217;applauso in qualunque scena appaia; cos\u00ec i saggi non devono necessariamente arrivare all&#8217;\u00abapplaudite\u00bb. Il breve tempo dell&#8217;esistenza \u00e8 lungo abbastanza per vivere bene e con dignit\u00e0; se poi si prolungasse, non bisogna affliggersi pi\u00f9 di quanto i contadini si affliggono perch\u00e9, passata la dolcezza della primavera, arriva l&#8217;estate e l&#8217;autunno. La primavera rappresenta quasi la giovinezza e mostra i frutti del domani, le altre stagioni invece sono fatte per la mietitura e la raccolta dei frutti. <strong>71<\/strong> Il frutto della vecchiaia, come ho detto pi\u00f9 volte, \u00e8 il ricordo e l&#8217;abbondanza dei beni conseguiti in passato. Tutto quel che avviene secondo natura, poi, va riposto tra i beni: e cosa c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9 naturale, per i vecchi, della morte? Anche ai giovani capita di morire, ma allora la natura si oppone alla morte con una strenua resistenza. Quando muoiono i giovani, secondo me \u00e8 come se la forza di una fiamma venisse domata da un gran getto d&#8217;acqua, ma quando muoiono i vecchi, allora \u00e8 come se un fuoco, gi\u00e0 consumato, si spegnesse da solo senza l&#8217;intervento di nessuna forza esterna. E come i frutti, se acerbi, si strappano a fatica dagli alberi, ma se sono maturi e cotti dal sole cadono da soli, cos\u00ec \u00e8 una forza esterna a strappare la vita ai giovani, ai vecchi \u00e8 la maturit\u00e0. E io amo tanto questa maturit\u00e0 che, pi\u00f9 mi avvicino alla morte, e pi\u00f9 mi sembra quasi di veder terra e di dover entrare finalmente in porto dopo lungo navigare.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>XX 72<\/strong> La vecchiaia, poi, non ha un termine preciso, e da vecchi si vive bene finch\u00e9 si possa adempiere e far fronte ai propri doveri nel disprezzo della morte. Ecco perch\u00e9 la vecchiaia \u00e8 pi\u00f9 coraggiosa della giovinezza e pi\u00f9 forte, come disse del resto Solone in risposta al tiranno Pisistrato, che gli aveva chiesto in cosa confidasse per opporsi a lui con tanta audacia: \u00abNella vecchiaia\u00bb, avrebbe risposto. Ma la fine migliore della vita si ha quando, sana la mente e attivi i sensi, \u00e8 la natura stessa a disfare l&#8217;opera che ha messo insieme. Come una nave, come un edificio vengono demoliti pi\u00f9 facilmente da chi li ha costruiti, cos\u00ec l&#8217;uomo viene disfatto meglio dalla medesima natura che lo ha composto; ogni composizione si disgrega a fatica se nuova, ma con facilit\u00e0 se antica. Per questo i vecchi non devono attaccarsi avidamente a quel breve residuo di vita, n\u00e9 abbandonarlo senza motivo. <strong>73<\/strong> Pitagora vieta che si diserti dal proprio posto di guardia nella vita senza un ordine del comandante, cio\u00e8 del dio. C&#8217;\u00e8 un distico di Solone il sapiente in cui dice di non volere una morte priva del dolore e del pianto degli amici; vuole, credo, esser caro ai suoi. Ma forse si esprime meglio Ennio:<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">\u00abNessuno mi onori con le lacrime<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">e celebri le mie esequie con il pianto.\u00bb<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"> <\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Ritiene che non si debba piangere la morte perch\u00e9 \u00e8 seguita dall&#8217;immortalit\u00e0.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>74<\/strong> Pu\u00f2 darsi che ci sia una sensazione di morire, ma dura poco, specie in un vecchio. Dopo la morte, comunque, la capacit\u00e0 di sentire o \u00e8 desiderabile o non esiste affatto. Ma si deve riflettere fin da giovani su questo: non dobbiamo preoccuparci della morte. Senza tale riflessione nessuno pu\u00f2 vivere sereno. Che si debba morire, infatti, \u00e8 sicuro, non \u00e8 sicuro se proprio oggi. Come potr\u00e0 colui che teme la morte, che incombe a ogni istante, mantenere la propria fermezza di spirito? <strong>75<\/strong> Non \u00e8 il caso di spendere, credo, troppe parole sull&#8217;argomento: mi basta ricordare non dico Lucio Bruto, che fu ucciso nel liberare la patria, non i due Deci, che spronarono i cavalli a morte volontaria, non Marco Attilio, che and\u00f2 al supplizio per non tradire la parola data al nemico, non i due Scipioni, che vollero sbarrare la strada ai Cartaginesi persino con il proprio corpo, non tuo nonno, Lucio Paolo, che nella vergogna di Canne pag\u00f2 con la morte la temerariet\u00e0 del collega, non Marco Marcello, la cui vita neppure il pi\u00f9 crudele dei nemici os\u00f2 privare dell&#8217;onore della sepoltura, ma le nostre legioni, come ho scritto nelle <em>Origini<\/em>, spesso partite con animo acceso e fiero per una meta da cui pensavano di non tornare mai pi\u00f9. Allora, quel che disprezzano i giovani, non solo ignoranti, ma anche zotici, spaventer\u00e0 dei vecchi pieni di cultura?<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>76<\/strong> In conclusione, come almeno mi sembra, la saziet\u00e0 di tutte le inclinazioni porta alla saziet\u00e0 della vita. L&#8217;infanzia ne ha di precise: le rimpiangono forse i ragazzi? Anche la giovinezza ne ha: le ricerca forse l&#8217;et\u00e0 adulta, detta di mezzo? E poi ci sono quelle dell&#8217;et\u00e0 adulta: anch&#8217;esse non si cercano pi\u00f9 in vecchiaia. Ci sono infine certe inclinazioni della vecchiaia: dunque, come tramontano le inclinazioni delle et\u00e0 precedenti, cos\u00ec tramontano anche le inclinazioni senili; arrivato questo momento, la saziet\u00e0 della vita porta con s\u00e9 il tempo maturo della morte.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">XXI 77 Non vedo perch\u00e9 dovrei tacervi la mia idea della morte dal momento che mi sembra di giudicare meglio quanto pi\u00f9 mi avvicino a essa. Credo che i vostri padri, il tuo, Scipione, e il tuo, Lelio, uomini molto in vista e miei cari amici, vivano ancora, e addirittura l&#8217;unica vita degna di chiamarsi tale. Infatti, finch\u00e9 siamo oppressi dalla prigione del corpo, adempiamo a un dovere di necessit\u00e0, a una pesante incombenza: questo perch\u00e9 l&#8217;anima, celeste, dalla sua dimora altissima \u00e8 stata sprofondata e quasi sepolta in terra, luogo contrario alla natura divina e all&#8217;eternit\u00e0. Ma, secondo me, gli d\u00e8i immortali hanno disseminato le anime nei corpi umani perch\u00e9 ci fossero dei custodi della terra che, contemplando l&#8217;ordine delle cose celesti, lo imitassero vivendo con misura e coerenza. E non solo la logica del ragionamento mi ha indotto a crederlo, ma anche la riconosciuta autorit\u00e0 dei maggiori filosofi. <strong>78<\/strong> Apprendevo che Pitagora e i pitagorici &#8211; quasi nostri conterranei, tant&#8217;\u00e8 vero che un tempo erano chiamati \u00abfilosofi italici\u00bb &#8211; non misero mai in dubbio che le nostre anime emanassero dalla mente divina universale. Mi venivano illustrati anche i discorsi sull&#8217;immortalit\u00e0 che Socrate, giudicato dall&#8217;oracolo di Apollo l&#8217;uomo pi\u00f9 saggio, fece l&#8217;ultimo giorno della sua vita. Perch\u00e9 tante parole? Ecco di cosa sono convinto, ecco come la penso: cos\u00ec grande \u00e8 la velocit\u00e0 del pensiero, cos\u00ec potente il ricordo del passato e la preveggenza del futuro, cos\u00ec numerose le arti, cos\u00ec vasto il campo delle scienze, cos\u00ec grande il numero delle invenzioni che la natura, capace di contenere tutto questo, non pu\u00f2 essere mortale. E siccome l&#8217;anima \u00e8 sempre attiva e il suo movimento non ha principio, poich\u00e9 essa si muove da s\u00e9, il movimento non avr\u00e0 neppure fine, poich\u00e9 l&#8217;anima non potr\u00e0 mai sottrarsi alla propria natura. E siccome la natura dell&#8217;anima \u00e8 semplice e non contiene mescolanza di elementi diversi per quantit\u00e0 e qualit\u00e0, non pu\u00f2 dividersi; non potendo dividersi, non pu\u00f2 morire. Ecco una grande prova del fatto che gli uomini conoscono moltissime cose prima di nascere: fin da bambini, quando imparano discipline difficili, afferrano con tanta rapidit\u00e0 un gran numero di nozioni che sembrano non acquisirle per la prima volta, ma ricordarle. Questo \u00e8, all&#8217;incirca, il pensiero di Platone.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>XXII 79<\/strong> In Senofonte, Ciro il vecchio pronuncia queste parole in punto di morte: \u00abNon pensiate, o figli carissimi, che, quando me ne sar\u00f2 andato da voi, non sar\u00f2 da nessuna parte o non esister\u00f2 pi\u00f9. Mentre ero con voi, infatti, non vedevate la mia anima, ma, sulla base delle mie azioni, pensavate che si trovasse in questo mio corpo. Dovete credere allora che sar\u00e0 sempre la stessa, anche se non la vedrete pi\u00f9. <strong>80<\/strong> Gli uomini illustri non continuerebbero a ricevere onori dopo la morte se non fossero le loro anime a rinnovare in noi il loro ricordo. Quanto a me, non sono mai riuscito a convincermi che le anime, finch\u00e9 si trovano nei corpi mortali, vivano, ma, una volta uscite, muoiano, n\u00e9 che l&#8217;anima perda il senno quando si stacca dal corpo che senno non ha, ma sono convinto che quando l&#8217;anima, liberatasi da ogni contatto fisico, incomincia a essere pura e incorrotta, allora acquisisca il senno. Inoltre, una volta che l&#8217;organismo umano si disfa con la morte, si vede bene dove si disperdono gli altri elementi: vanno tutti a finire l\u00e0 da dove sono sorti; soltanto l&#8217;anima non appare n\u00e9 quando c&#8217;\u00e8, n\u00e9 quando se n&#8217;\u00e8 andata. <strong>81<\/strong> E ancora vedete che niente assomiglia alla morte come il sonno: ebbene, l&#8217;anima di chi dorme manifesta nel modo migliore la sua natura divina: rilassata e libera, infatti, prevede molte cose future. Da ci\u00f2 si capisce come sar\u00e0 l&#8217;anima una volta che si sia liberata dai legami con il corpo. Perci\u00f2, se le cose stanno cos\u00ec, onoratemi\u00bb, afferma, \u00abcome un dio. Se invece l&#8217;anima deve perire con il corpo, voi, tuttavia, rispettosi degli d\u00e8i che custodiscono e reggono tutto questo splendore, conserverete il ricordo di me con devozione e rispetto.\u00bb Cos\u00ec Ciro prima di morire. Se siete d&#8217;accordo, guardiamo agli esempi di casa nostra.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>XXIII 82<\/strong> Nessuno mi convincer\u00e0 mai, Scipione, che tuo padre, Paolo, i tuoi due nonni, Paolo e l&#8217;Africano, il padre dell&#8217;Africano, suo zio o molti uomini di spicco, che non \u00e8 il caso di enumerare, intrapresero azioni cos\u00ec grandi da mirare al ricordo della posterit\u00e0 senza pensare che la posterit\u00e0 potesse riguardar loro. O forse pensi che, per vantarmi un po&#8217; come fanno i vecchi, mi sarei accollato tante incombenze di giorno e di notte, in pace e in guerra, se avessi dovuto circoscrivere la mia gloria entro gli angusti confini della vita? Non sarebbe stato molto meglio passar la vita nella calma e nel riposo, al di fuori di fatiche e di lotte? Ma, non so come, il mio animo, levandosi in alto, si affacciava sempre sulla posterit\u00e0 come se, una volta dipartitosi dalla vita, avesse dovuto finalmente vivere. Se poi non fosse vero che le anime sono immortali, le anime di tutti i migliori non aspirerebbero quanto pi\u00f9 possono all&#8217;immortalit\u00e0 e alla gloria. <strong>83<\/strong> E poi, dal fatto che quanto pi\u00f9 uno \u00e8 saggio tanto pi\u00f9 muore serenamente, invece quanto pi\u00f9 \u00e8 stolto tanto pi\u00f9 muore nell&#8217;angoscia, non vi sembra forse che l&#8217;anima del primo, capace di guardare meglio e pi\u00f9 lontano, vede di partire per un mondo migliore, mentre l&#8217;anima del secondo, dalla vista meno acuta, non lo vede? Da parte mia, ardo dal desiderio di vedere i vostri padri, che onorai e amai, e non vedo l&#8217;ora di incontrare non solo chi ho conosciuto personalmente, ma anche gli uomini di cui ho sentito parlare, ho letto e ho scritto di mio pugno. E quando partir\u00f2, nessuno potr\u00e0 facilmente tirarmi indietro o ricuocermi come Pelia. Se poi un dio mi concedesse di ritornar bambino, da vecchio che sono, e di vagire nella culla, direi decisamente di no e non vorrei proprio esser richiamato dalla meta al punto di partenza dopo aver quasi finito la corsa. <strong>84<\/strong> Infatti, che vantaggi offre la vita? Non presenta piuttosto dei problemi? Ma ammettiamo pure che dei vantaggi ci siano: tuttavia comportano o la saziet\u00e0 o un limite. Non mi piace deplorare la vita, come hanno fatto spesso molti, persino saggi, e non mi pento di aver vissuto perch\u00e9 ho vissuto in modo tale che credo di non essere nato invano. E lascio la vita come un albergo, non come una casa: la natura, infatti, ha messo a nostra disposizione un alloggio per farvi una sosta, non per abitarvi. O splendido il giorno in cui partir\u00f2 per quel divino consesso di anime e taglier\u00f2 i ponti con questa immonda confusione! Me ne andr\u00f2 non solo per unirmi a quegli uomini, di cui ho parlato prima, ma soprattutto al mio Catone, del quale non \u00e8 mai nato uomo migliore o superiore per amore filiale. Ho cremato il suo corpo, quando lui avrebbe dovuto cremare il mio, ma la sua anima non mi ha abbandonato: volgendosi a guardarmi, se ne andava in quel mondo che, come sapeva, avrei raggiunto anch&#8217;io. Se vi \u00e8 parso che sopportassi con coraggio questa mia disgrazia, sappiate che in me non c&#8217;era indifferenza, ma intimamente mi consolavo al pensiero che il nostro distacco e la nostra separazione non sarebbero durati a lungo.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\"><strong>85<\/strong> Ecco perch\u00e9, Scipione &#8211; hai detto, infatti, che tu e Lelio vi stupite di solito di questo &#8211; la vecchiaia \u00e8 per me leggera, per nulla fastidiosa, ma anzi piacevole. Se per\u00f2 mi sbaglio nel credere che le anime degli uomini siano immortali, sbaglio volentieri e non voglio, finch\u00e9 vivo, che mi si strappi questo errore capace di darmi gioia; se poi, da morto, come credono alcuni filosofi di poco valore, non sentir\u00f2 nulla, non temo che dei filosofi morti deridano il mio errore. Se invece non siamo destinati all&#8217;immortalit\u00e0, \u00e8 sempre augurabile per l&#8217;uomo spegnersi al momento giusto: la natura infatti fissa la misura dell&#8217;esistenza come di tutte tutte le cose. La vecchiaia \u00e8 come l&#8217;ultimo atto sulla scena della vita: dobbiamo evitarne la stanchezza, specie se abbiamo raggiunto la saziet\u00e0.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: x-small;\">Ecco che cosa avevo da dire sulla vecchiaia. Voglia il cielo che possiate giungervi cos\u00ec da poter confermare le mie parole con la vostra esperienza.<\/span><\/h4>\n<h4>______________________________<\/h4>\n<h4>I.<a name=\"1\">1<\/a>.\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0O Tite, si quid ego adiuero curamve levasso,<br \/>\nQuae nunc te coquit et versat in pectore fixa,<br \/>\nEcquid erit praemi?<\/h4>\n<h4>Licet enim mihi versibus eisdem adfari te, Attice, quibus adfatur Flamininum<\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: small;\"> Ille vir haud magna cum re, sed plenus fidei;<\/span><\/h4>\n<h4>quamquam certo scio non, ut Flamininum,<\/h4>\n<h4>Sollicitari te, Tite, sic noctesque diesque;<\/h4>\n<h4>novi enim moderationem animi tui et aequitatem, teque non cognomen solum Athenis deportasse, sed humanitatem et prudentiam intellego. Et tamen te suspicor eisdem rebus quibus me ipsum interdum gravius commoveri, quarum consolatio et maior est et in aliud tempus differenda. Nunc autem visum est mihi de senectute aliquid ad te conscribere.<\/h4>\n<h4><a name=\"2\">2<\/a>. Hoc enim onere, quod mihi commune tecum est, aut iam urgentis aut certe adventantis senectutis et te et me etiam ipsum levari volo; etsi te quidem id modice ac sapienter, sicut omnia, et ferre et laturum esse certo scio. Sed mihi, cum de senectute vellem aliquid scribere, tu occurrebas dignus eo munere, quo uterque nostrum communiter uteretur. Mihi quidem ita iucunda huius libri confecto fuit, ut non modo omnis absterserit senectutis molestias, sed effecerit mollem etiam et iucundam senectutem. Numquam igitur satis digne laudari philosophia poterit, cui qui pareat, omne tempus aetatis sine molestia possit degere.<\/h4>\n<h4><a name=\"3\">3<\/a>. Sed de ceteris et diximus multa et saepe dicemus; hunc librum ad te de senectute misimus. Omnem autem sermonem tribuimus non Tithono, ut Aristo Cius, (parum enim esset auctoritatis in fabula), sed M. Catoni seni, quo maiorem auctoritatem haberet oratio; apud quem Laelium et Scipionem facimus admirantis quod is tam facile senectutem ferat, eisque eum respondentem. Qui si eruditius videbitur disputare quam consuevit ipse in suis libris, attribuito litteris Graecis, quarum constat eum perstudiosum fuisse in senectute. Sed quid opus est plura? Iam enim ipsius Catonis sermo explicabit nostram omnem de senectute sententiam.<\/h4>\n<h4>II. <a name=\"4\">4<\/a>. Scipio. Saepe numero admirari soleo cum hoc C. Laelio cum ceterarum rerum tuam excellentem, M. Cato, perfectamque sapientiam, tum vel maxime quod numquam tibi senectutem gravem esse senserim, quae plerisque senibus sic odiosa est, ut onus se Aetna gravius dicant sustinere. Cato. Rem haud sane difficilem, Scipio et Laeli, admirari videmini. Quibus enim nihil est in ipsis opis ad bene beateque vivendum, eis omnis aetas gravis est; qui autem omnia bona a se ipsi petunt, eis nihil malum potest videri quod naturae necessitas adferat. Quo in genere est in primis senectus, quam ut adipiscantur omnes optant, eandem accusant adeptam; tanta est stultitiae inconstantia atque perversitas. Obrepere aiunt eam citius, quam putassent. Primum quis coegit eos falsum putare? Qui enim citius adulescentiae senectus quam pueritiae adulescentia obrepit? Deinde qui minus gravis esset eis senectus, si octingentesimum annum agerent quam si octogesimum? Praeterita enim aetas quamvis longa cum effluxisset, nulla consolatio permulcere posset stultam senectutem.<\/h4>\n<h4><a name=\"5\">5<\/a>. Quocirca si sapientiam meam admirari soletis (quae utinam digna esset opinione vestra nostroque cognomine!), in hoc sumus sapientes, quod naturam optimam ducem tamquam deum sequimur eique paremus; a qua non veri simile est, cum ceterae partes aetatis bene descriptae sint, extremum actum tamquam ab inerti poeta esse neglectum. Sed tamen necesse fuit esse aliquid extremum et, tamquam in arborum bacis terraeque fructibus maturitate tempestiva quasi vietum et caducum, quod ferundum est molliter sapienti. Quid est enim aliud Gigantum modo bellare cum dis nisi naturae repugnare?<\/h4>\n<h4><a name=\"6\">6<\/a>. Laelius. Atqui, Cato, gratissimum nobis, ut etiam pro Scipione pollicear, feceris, si, quoniam speramus, volumus quidem certe senes fieri, multo ante a te didicerimus, quibus facillime rationibus ingravescentem aetatem ferre possimus. Cato. Faciam vero, Laeli, praesertim si utrique vestrum, ut dicis, gratum futurum est. Laelius. Volumus sane, nisi molestum est, Cato, tamquam longam aliquam viam confeceris, quam nobis quoque ingrediundum sit, istuc, quo pervenisti videre quale sit.<\/h4>\n<h4>III. <a name=\"7\">7<\/a>. Cato. Faciam, ut potero, Laeli. Saepe enim interfui querellis aequalium meorum\u2014pares autem, vetere proverbio, cum paribus facillime congregantur&#8211;quae C. Salinator, quae Sp. Albinus, homines consulares nostri fere aequales, deplorare solebant, tum quod voluptatibus carerent sine quibus vitam nullam putarent, tum quod spernerentur ab eis, a quibus essent coli soliti. Qui mihi non id videbantur accusare, quod esset accusandum. Nam si id culpa senectutis accideret, eadem mihi usu venirent reliquisque omnibus maioribus natu, quorum ego multorum cognovi senectutem sine querella, qui se et libidinum vinculis laxatos esse non moleste ferrent nec a suis despicerentur. Sed omnium istius modi querellarum in moribus est culpa, non in aetate. Moderati enim et nec difficiles nec inhumani senes tolerabilem senectutem agunt; importunitas autem et inhumanitas omni aetati molesta est.<\/h4>\n<h4><a name=\"8\">8<\/a>. Laelius. Est, ut dicis, Cato; sed fortasse dixerit quispiam tibi propter opes et copias et dignitatem tuam tolerabiliorem senectutem videri, id autem non posse multis contingere. Cato. Est istuc quidem, Laeli, aliquid, sed nequaquam in isto sunt omnia. Ut Themistocles fertur Seriphio cuidam in iurgio respondisse, cum ille dixisset non eum sua, sed patriae gloria splendorem adsecutum: &#8216;Nec hercule,&#8217; inquit, &#8216;si ego Seriphius essem, nec tu, si Atheniensis clarus umquam fuisses.&#8217; Quod eodem modo de senectute dici potest. Nec enim in summa inopia levis esse senectus potest ne sapienti quidem, nec insipienti etiam in summa copia non gravis.<\/h4>\n<h4><a name=\"9\">9<\/a>. Aptissima omnino sunt, Scipio et Laeli, arma senectutis artes exercitationesque virtutum, quae in omni aetate cultae, cum diu multumque vixeris, mirificos ecferunt fructus, non solum quia numquam deserunt, ne extremo quidem tempore aetatis (quamquam id quidem maximum est), verum etiam quia conscientia bene actae vitae multorumque bene factorum recordatio iucundissima est.<\/h4>\n<h4>IV. <a name=\"10\">10<\/a>. Ego Q. Maximum, eum qui Tarentum recepit, senem adulescens ita dilexi, ut aequalem; erat enim in illo viro comitate condita gravitas, nec senectus mores mutaverat. Quamquam eum colere coepi non admodum grandem natu, sed tamen iam aetate provectum. Anno enim post consul primum fuerat quam ego natus sum, cumque eo quartum consule adulescentulus miles ad Capuam profectus sum quintoque anno post ad Tarentum. Quaestor deinde quadriennio post factus sum, quem magistratum gessi consulibus Tuditano et Cethego, cum quidem ille admodum senex suasor legis Cinciae de donis et muneribus fuit. Hic et bella gerebat ut adulescens, cum plane grandis esset, et Hannibalem iuveniliter exsultantem patientia sua molliebat; de quo praeclare familiaris noster Ennius:<\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: small;\"> Unus homo nobis cunctando restituit rem,<br \/>\nNoenum rumores ponebat ante salutem:<br \/>\nErgo plusque magisque viri nunc gloria claret. <\/span><\/h4>\n<h4><a name=\"11\">11<\/a>. Tarentum vero qua vigilantia, quo consilio recepit! cum quidem me audiente Salinatori, qui amisso oppido fugerat in arcem, glorianti atque ita dicenti; &#8216;Mea opera, Q. Fabi, Tarentum recepisti,&#8217; &#8216;Certe,&#8217; inquit ridens, &#8216;nam nisi tu amisisses numquam recepissem.&#8217; Nec vero in armis praestantior quam in toga; qui consul iterum Sp. Carvilio conlega quiescente C. Flaminio tribuno plebis, quoad potuit, restitit agrum Picentem et Gallicum viritim contra senatus auctoritatem dividenti; augurque cum esset, dicere ausus est optimis auspiciis ea geri, quae pro rei publicae salute gererentur, quae contra rem publicam ferrentur, contra auspicia ferri.<\/h4>\n<h4><a name=\"12\">12<\/a>. Multa in eo viro praeclara cognovi; sed nihil admirabilius, quam quo modo ille mortem fili tulit clari viri et consularis. Est in manibus laudatio, quam cum legimus, quem philosophum non contemnimus? Nec vero ille in luce modo atque in oculis civium magnus, sed intus domique praestantior. Qui sermo, quae praecepta, quanta notitia antiquitatis, scientia iuris auguri! Multae etiam, ut in homine Romano, litterae. Omnia memoria tenebat, non domestica solum, sed etiam externa bella. Cuius sermone ita tum cupide fruebar, quasi iam divinarem id quod evenit, illo exstincto, fore, unde discerem, neminem.<\/h4>\n<h4>V. <a name=\"13\">13<\/a>. Quorsus igitur haec tam multa de Maximo? Quia profecto videtis nefas esse dictu miseram fuisse talem senectutem. Nec tamen omnes possunt esse Scipiones aut Maximi, ut urbium expugnationes, ut pedestres navalesve pugnas, ut bella a se gesta, ut triumphos recordentur. Est etiam quiete et pure atque eleganter actae aetatis placida ac lenis senectus, qualem accepimus Platonis, qui uno et octogesimo anno scribens est mortuus, qualem Isocratis, qui eum librum, qui Panathenaicus inscribitur, quarto et nonagesimo anno scripsisse se dicit, vixitque quinquennium postea; cuius magister Leontinus Gorgias centum et septem complevit annos neque umquam in suo studio atque opere cessavit. Qui, cum ex eo quaereretur, cur tam diu vellet esse in vita, &#8216;Nihil habeo,&#8217; inquit, &#8216;quod accusem senectutem.&#8217; Praeclarum responsum et docto homine dignum.<\/h4>\n<h4><a name=\"14\">14<\/a>. Sua enim vitia insipientes et suam culpam in senectutem conferunt, quod non faciebat is, cuius modo mentionem feci, Ennius:<\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: small;\"> Sicut fortis equus, spatio qui saepe supremo<br \/>\nVicit Olympia, nunc senio confectus quiescit.<\/span><\/h4>\n<h4>Equi fortis et victoris senectuti comparat suam. Quem quidem probe meminisse potestis; anno enim undevicesimo post eius mortem hi consules T. Flamininus et M&#8217;. Acilius facti sunt; ille autem Caepione et Philippo iterum consulibus mortuus est, cum ego quinque et sexaginta annos natus legem Voconiam magna voce et bonis lateribus suasissem. Annos septuaginta natus (tot enim vixit Ennius) ita ferebat duo, quae maxima putantur onera, paupertatem et senectutem, ut eis paene delectari videretur.<\/h4>\n<h4><a name=\"15\">15<\/a>. Etenim, cum complector animo, quattuor reperio causas, cur senectus misera videatur: unam, quod avocet a rebus gerendis; alteram, quod corpus faciat infirmius; tertiam, quod privet fere omnibus voluptatibus; quartam, quod haud procul absit a morte. Earum, si placet, causarum quanta quamque sit iusta una quaeque, videamus. VI. A rebus gerendis senectus abstrahit. Quibus? An eis, quae iuventute geruntur et viribus? Nullaene igitur res sunt seniles quae, vel infirmis corporibus, animo tamen administrentur? Nihil ergo agebat Q. Maximus, nihil L. Paulus, pater tuus, socer optimi viri, fili mei? Ceteri senes, Fabricii, Curii, Coruncanii, cum rem publicam consilio et auctoritate defendebant, nihil agebant?<\/h4>\n<h4><a name=\"16\">16<\/a>. Ad Appi Claudi senectutem accedebat etiam, ut caecus esset; tamen is, cum sententia senatus inclinaret ad placem cum Pyrrho foedusque faciendum, non dubitavit dicere illa, quae versibus persecutus est Ennius:<\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: small;\"> Quo vobis mentes, rectae quae stare solebant<br \/>\nAntehac, dementis sese flexere viai? <\/span><\/h4>\n<h4>ceteraque gravissime; notum enim vobis carmen est; et tamen ipsius Appi exstat oratio. Atque haec ille egit septimo decimo anno post alterum consulatum, cum inter duos consulatus anni decem interfuissent, censorque ante superiorem consulatum fuisset; ex quo intellegitur Pyrrhi bello grandem sane fuisse; et tamen sic a patribus accepimus.<\/h4>\n<h4><a name=\"17\">17<\/a>. Nihil igitur adferunt qui in re gerenda versari senectutem negant, similesque sunt ut si qui gubernatorem in navigando nihil agere dicant, cum alii malos scandant, alii per foros cursent, alii sentinam exhauriant, ille autem clavum tenens quietus sedeat in puppi, non faciat ea quae iuvenes. At vero multo maiora et meliora facit. Non viribus aut velocitate aut celeritate corporum res magnae geruntur, sed consilio, auctoritate, sententia; quibus non modo non orbari, sed etiam augeri senectus solet.<\/h4>\n<h4><a name=\"18\">18<\/a>. Nisi forte ego vobis, qui et miles et tribunus et legatus et consul versatus sum in vario genere bellorum, cessare nunc videor, cum bella non gero. At senatui, quae sint gerenda, praescribo et quo modo; Karthagini male iam diu cogitanti bellum multo ante denuntio; de qua vereri non ante desinam quam illam excisam esse cognovero.<\/h4>\n<h4><a name=\"19\">19<\/a>. Quam palmam utinam di immortales, Scipio, tibi reservent, ut avi reliquias persequare! cuius a morte tertius hic et tricesimus annus est, sed memoriam illius viri omnes excipient anni consequentes. Anno ante me censorem mortuus est, novem annis post meum consulatum, cum consul iterum me consule creatus esset. Num igitur, si ad centesimum annum vixisset, senectutis eum suae paeniteret? Nec enim excursione nec saltu nec eminus hastis aut comminus gladiis uteretur, sed consilio, ratione, sententia; quae nisi essent in senibus, non summum consilium maiores nostri appellassent senatum.<\/h4>\n<h4><a name=\"20\">20<\/a>. Apud Lacedaemonios quidem ei, qui amplissimum magistratum gerunt, ut sunt, sic etiam nominantur senes. Quod si legere aut audire voletis externa, maximas res publicas ab adulescentibus labefactatas, a senibus sustentatas et restitutas reperietis.<\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: small;\"> Cedo, qui vestram rem publicam tantam amisistis tam cito?<\/span><\/h4>\n<h4>Sic enim percontantur in Naevi poetae Ludo. Respondentur et alia et hoc in primis:<\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: small;\"> Proveniebant oratores novi, stulti adulescentuli.<\/span><\/h4>\n<h4>Temeritas est videlicet florentis aetatis, prudentia senescentis.<\/h4>\n<h4>VII. <a name=\"21\">21<\/a>. At memoria minuitur. Credo, nisi eam exerceas, aut etiam si sis natura tardior. Themistocles omnium civium perceperat nomina; num igitur censetis eum, cum aetate processisset, qui Aristides esset, Lysimachum salutare solitum? Equidem non modo eos novi, qui sunt, sed eorum patres etiam et avos, nec sepulcra legens vereor, quod aiunt, ne memoriam perdam; his enim ipsis legendis in memoriam redeo mortuorum. Nec vero quemquam senem audivi oblitum, quo loco thesaurum obruisset; omnia, quae curant, meminerunt; vadimonia constituta, quis sibi, cui ipsi debeant.<\/h4>\n<h4><a name=\"22\">22<\/a>. Quid iuris consulti, quid pontifices, quid augures, quid philosophi senes, quam multa meminerunt! Manent ingenia senibus, modo permaneat studium et industria, neque ea solum in claris et honoratis viris, sed in vita etiam privata et quieta. Sophocles ad summam senectutem tragoedias fecit; quod propter studium cum rem neglegere familiarem videretur, a filiis in iudicium vocatus est, ut, quem ad modum nostro more male rem gerentibus patribus bonis interdici solet, sic illum quasi desipientem a re familiari removerent iudices. Tum senex dicitur eam fabulam, quam in manibus habebat et proxime scripserat, Oedipum Coloneum, recitasse iudicibus quaesisseque, num illud carmen desipientis videretur. Quo recitato sententiis iudicum est liberatus.<\/h4>\n<h4><a name=\"23\">23<\/a>. Num igitur hunc, num Homerum, Hesiodum, Simonidem, Stesichorum, num, quos ante dixi, Isocraten, Gorgian, num philosophorum principes, Pythagoram, Democritum, num Platonem, num Xenocraten, num postea Zenonem, Cleanthem, aut eum, quem vos etiam vidistis Romae, Diogenem Stoicum, coegit in suis studiis obmutescere senectus? An in omnibus studiorum agitatio vitae aequalis fuit?<\/h4>\n<h4><a name=\"24\">24<\/a>. Age, ut ista divina studia omittamus, possum nominare ex agro Sabino rusticos Romanos, vicinos et familiares meos, quibus absentibus numquam fere ulla in agro maiora opera fiunt, non serendis, non percipiendis, non condendis fructibus. Quamquam in aliis minus hoc mirum est; nemo enim est tam senex qui se annum non putet posse vivere: sed idem in eis elaborant quae sciunt nihil ad se omnino pertinere.<\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: small;\"> Serit arbores, quae alteri saeclo prosint,<\/span><\/h4>\n<h4>ut ait Statius noster in Synephebis.<\/h4>\n<h4><a name=\"25\">25<\/a>. Nec vero dubitat agricola, quamvis sit senex, quaerenti, cui serat respondere: &#8216;Dis immortalibus, qui me non accipere modo haec a maioribus voluerunt, sed etiam posteris prodere.&#8217; VIII. Et melius Caecilius de sene alteri saeclo prospiciente quam illud idem:<\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: small;\"> Edepol, senectus, si nil quicquam aliud viti<br \/>\nAdportes tecum, cum advenis, unum id sat est,<br \/>\nQuod diu vivendo multa, quae non volt, videt. <\/span><\/h4>\n<h4>Et multa fortasse, quae volt; atque in ea, quae non volt, saepe etiam adulescentia incurrit. Illud vero idem Caecilius vitiosius:<\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: small;\"> Tum equidem in senecta hoc deputo miserrimum,<br \/>\nSentire ea aetate eumpse esse odiosum alteri.<\/span><\/h4>\n<h4><a name=\"26\">26<\/a>. Iucundum potius quam odiosum. Ut enim adulescentibus bona indole praeditis sapientes senes delectantur, leviorque fit senectus eorum qui a iuventute coluntur et diliguntur, sic adulescentes senum praeceptis gaudent, quibus ad virtutum studia ducuntur; nec minus intellego me vobis quam mihi vos esse iucundos. Sed videtis, ut senectus non modo languida atque iners non sit, verum etiam sit operosa et semper agens aliquid et moliens, tale scilicet quale cuiusque studium in superiore vita fuit. Quid qui etiam addiscunt aliquid? ut et Solonem versibus gloriantem videmus, qui se cotidie aliquid addiscentem dicit senem fieri, et ego feci qui litteras Graecas senex didici; quas quidem sic avide arripui quasi diuturnam sitim explere cupiens, ut ea ipsa mihi nota essent quibus me nunc exemplis uti videtis. Quod cum fecisse Socratem in fidibus audirem, vellem equidem etiam illud (discebant enim fidibus antiqui), sed in litteris certe elaboravi.<\/h4>\n<h4>IX. <a name=\"27\">27<\/a>. Ne nunc quidem vires desidero adulescentis (is enim erat locus alter de vitiis senectutis), non plus quam adulescens tauri aut elephanti desiderabam. Quod est, eo decet uti et, quicquid agas, agere pro viribus. Quae enim vox potest esse contemptior quam Milonis Crotoniatae? qui, cum iam senex esset athletasque se exercentes in curriculo videret, aspexisse lacertos suos dicitur inlacrimansque dixisse: &#8216;At hi quidem mortui iam sunt.&#8217; Non vero tam isti quam tu ipse, nugator; neque enim ex te umquam es nobilitatus, sed ex lateribus et lacertis tuis. Nihil Sex. Aelius tale, nihil multis annis ante Ti. Coruncanius, nihil modo P. Crassus, a quibus iura civibus praescribebantur, quorum usque ad extremum spiritum est provecta prudentia.<\/h4>\n<h4><a name=\"28\">28<\/a>. Orator metuo ne languescat senectute; est enim munus eius non ingeni solum, sed laterum etiam et virium. Omnino canorum illud in voce splendescit etiam nescio quo pacto in senectute, quod equidem adhuc non amisi, et videtis annos. Sed tamen est decorus seni sermo quietus et remissus, factique per se ipsa sibi audientiam diserti senis composita et mitis oratio. Quam si ipse exsequi nequeas, possis tamen Scipioni praecipere et Laelio. Quid enim est iucundius senectute stipata studiis iuventutis?<\/h4>\n<h4><a name=\"29\">29<\/a>. An ne illas quidem vires senectuti relinquemus, ut adulescentis doceat, instituat, ad omne offici munus instruat? Quo quidem opere quid potest esse praeclarius? Mihi vero et Cn. et P. Scipiones et avi tui duo, L. Aemilius et P. Africanus, comitatu nobilium iuvenum fortunati videbantur nec ulli bonarum artium magistri non beati putandi, quamvis consenuerint vires atque defecerint. Etsi ipsa ista defectio virium adulescentiae vitiis efficitur saepius quam senectutis; libidinosa enim et intemperans adulescentia effetum corpus tradit senectuti.<\/h4>\n<h4><a name=\"30\">30<\/a>. Cyrus quidem apud Xenophontem eo sermone, quem moriens habuit, cum admodum senex esset, negat se umquam sensisse senectutem suam imbecilliorem factam, quam adulescentia fuisset. Ego L. Metellum memini puer, qui cum quadriennio post alterum consulatum pontifex maximus factus esset viginti et duos annos ei sacerdotio praefuit, ita bonis esse viribus extremo tempore aetatis, ut adulescentiam non requireret. Nihil necesse est mihi de me ipso dicere, quamquam est id quidem senile aetatique nostrae conceditur.<\/h4>\n<h4>X. <a name=\"30\">31<\/a>. Videtisne, ut apud Homerum saepissime Nestor de virtutibus suis praedicet? Tertiam iam enim aetatem hominum videbat, nec erat ei verendum ne vera praedicans de se nimis videretur aut insolens aut loquax. Etenim, ut ait Homerus, &#8216;ex eius lingua melle dulcior fluebat oratio,&#8217; quam ad suavitatem nullis egebat corporis viribus. Et tamen dux ille Graeciae nusquam optat, ut Aiacis similis habeat decem, sed ut Nestoris; quod si sibi acciderit, non dubitat, quin brevi sit Troia peritura.<\/h4>\n<h4><a name=\"31\">32<\/a>. Sed redeo ad me. Quartum ago annum et octogesimum; vellem equidem idem possem gloriari quod Cyrus, sed tamen hoc queo dicere, non me quidem eis esse viribus, quibus aut miles bello Punico aut quaestor eodem bello aut consul in Hispania fuerim aut quadriennio post, cum tribunus militaris depugnavi apud Thermopylas M&#8217;. Glabrione consule; sed tamen, ut vos videtis, non plane me enervavit, non adflixit senectus, non curia vires meas desiderat, non rostra, non amici, non clientes, non hospites. Nec enim umquam sum adsensus veteri illi laudatoque proverbio, quod monet &#8216;mature fieri senem, si diu velis senex esse.&#8217; Ego vero me minus diu senem esse mallem quam esse senem, ante quam essem. Itaque nemo adhuc convenire me voluit, cui fuerim occupatus.<\/h4>\n<h4><a name=\"32\">32<\/a>. At minus habeo virium quam vestrum utervis. Ne vos quidem T. Ponti centurionis vires habetis; num idcirco est ille praestantior? Moderatio modo virium adsit, et tantum quantum potest quisque nitatur, ne ille non magno desiderio tenebitur virium. Olympiae per stadium ingressus esse Milo dicitur, cum umeris sustineret bovem. Utrum igitur has corporis an Pythagorae tibi malis vires ingeni dari? Denique isto bono utare, dum adsit, cum absit, ne requiras, nisi forte adulescentes pueritiam, paululum aetate progressi adulescentiam debent requirere. Cursus est certus aetatis et una via naturae, eaque simplex, suaque cuique parti aetatis tempestivitas est data, ut et infirmitas puerorum, et ferocitas iuvenum et gravitas iam constantis aetatis et senectutis maturitas naturale quiddam habeat, quod suo tempore percipi debeat.<\/h4>\n<h4><a name=\"34\">34<\/a>. Audire te arbitror, Scipio, hospes tuus avitus Masinissa quae faciat hodie nonaginta natus annos; cum ingressus iter pedibus sit, in equum omnino non ascendere; cum autem equo, ex equo non descendere; nullo imbri, nullo frigore adduci ut capite operto sit, summam esse in eo siccitatem corporis, itaque omnia exsequi regis officia et munera. Potest igitur exercitatio et temperantia etiam in senectute conservare aliquid pristini roboris. XI. Non sunt in senectute vires. Ne postulantur quidem vires a senectute. Ergo et legibus et institutis vacat aetas nostra muneribus eis, quae non possunt sine viribus sustineri. Itaque non modo, quod non possumus, sed ne quantum possumus quidem cogimur.<\/h4>\n<h4><a name=\"35\">35<\/a>. At multi ita sunt imbecilli senes, ut nullum offici aut omnino vitae munus exsequi possint. At id quidem non proprium senectutis vitium est, sed commune valetudinis. Quam fuit imbecillus P. Africani filius, is qui te adoptavit, quam tenui aut nulla potius valetudine! Quod ni ita fuisset, alterum illud exstitisset lumen civitatis; ad paternam enim magnitudinem animi doctrina uberior accesserat. Quid mirium igitur in senibus si infirmi sint aliquando, cum id ne adulescentes quidem effugere possint? Resistendum, Laeli et Scipio, senectuti est, eiusque vitia diligentia compensanda sunt, pugnandum tamquam contra morbum sic contra senectutem;<\/h4>\n<h4><a name=\"36\">36<\/a>. habenda ratio valetudinis, utendum exercitationibus modicis, tantum cibi et potionis adhibendum ut reficiantur vires, non opprimantur. Nec vero corpori solum subveniendum est, sed menti atque animo multo magis; nam haec quoque, nisi tamquam lumini oleum instilles, exstinguuntur senectute. Et corpora quidem exercitationum defatigatione ingravescunt, animi autem exercendo levantur. Nam quos ait Caecilius<\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: small;\"> &#8211;comicos stultos senes,<\/span><\/h4>\n<h4>hos significat credulos, obliviosos, dissolutos, quae vitia sunt non senectutis, sed inertis, ignavae, somniculosae senectutis. Ut petulantia, ut libido magis est adulescentium quam senum, nec tamen omnium adulescentium, sed non proborum, sic ista senilis stultitia, quae deliratio appellari solet, senum levium est, non omnium.<\/h4>\n<h4><a name=\"37\">37<\/a>. Quattuor robustos filios, quinque filias, tantam domum, tantas clientelas Appius regebat et caecus et senex, intentum enim animum tamquam arcum habebat nec languescens succumbebat senectuti. Tenebat non modo auctoritatem, sed etiam imperium in suos: metuebant servi, verebantur liberi, carum omnes habebant; vigebat in illa domo mos patrius et disciplina.<\/h4>\n<h4><a name=\"38\">38<\/a>. Ita enim senectus honesta est, si se ipsa defendit, si ius suum retinet, si nemini emancipata est, si usque ad ultimum spiritum dominatur in suos. Ut enim adulescentem in quo est senile aliquid, sic senem in quo est aliquid adulescentis probo; quod qui sequitur, corpore senex esse poterit, animo numquam erit. Septimus mihi liber Originum est in manibus; omnia antiquitatis monumenta colligo; causarum inlustrium quascumque defendi nunc cum maxime conficio orationes; ius augurium, pontificium, civile tracto; multum etiam Graecis litteris utor, Pythagoreorumque more exercendae memoriae gratia, quid quoque die dixerim, audierim, egerim, commemoro vesperi. Hae sunt exercitationes ingeni, haec curricula mentis, in his desudans atque elaborans corporis vires non magno opere desidero. Adsum amicis, venio in senatum frequens ultroque adfero res multum et diu cogitatas, easque tueor animi, non corporis viribus. Quas si exsequi nequirem, tamen me lectulus meus oblectaret ea ipsa cogitantem, quae iam agere non possem; sed ut possim, facit acta vita. Semper enim in his studiis laboribusque viventi non intellegitur quando obrepat senectus. Ita sensim sine sensu aetas senescit nec subito frangitur, sed diuturnitate exstinguitur.<\/h4>\n<h4>XII. <a name=\"39\">39<\/a>. Sequitur tertia vituperatio senectutis, quod eam carere dicunt voluptatibus. O praeclarum munus aetatis, siquidem id aufert a nobis, quod est in adulescentia vitiosissimum! Accipite enim, optimi adulescentes, veterem orationem Archytae Tarentini, magni in primis et praeclari viri, quae mihi tradita est cum essem adulescens Tarenti cum Q. Maximo. Nullam capitaliorem pestem quam voluptatem corporis hominibus dicebat a natura datam, cuius voluptatis avidae libidines temere et ecfrenate ad potiendum incitarentur.<\/h4>\n<h4><a name=\"40\">40<\/a>. Hinc patriae proditiones, hinc rerum publicarum eversiones, hinc cum hostibus clandestina colloquia nasci; nullum denique scelus, nullum malum facinus esse, ad quod suscipiendum non libido voluptatis impelleret; stupra vero et adulteria et omne tale flagitium nullis excitari aliis inlecebris nisi voluptatis; cumque homini sive natura sive quis deus nihil mente praestabilius dedisset, huic divino muneri ac dono nihil tam esse inimicum quam voluptatem;<\/h4>\n<h4><a name=\"41\">41<\/a>. nec enim libidine dominante temperantiae locum esse, neque omnino in voluptatis regno virtutem posse consistere. Quod quo magis intellegi posset, fingere animo iubebat tanta incitatum aliquem voluptate corporis, quanta percipi posset maxima; nemini censebat fore dubium, quin tam diu, dum ita gauderet, nihil agitare mente, nihil ratione, nihil cogitatione consequi posset. Quocirca nihil esse tam detestabile tamque pestiferum quam voluptatem, siquidem ea, cum maior esset atque longinquior, omne animi lumen exstingueret. Haec cum C. Pontio Samnite, patre eius, a quo Caudino proelio Sp. Postumius, T. Veturius consules superati sunt, locutum Archytam Nearchus Tarentinus, hospes noster, qui in amicitia populi Romani permanserat, se a maioribus natu accepisse dicebat, cum quidem ei sermoni interfuisset Plato Atheniensis, quem Tarentum venisse L. Camillo Ap. Claudio consulibus reperio.<\/h4>\n<h4><a name=\"42\">42<\/a>. Quorsus hoc? Ut intellegeretis, si voluptatem aspernari ratione et sapientia non possemus, magnam habendam esse senectuti gratiam, quae efficeret, ut id non liberet, quod non operteret. Impedit enim consilium voluptas, rationi inimica est, mentis, ut ita dicam, praestringit oculos, nec habet ullum cum virtute commercium. Invitus feci, ut fortissimi viri T. Flaminini fratrem L. Flamininum e senatu eicerem septem annis post quam consul fuisset, sed notandam putavi libidinem. Ille enim, cum esset consul in Gallia, exoratus in convivio a scorto est, ut securi feriret aliquem eorum, qui in vinculis essent, damnati rei capitalis. Hic Tito fratre suo censore, qui proximus ante me fuerat, elapsus est; mihi vero et Flacco neutiquam probari potuit tam flagitiosa et tam perdita libido, quae cum probro privato coniungeret imperi dedecus.<\/h4>\n<h4>XIII. <a name=\"43\">43<\/a>. Saepe audivi ex maioribus natu, qui se porro pueros a senibus audisse dicebant, mirari solitum C. Fabricium, quod, cum apud regem Pyrrhum legatus esset, audisset a Thessalo Cinea esse quendam Athenis, qui se sapientem profiteretur, eumque dicere omnia, quae faceremus, ad voluptatem esse referenda. Quod ex eo audientis M&#8217;. Curium et Ti. Coruncanium optare solitos, ut id Samnitibus ipsique Pyrrho persuaderetur, quo facilius vinci possent, cum se voluptatibus dedissent. Vixerat M&#8217;. Curius cum P. Decio, qui quinquennio ante eum consulem se pro re publica quarto consulatu devoverat; norat eundem Fabricius, norat Coruncanius; qui cum ex sua vita, tum ex eius, quem dico, Deci, facto iudicabant esse profecto aliquid natura pulchrum atque praeclarum, quod sua sponte peteretur, quodque spreta et contempta voluptate optimus quisque sequeretur.<\/h4>\n<h4><a name=\"44\">44<\/a>. Quorsus igitur tam multa de voluptate? Quia non modo vituperatio nulla, sed etiam summa laus senectutis est, quod ea voluptates nullas magno opere desiderat. Caret epulis extructisque mensis et frequentibus poculis; caret ergo etiam vinulentia et cruditate et insomniis. Sed si aliquid dandum est voluptati, quoniam eius blanditiis non facile obsistimus, &#8211;divine enim Plato &#8216;escam malorum&#8217; appellat voluptatam, quod ea videlicet homines capiantur ut pisces, &#8211;quamquam immoderatis epulis caret senectus, modicis tamen coviviis delectari potest. C. Duellium M. f., qui Poenos classe primus devicerat, redeuntem a cena senem saepe videbam puer; delectabatur cereo funali et tibicine, quae sibi nullo exemplo privatus sumpserat; tantum licentiae dabat gloria.<\/h4>\n<h4><a name=\"45\">45<\/a>. Sed quid ego alios? Ad me ipsum iam revertar. Primum habui semper sodalis. Sodalitates autem me quaestore constitutae sunt sacris Idaeis Magnae Matris acceptis. Epulabar igitur cum sodalibus omnino modice, sed erat quidam fervor aetatis; qua progrediente omnia fiunt in dies mitiora. Neque enim ipsorum conviviorum delectationem voluptatibus corporis magis quam coetu amicorum et sermonibus metiebar. Bene enim maiores accubitionem epularem amicorum, quia vitae coniunctionem haberet, convivium nominaverunt, melius quam Graeci, qui hoc idem tum compotationem, tum concenationem vocant, ut, quod in eo genere minimum est, id maxime probare videantur.<\/h4>\n<h4>XIV. <a name=\"46\">46<\/a>. Ego vero propter sermonis delectationem tempestivis quoque conviviis delector, nec cum aequalibus solum, qui pauci admodum restant, sed cum vestra etiam aetate atque vobiscum, habeoque senectuti magnam gratiam, quae mihi sermonis aviditatem auxit, potionis et cibi sustulit. Quod si quem etiam ista delectant, (ne omnino bellum indixisse videar voluptati, cuius est fortasse quidam naturalis modus), non intellego ne in istis quidem ipsis voluptatibus carere sensu senectutem. Me vero et magisteria delectant a maioribus instituta et is sermo, qui more maiorum a summo adhibetur in poculo, et pocula, sicut in Symposio Xenophontis est, minuta atque rorantia, et refrigeratio aestate et vicissim aut sol aut ignis hibernus; quae quidem etiam in Sabinis persequi soleo, conviviumque vicinorum cotidie compleo, quod ad multam noctem quam maxime possumus vario sermone producimus.<\/h4>\n<h4><a name=\"47\">47<\/a>. At non est voluptatum tanta quasi titillatio in senibus. Credo, sed ne desideratio quidem; nihil autem est molestum, quod non desideres. Bene Sophocles, cum ex eo quidem iam adfecto aetate quaereret, utereturne rebus veneriis, &#8216;Di meliora!&#8217; inquit; &#8216; libenter vero istinc sicut ab domino agresti ac furioso profugi.&#8217; Cupidis enim rerum talium odiosum fortasse et molestum est carere, satiatis vero et expletis iucundius est carere quam frui. Quamquam non caret is, qui non desiderat; ergo hoc non desiderare dico esse iucundius.<\/h4>\n<h4><a name=\"48\">48<\/a>. Quod si istis ipsis voluptatibus bona aetas fruitur libentius, primum parvulis fruitur rebus, ut diximus, deinde eis, quibus senectus, etiamsi non abunde potitur, non omnino caret. Ut Turpione Ambivio magis delectatur, qui in prima cavea spectat, delectatur tamen etiam, qui in ultima, sic adulescentia voluptates propter intuens magis fortasse laetatur, sed delectatur etiam senectus procul eas spectans tantum quantum sat est.<\/h4>\n<h4><a name=\"49\">49<\/a>. At illa quanti sunt, animum, tamquam emeritis stipendiis libidinis, ambitionis, contentionis, inimicitiarum cupiditatum omnium, secum esse secumque, ut dicitur, vivere! Si vero habet aliquod tamquam pabulum studi atque doctrinae, nihil est otiosa senectute iucundius. Videbamus in studio dimetiendi paene caeli atque terrae C. Galum, familiarem patris tui, Scipio. Quotiens illum lux noctu aliquid describere ingressum, quotiens nox oppressit, cum mane coepisset! Quam delectabat eum defectiones solis et lunae multo ante nobis praedicere!<\/h4>\n<h4><a name=\"50\">50<\/a>. Quid in levioribus studiis, sed tamen acutis? Quam gaudebat bello suo Punico Naevius! quam Truculento Plautus, quam Pseudolo! Vidi etiam senem Livium; qui, cum sex aniis ante quam ego natus sum fabulam docuisset Centone Tuditanoque consulibus, usque ad adulescentiam meam processit aetate. Quid de P. Licini Crassi et pontifici et civilis iuris studio loquar aut de huius P. Scipionis qui his paucis diebus pontifex maximus factus est? Atque eos omnis, quos commemoravi, his studiis flagrantis senes vidimus. M. vero Cethegum, quem recte &#8216;Suadae medullam&#8217; dixit Ennius, quanto studio exerceri in dicendo videbamus etiam senem! Quae sunt igitur epularum aut ludorum aut scortorum voluptates cum his voluptatibus comparandae? Atque haec quidem studia doctrinae, quae quidem prudentibus et bene institutis pariter cum aetate crescunt, ut honestum illud Solonis sit, quod ait versiculo quodam, ut ante dixi, senescere se multa in dies addiscentem, qua voluptate animi nulla certe potest esse maior.<\/h4>\n<h4>XV. <a name=\"51\">51<\/a>. Venio nunc ad voluptates agricolarum, quibus ego incredibiliter delector; quae nec ulla impediuntur senectute et mihi ad sapientis vitam proxime videntur accedere. Habent enim rationem cum terra, quae numquam recusat imperium nec umquam sine usura reddit, quod accepit, sed alias minore, plerumque maiore cum faenore. Quamquam me quidem non fructus modo, sed etiam ipsius terrae vis ac natura delectat. Quae cum gremio mollito ac subacto sparsum semen excepit, primum id occaecatum cohibet, ex quo occatio, quae hoc efficit, nominata est, deinde tepefactum vapore et compressu suo diffundit et elicit herbescentem ex eo viriditatem, quae nixa fibris stirpium sensim adulescit culmoque erecta geniculato vaginis iam quasi pubescens includitur; ex quibus cum emersit, fundit frugem spici ordine structam et fcontra avium minorum morsus munitur vallo aristarum.<\/h4>\n<h4><a name=\"52\">52<\/a>. Quid ego vitium ortus, satus, incrementa commemorem? Satiari delectatione non possum, ut meae senectutis requiem oblectamentumque noscatis. Omitto enim vim ipsam omnium, quae generantur e terra; quae ex fici tantulo grano aut ex acini vinaceo aut ex ceterarum frugum aut stirpium minutissimis seminibus tantos truncos ramosque procreet. Malleoli, plantae, sarmenta, viviradices, propagines, nonne efficiunt, ut quemvis cum admiratione delectent? Vitis quidem, quae natura caduca est et, nisi fulta est, fertur ad terram, eadem, ut se erigat claviculis suis quasi manibus quicquid est nacta, complectitur; quam serpentem multiplici lapsu et erratico ferro amputans coercet ars agricolarum, ne silvescat sarmentis et in omnis partis nimia fundatur.<\/h4>\n<h4><a name=\"53\">53<\/a>. Itaque ineunte vere in eis, quae relicta sunt, exsistit tamquam ad articulos sarmentorum ea, quae gemma dicitur, a qua oriens uva se ostendit, quae et suco terrae et calore solis augescens primo est peracerba gustatu, deinde maturata dulcescit, vestitaque pampinis nec modico tepore caret et nimios solis defendit ardores. Qua quid potest esse cum fructu laetius, tum aspectu pulchrius? Cuius quidem non utilitas me solum, ut ante dixi, sed etiam cultura et natura ipsa delectat, adminiculorum ordines, capitum iugatio, religatio et propagatio vitium, sarmentorum ea, quam dixi aliorum amputatio, aliorum immissio. Quid ego irrigationes, quid fossiones agri repastinationesque proferam, quibus fit multo terra fecundior?<\/h4>\n<h4><a name=\"54\">54<\/a>. Quid de utilitate loquar stercorandi? Dixi in eo libro, quem de rebus rusticis scripsi; de qua doctus Hesiodus ne verbum quidem fecit, cum de cultura agri scriberet. At Honerus, qui multis, ut mihi videtur, ante saeculis fuit, Laeten lenientem desiderium, quod capiebat e filio, colentem agrum et eum stercorantem facit. Nec vero segetibus solum et pratis et vineis et arbustis res rusticae laetae sunt, sed hortis etiam et pomariis, tum pecudum pastu, apium examinibus, florum omnium varietate. Nec consitiones modo delectant sed etiam insitiones, quibus nihil invenit agri cultura sollertius.<\/h4>\n<h4>XVI. <a name=\"55\">55<\/a>. Possum persequi permulta oblectamenta rerum rusticarum, sed haec ipsa, quae dixi, sentio fuisse longiora. Ignoscetis autem; nam et studio rusticarum rerum provectus sum, et senectus est natura loquacior, ne ab omnibus eam vitiis videar vindicare. Ergo in hac vita M&#8217;. Curius, cum de Samnitibus, de Sabinis, de Pyrrho triumphasset, consumpsit extremum tempus aetatis. Cuius quidem ego villam contemplans (abest enim non longe a me) admirari satis non possum vel hominis ipsius continentiam vel temporum disciplinam. Curio ad focum sedenti magnum auri pondus Samnites cum attulissent, repudiati sunt; non enim aurum habere praeclarum sibi videri dixit, sed eis qui haberent aurum imperare.<\/h4>\n<h4><a name=\"56\">56<\/a>. Poteratne tantus animus efficere non iucundam senctutem? Sed venio ad agricolas, ne a me ipso recedam. In agris erant tum senatores, id est senes, siquidem aranti L. Quinctio Cincinnato nuntiatum est eum dictatorem esse factum; cuius dictatoris iussu magister equitum C. Servilius Ahala Sp. Maelium regnum adpetentem occupatum interemit. A villa in senatum arcessebatur et Curius et ceteri senes, ex quo, qui eos arcessebant viatores nominati sunt. Num igitur horum senectus miserabilis fuit, qui se agri cultione oblectabant? Mea quidem sententia haud scio an nulla beatior possit esse, neque solum officio, quod hominum generi universo cultura agrorum est salutaris, sed et delectatione, quam dixi, et saturitate copiaque rerum omnium, quae ad victum hominum, ad cultum etiam deorum pertinent, ut, quoniam haec quidem desiderant, in gratiam iam cum voluptate redeamus. Semper enim boni assiduique domini referta cella vinaria, olearia, etiam penaria est, villaque tota locuples est, abundat porco, haedo, agno, gallina, lacte, caseo, melle. Iam hortum ipsi agricolae succidiam alteram appellant. Conditiora facit haec supervacaneis etiam operis aucupium atque venatio.<\/h4>\n<h4><a name=\"57\">57<\/a>. Quid de pratorum viriditate aut arborum ordinibus aut vinearum olivetorumve specie plura dicam? Brevi praecidam: agro bene culto nihil potest esse nec usu uberius nec specie ornatius; ad quem fruendum non modo non retardat, verum etiam invitat atque adlectat senectus. Ubi enim potest illa aetas aut calescere vel apricatione melius vel igni, aut vicissim umbris aquisve refrigerari salubrius?<\/h4>\n<h4><a name=\"58\">58<\/a>. Sibi habeant igitur arma, sibi equos, sibi hastas, sibi clavam et pilam, sibi natationes atque cursus, nobis senibus ex lusionibus multis talos relinquant et tesseras, id ipsum ut lubebit, quoniam sine eis beata esse senectus potest.<\/h4>\n<h4>XVII. <a name=\"59\">59<\/a>. Multas ad res perutiles Xenophontis libri sunt, quos legite, quaeso, studiose, ut facitis. Quam copiose ab eo agri cultura laudatur in eo libro, qui est de tuenda re familiari, qui Oeconomicus inscribitur! Atque ut intellegatis nihil ei tam regale videri quam studium agri colendi, Socrates in eo libro loquitur cum Critobulo Cyrum minorem, Persarum regem, praestantem ingenio atque imperi gloria, cum Lysander Lacedaemonius, vir summae virtutis, venisset ad eum Sardis eique dona a sociis adtulisset, et ceteris in rebus communem erga Lysandrum atque humanum fuisse et ei quendam consaeptum agrum diligenter consitum ostendisse. Cum autem admiraretur Lysander et proceritates arborum et derectos in quincuncem ordines et humum subactam atque puram et suavitatem odorum, qui adflarentur ex floribus, tum eum dixisse mirari se non modo diligentiam, sed etiam sollertiam eius, a quo essent illa dimensa atque discripta; et Cyrum respondisse: &#8216;Atqui ego ista sum omnia dimensus; mei sunt ordines, mea discriptio, multae etiam istarum arborum mea manu sunt satae.&#8217; Tum Lysandrum intuentem purpuram eius et nitorem corporis ornatumque Persicum multo auro multisque gemmis dixisse; &#8216;Recte vero te, Cyre, beatum ferunt, quoniam virtuti tuae fortuna coniuncta est.&#8217;<\/h4>\n<h4><a name=\"60\">60<\/a>. Hac igitur fortuna frui licet senibus, nec aetas impedit, quo minus et ceterarum rerum et in primis agri colendi studia teneamus usque ad ultimum tempus senectutis. M. quidem Valerium Corvinum accepimus ad centesimum annum perduxise, cum esset acta iam aetate in agris eosque coleret; cuius inter primum et sextum consulatum sex et quadraginta anni interfuerunt. Ita, quantum spatium aetatis maiores ad senectutis initium esse voluerunt, tantus illi cursus honorum fuit; atque huius extrema aetas hoc beatior quam media, quod auctoritatis habebat plus, laboris minus; apex est autem senectutis auctoritas.<\/h4>\n<h4><a name=\"61\">61<\/a>. Quanta fuit in L. Caecilio Metello, quanta in A. Atilio Calatino! in quem illud elogium: &#8216;Hunc unum plurimae consentiunt gentes populi primarium fuisse virum.&#8217; Notum est carmen incisum in sepulcro. Iure igitur gravis, cuius de laudibus omnium esset fama consentiens. Quem virum nuper P. Crassum, pontificem maximum, quem postea M. Lepidum eodem sacerdotio praeditum, vidimus! Quid de Paulo aut Africano loquar aut, ut iam ante, de Maximo? quorum non in sententia solum, sed etiam in nutu residebat auctoritas. Habet senectus, honorata praesertim, tantam auctoritatem, ut ea pluris sit quam omnes adulescentiae voluptates.<\/h4>\n<h4>XVIII. <a name=\"62\">62<\/a>. Sed in omni oratione mementote eam me senectutem laudare, quae fundamentis adulescentiae constituta sit. Ex quo efficitur id quod ego magno quondam cum assensu omnium dixi, miseram esse senectutem quae se oratione defenderet. Non cani, nec rugae repente auctoritatem arripere possunt, sed honeste acta superior aetas fructus capit auctoritatis extremos.<\/h4>\n<h4><a name=\"63\">63<\/a>. Haec enim ipsa sunt honorabilia quae videntur levia atque communia, salutari, adpeti, decedi, adsurgi, deduci, reduci, consuli; quae et apud nos et in aliis civitatibus, ut quaeque optime morata est, ita diligentissime observantur. Lysandrum Lacedaemonium, cuius modo feci mentionem, dicere aiunt solitum Lacedaemonem esse honestissimum domicilium senectutis: nusquam enim tantum tribuitur aetati, nusquam est senectus honoratior. Quin etiam memoriae proditum est, cum Athenis ludis quidam in theatrum grandis natu venisset, magno consessu locum nusquam ei datum a suis civibus; cum autem ad Lacedaemonios accessisset, qui legati cum essent, certo in loco consederant, consurrexisse omnes illi dicuntur et senem sessum recepisse.<\/h4>\n<h4><a name=\"64\">64<\/a>. Quibus cum a cuncto consessu plausus esset multiplex datus, dixisse ex eis quendam Atheniensis scire, quae recta essent, sed facere nolle. Multa in nostro collegio praeclara, sed hoc de quo agimus in primis, quod, ut quisque aetate antecedit, ita sententiae principatum tenet, neque solum honore antecedentibus, sed eis etiam, qui cum imperio sunt, maiores natu augures anteponuntur. Quae sunt igitur voluptates corporis cum auctoritatis praemiis comparandae? Quibus qui splendide usi sunt, ei mihi videntur fabulam aetatis peregisse nec tamquam inexercitati histriones in extremo actu corruisse.<\/h4>\n<h4><a name=\"65\">65<\/a>. At sunt morosi et anxii et iracundi et difficiles senes. Si quaerimus, etiam avari; sed haec morum vitia sunt, non senectutis. Ac morositas tamen et ea vitia, quae dixi, habent aliquid excusationis non illius quidem iustae, sed quae probari posse videatur; contemni se putant, despici, inludi; praeterea in fragili corpore odiosa omnis offensio est. Quae tamen omnia dulciora fiunt et moribus bonis et artibus; idque cum in vita, tum in scaena intellegi potest ex eis fratribus, qui in Adelphis sunt. Quanta in altero diritas, in altero comitas! Sic se res habet; ut enim non omne vinum, sic non omnis natura vetustate coacescit. Severitatem in senectute probo, sed eam, sicut alia, modicam, acerbitatem nullo modo.<\/h4>\n<h4><a name=\"66\">66<\/a>. Avaritia vero senilis quid sibi velit, non intellego; potest enim quicquam esse absurdius quam, quo viae minus restet, eo plus viatici quaerere? XIX. Quarta restat causa, quae maxime angere atque sollicitam habere nostram aetatem videtur, adpropinquatio mortis, quae certe a senectute non potest esse longe. O miserum senem qui mortem contemnendam esse in tam longa aetate non viderit! quae aut plane neglegenda est, si omnino exstinguit animum, aut etiam optanda, si aliquo eum deducit, ubi sit futurus aeternus; atqui tertium certe nihil inveniri potest.<\/h4>\n<h4><a name=\"67\">67<\/a>. Quid igitur timeam, si aut non miser post mortem aut beatus etiam futurus sum? Quamquam quis est tam stultus, quamvis sit adulescens, cui sit exploratum se ad vesperum esse victurum? Quin etiam aetas illa multo pluris quam nostra casus mortis habet; facilius in morbos incidunt adulescentes, gravius aegrotant, tristius curantur. Itaque pauci veniunt ad senectutem; quod ni ita accideret, melius et prudentius viveretur. Mens enim et ratio et consilium in senibus est; qui si nulli fuissent, nullae omnino civitates fuissent. Sed redeo ad mortem impendentem. Quod est istud crimen senectutis, cum id ei videatis cum adulescentia esse commune?<\/h4>\n<h4><a name=\"68\">68<\/a>. Sensi ego in optimo filio, tu in exspectatis ad amplissimam dignitatem fratribus, Scipio, mortem omni aetati esse communem. At sperat adulescens diu se victurum, quod sperare idem senex non potest. Insipienter sperat. Quid enim stultius quam incerta pro certis habere, falsa pro veris? At senex ne quod speret quidem habet. At est eo meliore condicione quam adulescens, quoniam id, quod ille sperat, hic consecutus est; ille vult diu vivere, hic diu vixit.<\/h4>\n<h4><a name=\"69\">69<\/a>. Quamquam, O di boni! quid est in hominis natura diu? Da enim summum tempus, exspectemus Tartessiorum regis aetatem (fuit enim, ut scriptum video, Arganthonius quidam Gadibus, qui octoginta regnavit annos, centum viginti vixit)&#8211;sed mihi ne diuturnum quidem quicquam videtur in quo est aliquid extremum. Cum enim id advenit, tum illud, quod praeteriit, effluxit; tantum remanet, quod virtute et recte factis consecutus sis; horae quidem cedunt et dies et menses et anni, nec praeteritum tempus umquam revertitur, nec quid sequatur sciri potest; quod cuique temporis ad vivendum datur, eo debet esse contentus.<\/h4>\n<h4><a name=\"70\">70<\/a>. Neque enim histrioni, ut placeat, peragenda fabula est, modo, in quocumque fuerit actu, probetur, neque sapientibus usque ad &#8216;Plaudite&#8217; veniendum est. Breve enim tempus aetatis satis longum est ad bene honesteque vivendum; sin processerit longius, non magis dolendum est, quam agricolae dolent praeterita verni temporis suavitate aestatem autumnumque venisse. Ver enim tamquam adulescentiam significat ostenditque fructus futuros, reliqua autem tempora demetendis fructibus et percipiendis accommodata sunt.<\/h4>\n<h4><a name=\"71\">71<\/a>. Fructus autem senectutis est, ut saepe dixi, ante partorum bonorum memoria et copia. Omnia autem quae secundum naturam fiunt sunt habenda in bonis. Quid est autem tam secundum naturam quam senibus emori? Quod idem contingit adulescentibus adversante et repugnante natura. Itaque adulescentes mihi mori sic videntur, ut cum aquae multitudine flammae vis opprimitur, senes autem sic, ut cum sua sponte nulla adhibita vi consumptus ignis exstinguitur; et quasi poma ex arboribus, cruda si sunt, vix evelluntur, si matura et cocta, decidunt, sic vitam adulescentibus vis aufert, senibus maturitas; quae quidem mihi tam iucunda est, ut, quo propius ad mortem accedam, quasi terram videre videar aliquandoque in portum ex longa navigatione esse venturus.<\/h4>\n<h4>XX. <a name=\"72\">72<\/a>. Senectutis autem nullus est certus terminus, recteque in ea vivitur, quoad munus offici exsequi et tueri possit [mortemque contemnere]; ex quo fit, ut animosior etiam senectus sit quam adulescentia et fortior. Hoc illud est quod Pisistrato tyranno a Solone responsum est, cum illi quaerenti, qua tandem re fretus sibi tam audaciter obsisteret, respondisse dicitur: &#8216;Senectute.&#8217; Sed vivendi est finis optimus, cum integra mente certisque sensibus opus ipsa suum eadem quae coagmentavit, natura dissolvit. Ut navem, ut aedificium idem destruit facillime, qui construxit, sic hominem eadem optime quae conglutinavit natura dissolvit. Iam omnis conglutinatio recens aegre, inveterata facile divellitur. Ita fit ut illud breve vitae reliquum nec avide adpetendum senibus nec sine causa deserendum sit; vetatque Pythagoras iniussu imperatoris, id est dei, de praesidio et statione vitae decedere.<\/h4>\n<h4><a name=\"73\">73<\/a>. Solonis quidem sapientis est elogium, quo se negat velle suam mortem dolore amicorum et lamentis vacare. Volt, credo, se esse carum suis; sed haud scio an melius Ennius:<\/h4>\n<h4><span style=\"font-size: small;\"> Nemo me lacrumis decoret neque funera fletu faxit.<\/span><\/h4>\n<h4><a name=\"74\">74<\/a>. Non censet lugendam esse mortem, quam immortalitas consequatur. Iam sensus moriendi aliquis esse potest, isque ad exiguum tempus, praesertim seni; post mortem quidem sensus aut optandus aut nullus est. Sed hoc meditatum ab adulescentia debet esse mortem ut neglegamus, sine qua meditatione tranquillo animo esse nemo potest. Moriendum enim certe est, et incertum an hoc ipso die. Mortem igitur omnibus horis impendentem timens qui poterit animo consistere?<\/h4>\n<h4><a name=\"75\">75<\/a>. De qua non ita longa disputatione opus esse videtur, cum recorder non L. Brutum, qui in liberanda patria est interfectus, non duos Decios, qui ad voluntariam mortem cursum equorum incitaverunt, non M. Atilium, qui ad supplicium est profectus, ut fidem hosti datam conservaret, non duos Scipiones, qui iter Poenis vel corporibus suis obstruere voluerunt, non avum tuum L. Paulum, qui morte luit conlegae in Cannensi ignominia temeritatem, non M. Marcellum, cuius interitum ne crudelissimus quidem hostis honore sepulturae carere passus est, sed legiones nostras, quod scripsi in Originibus, in eum locum saepe profectas alacri animo et erecto, unde se redituras numquam arbitrarentur. Quod igitur adulescentes, et ei quidem non solum indocti, sed etiam rustici, contemnunt, id docti senes extimescent?<\/h4>\n<h4><a name=\"76\">76<\/a>. Omnino, ut mihi quidem videtur, studiorum omnium satietas vitae facit satietatem. Sunt pueritiae studia certa; num igitur ea desiderant adulescentes? Sunt ineuntis adulescentiae: num ea constans iam requirit aetas quae media dicitur? Sunt etiam eius aetatis; ne ea quidem quaeruntur in senectute. Sunt extrema quaedam studia senectutis: ergo, ut superiorum aetatum studia occidunt, sic occidunt etiam senectutis; quod cum evenit, satietas vitae tempus maturum mortis adfert.<\/h4>\n<h4>XXI. <a name=\"77\">77<\/a>. Non enim video cur, quid ipse sentiam de morte, non audeam vobis dicere, quod eo cernere mihi melius videor, quo ab ea propius absum. Ego vestros patres, P. Scipio, tuque, C. Laeli, viros clarissimos mihique amicissimos, vivere arbitror, et eam quidem vitam, quae est sola vita nominanda. Nam, dum sumus inclusi in his compagibus corporis, munere quodam necessitatis et gravi opere perfungimur; est enim animus caelestis ex altissimo domicilio depressus et quasi demersus in terram, locum divinae naturae aeternitatique contrarium. Sed credo deos immortalis sparsisse animos in corpora humana, ut essent, qui terras tuerentur, quique caelestium ordinem contemplantes imitarentur eum vitae modo atque constantia. Nec me solum ratio ac disputatio impulit, ut ita crederem, sed nobilitas etiam summorum philosophorum et auctoritas.<\/h4>\n<h4><a name=\"78\">78<\/a>. Audiebam Pythagoram Pythagoreosque, incolas paene nostros, qui essent Italici philosophi quondam nominati, numquam, dubitasse, quin ex universa mente divina delibatos animos haberemus. Demonstrabantur mihi praeterea, quae Socrates supremo vitae die de immortalitate aminorum disseruisset, is qui esset omnium sapientissimus oraculo Apollinis iudicatus. Quid multa? Sic persuasi mihi, sic sentio, cum tanta celeritas animorum sit, tanta memoria praeteritorum futurorumque prudentia, tot artes, tantae scientiae, tot inventa, non posse eam naturam, quae res eas contineat, esse mortalem, cumque semper agitetur animus nec principium motus habeat, quia se ipse moveat, ne finem quidem habiturum esse motus, quia numquam se ipse sit relicturus; et, cum simplex animi esset natura, neque haberet in se quicquam admixtum dispar sui atque dissimile, non posse eum dividi; quod si non posset, non posse interire; magnoque esse argumento homines scire pleraque ante quam nati sint, quod iam pueri, cum artis difficilis discant, ita celeriter res innumerabilis arripiant, ut eas non tum primum accipere videantur, sed reminisci et recordari. Haec Platonis fere.<\/h4>\n<h4>XXII. <a name=\"79\">79<\/a>. Apud Xenophontem autem moriens Cyrus maior haec dicit: &#8216;Nolite arbitrari, O mihi carissimi filii, me, cum a vobis discessero, nusquam aut nullum fore. Nec enim, dum eram vobiscum, animum meum videbatis, sed eum esse in hoc corpore ex eis rebus quas gerebam intellegebatis. Eundem igitur esse creditote, etiamsi nullum videbitis.<\/h4>\n<h4><a name=\"80\">80<\/a>. Nec vero clarorum virorum post mortem honores permanerent, si nihil eorum ipsorum animi efficerent, quo diutius memoriam sui teneremus. Mihi quidem numquam persuaderi potuit animos, dum in corporibus essent mortalibus, vivere, cum excessissent ex eis, emori, nec vero tum animum esse insipientem, cum ex insipienti corpore evasisset, sed cum omni admixtione corporis liberatus purus et integer esse coepisset, tum esse sapientem. Atque etiam cum hominis natura morte dissolvitur, ceterarum rerum perspicuum est quo quaeque discedat; abeunt enim illuc omnia, unde orta sunt, animus autem solus nec cum adest nec cum discedit, apparet. Iam vero videtis nihil esse morti tam simile quam somnum.<\/h4>\n<h4><a name=\"81\">81<\/a>. Atqui dormientium animi maxime declarant divinitatem suam; multa enim, cum remissi et liberi sunt, futura prospiciunt. Ex quo intellegitur quales futuri sint, cum se plane corporis vinculis relaxaverint. Qua re, si haec ita sunt, sic me colitote,&#8217; inquit, &#8216;ut deum; sin una est interiturus animus cum corpore, vos tamen, deos verentes, qui hanc omnem pulchritudinem tuentur et regunt, memoriam nostri pie inviolateque servabitis.&#8217;<\/h4>\n<h4>XXIII. <a name=\"82\">82<\/a>. Cyrus quidem haec moriens; nos, si placet, nostra videamus. Nemo umquam mihi, Scipio, persuadebit aut patrem tuum Paulum, aut duos avos, Paulum et Africanum, aut Africani patrem, aut patruum, aut multos praestantis viros quos enumerare non est necesse, tanta esse conatos, quae ad posteritatis memoriam pertinerent, nisi animo cernerent posteritatem ad se ipsos pertinere. Anne censes, ut de me ipse aliquid more senum glorier, me tantos labores diurnos nocturnosque domi militiaeque suscepturum fuisse, si eisdem finibus gloriam meam, quibus vitam, essem terminaturus? Nonne melius multo fuisset otiosam et quietam aetatem sine ullo labore et contentione traducere? Sed nescio quo modo animus erigens se posteritatem ita semper prospiciebat, quasi, cum excessisset e vita, tum denique victurus esset. Quod quidem ni ita se haberet, ut animi inmortales essent, haud optimi cuiusque animus maxime ad inmortalitatem et gloriam niteretur.<\/h4>\n<h4><a name=\"83\">83<\/a>. Quid, quod sapientissimus quisque aequissimo animo moritur, stultissimus iniquissimo, nonne vobis videtur is animus qui plus cernat et longius, videre se ad meliora proficisci, ille autem cuius obtusior sit acies, non videre? Equidem efferor studio patres vestros, quos colui et dilexi videndi, neque vero eos solos convenire aveo quos ipse cognovi, sed illos etiam de quibus audivi et legi et ipse conscripsi; quo quidem me proficiscentem haud sane quid facile retraxerit, nec tamquam Peliam recoxerit. Et si quis deus mihi largiatur, ut ex hac aetate repuerascam et in cunis vagiam, valde recusem, nec vero velim quasi decurso spatio ad carceres a calce revocari.<\/h4>\n<h4><a name=\"84\">84<\/a>. Quid habet enim vita commodi? Quid non potius laboris? Sed habeat sane, habet certe tamen aut satietatem aut modum. Non lubet enim mihi deplorare vitam, quod multi, et ei docti, saepe fecerunt, neque me vixisse paenitet, quoniam ita vixi, ut non frustra me natum existimem, ut ex vita ita discedo tamquam ex hospitio, non tamquam e domo. Commorandi enim natura devorsorium nobis, non habitandi dedit. O praeclarum diem, cum in illud divinum animorum concilium coetumque proficiscar cumque ex hac turba et conluvione discedam! Proficiscar enim non ad eos solum viros, de quibus ante dixi, verum etiam ad Catonem meum, quo nemo vir melior natus est, nemo pietate praestantior; cuius a me corpus est crematum, quod contra decuit ab illo meum, animus vero, non me deserens sed respectans, in ea profecto loca discessit, quo mihi ipsi cernebat esse veniendum. Quem ego meum casum fortiter ferre visus sum, non quo aequo animo ferrem, sed me ipse consolabar existimans non longinquum inter nos digressum et discessum fore.<\/h4>\n<h4><a name=\"85\">85<\/a>. His mihi rebus, Scipio (id enim te cum Laelio admirari solere dixisti), levis est senectus, nec solum non molesta sed etiam iucunda. Quod si in hoc erro, qui animos hominum inmortalis esse credam, libenter erro; nec mihi hunc errorem, quo delector, dum vivo, extorqueri volo; sin mortuus, ut quidam minuti philosophi censent, nihil sentiam, non vereor, ne hunc errorem meum philosophi mortui irrideant. Quod si non sumus inmortales futuri, tamen exstingui homini suo tempore optabile est. Nam habet natura, ut aliarum omnium rerum, sic vivendi modum. Senectus autem aetatis est peractio tamquam fabulae, cuius defatigationem fugere debemus, praesertim adiuncta satietate. Haec habui, de senectute quae dicerem, ad quam utinam perveniatis, ut ea, quae ex me audistis, re experti probare possitis.<\/h4>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(a cura di DIEGO FUSARO) I 1 \u00abO Tito, se ti aiuto e ti libero dell&#8217;angosciache ora, confitta nel cuore, ti brucia e ti tormenta, che ricompensa avr\u00f2?\u00bb Posso davvero rivolgermi a te, Attico, con gli stessi versi con cui &hellip; <a href=\"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/cicerone-cato-maior-de-senectute\/\">Continua a leggere<span class=\"meta-nav\">&rarr;<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[52],"tags":[],"class_list":["post-604","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-chi-noi-siamo"],"jetpack_featured_media_url":"","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/604","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=604"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/604\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":9390,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/604\/revisions\/9390"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=604"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=604"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.gabrielederitis.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=604"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}