CAMMINARSI DENTRO (316): Scarti e resti che fanno storia

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Domenica 18 dicembre 2011

Aver parlato tanto – dal 2 settembre 2007 a oggi – dell’esperienza personale, di vita ed educativa, in tutti i suoi aspetti, non è sufficiente, per quanto riguarda il resoconto del lavoro di volontariato. Mi sembra di non aver detto ancora nulla, se penso alle storie personali, al ‘contenuto’ dei singoli colloqui, all’esemplarità di spezzoni di dialogo che restano nella memoria come momenti che andrebbero fatti conoscere a tutti. Ho anche scritto un centinaio di pagine con una decina di storie personali, ma non le ho mai ‘pubblicate’ perché penso sempre che il dolore delle persone non debba essere ‘divulgato’, anche se mascherato con la scelta dell’anonimato.

Ho la sensazione qui, a ripensare agli oltre trecento articoli (WordPress chiama così i post) pubblicati, che il cuore dell’esistenza spezzata non è stato nemmeno sfiorato. Bisognerebbe riferire colloquio per colloquio le differenze rilevate nell’uso della parola, il venir meno delle rigidità dei muscoli del viso, l’abbandono di questo o quello schema di ragionamento… Bisognerebbe spiegare con quale linguaggio è stato ottenuto il risultato parziale che apre la strada a più sostanziose forme di collaborazione. Sulle descrizioni iniziali si tratta di ricostruire poi le interpretazioni intervenute a imprimere la direzione di marcia al lavoro di aiuto. Ho scritto sull’improvvisazione, finalmente. Dopo tanti anni di esperienza, si richiedeva quel chiarimento, che non è poi nemmeno compiuta espressione di tutto quello che accade quando ci avventuriamo nella terra di nessuno che ci separa dagli altri.

Nei trentacinque anni trascorsi a scuola, come insegnante di lingua e letteratura italiana, nonché di lingua e letteratura latina, sono stato sempre convinto di dover preparare la lezione del giorno dopo senza trascurare alcunché. Dovevo sapere bene, punto per punto, di che cosa avrei parlato: senza lasciare nulla all’improvvisazione! Ma il fatto più interessante è proprio questo: negli ultimi anni di insegnamento, forse perché convinto che prevalesse la stanchezza ad impedirmi di preparare le lezioni a casa, ho smesso del tutto di farlo. Sono entrato in classe provando autentica paura, perché temevo di restare in silenzio, senza sapere cos’altro dire, magari dopo un avvio pure interessante! Non è mai accaduto, invece, che io rimanessi senza argomenti. Mi sono convinto, addirittura, con il passare del tempo, che le ultime erano le mie lezioni più belle. La ricchezza dei riferimenti testuali e critici, il materiale esibito, gli schemi e le mappe proposti alla lavagna erano la riprova del fatto che avevo da dire non poco su tutti i temi prescelti.

Se nei primi anni di esperienza ero portato a condannare quasi ogni più piccola forma di improvvisazione è perché facevo coincidere improvvisazione con spontaneità ingenua, con espressione di sé non controllata e dunque aleatoria, cioè esposta ai capricci del caso e affidata al rischio dell’errore.

In realtà, improvvisare significa lasciare che il discorso prenda la sua piega; significa dargli una piega che comprenda in sé le suggestioni, i concetti, la trama delle idee che un buon inizio porta sempre con sé. E’ come lavorare su un tema musicale. D’altra parte, non partiamo sempre con il fissare un tema, girando intorno ad esso, descrivendo l’oggetto, passando alla classificazione dell’oggetto stesso attraverso il suo inserimento nella classe di oggetti di cui fa parte a buon diritto, operando successive categorizzazioni e gerarchizzazioni, per passare poi alla contestualizzazione e alla ‘storicizzazione’ del frammento di senso rinvenuto?

Se pensiamo alle anticipazioni degli incontri a cui la mente si abbandona sempre, nel corso della vita, quasi a voler tutto prevedere, tutto comprendere, prima ancora di aver fatto esperienza di ciò che l’altro ha da dirci, non si verifica poi puntualmente che nulla di ciò che avevamo ‘previsto’ si avveri? e non ci ritroviamo smarriti e inizialmente confusi, ma poi sempre più in linea, in sintonia con le cose che provengono dall’altro, giacché ci sforziamo di corrispondere a quanto proviene da quell’altra esistenza? e il nostro corrispondere, se non è per niente o solo in parte quanto pure avevamo ‘previsto’, ‘da dove proviene’? non è forse improvvisazione e basta?

Ma noi non smettiamo mai di stupirci di quello che esce dalla nostra bocca. Quante volte abbiamo concluso: è veramente interessante tutto quello che ho detto? non mi aspettavo di essere in grado di fare quello che ho fatto? A ben guardare, noi non facciamo altro che improvvisare.

Ma a questo punto si richiede una più solida ‘fondazione’ di questo dire apparentemente infondato.
Interviene la voce. Interviene il volto. Interviene l’esperienza tutta. Interviene la nostra conoscenza del labirinto. Interviene il rigore logico di cui siamo capaci. Interviene la conoscenza enciclopedica del mondo che possediamo. Interviene il cuore, con il suo ‘ordine’. Interviene la nostra moralità.
Di questo e di altro ancora abbiamo già parlato. Parlarne ancora, per far emergere il carattere comune e quotidiano di tutto ciò che precede, serve a dare ai passanti il senso di un fare che non discende solo da competenze e capacità personali: siamo tutti ‘interpellati’, chiamati dal mondo ad esprimere ciò che abbiamo da dire. E non accade mai che ci fermiamo a studiare i passi che faremo. Procediamo senz’altro nella terra incognita che è data dall’esperienza dell’altro, sicuri solo di questa volontà di agire. Senza di essa ci ritroveremmo costretti a sostare sterilmente sotto il nostro albero, a contemplare la vita che incalza le esistenze tutte, non concedendo a nessuno tregua.
La vita di relazione, di cui si sostanzia tutta la nostra vita, ci induce al mattino ad abbandonare le nostre tiepide case, per affrontare il mondo con il suo carico di sì e di no. La foresta dei simboli in cui tutti ci moviamo è anche il labirinto nel quale a volte ci perdiamo. A nessuno è concesso uno ‘sconto’. Quanto più intricato è il territorio in cui ci avventuriamo, tanto più dobbiamo confidare nelle nostre mappe. Sono esse che ci consentono di avanzare improvvisando la vita.

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