Di ciò di cui non si può parlare non si deve tacere

Lunedì 24 marzo 2014

CAMMINARSI DENTRO (484): Di ciò di cui non si può parlare non si deve tacere

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«Di ciò di cui non si può parlare non si deve tacere». Sono parole di Francesca Rigotti, contenute nella sua presentazione a L’ansia si specchia sul fondo di Hans Blumenberg. Paradosso affascinante quello che le parole nascondono: non siamo sempre portati a pensare ‘wittgensteinianamente’ che di ciò di cui non si può parlare si deve tacere, se non altro per il fatto che siamo di fronte all’ineffabile, cioè a qualcosa per cui non ha senso cercare le parole per dirlo? 

Andare in cerca di sempre nuove metafore non è solo compito dei ‘metaforologi’: nella vita di relazione, dentro tutte le relazioni umane, ma soprattutto dentro le relazioni d’aiuto, il ricorso al parlar figurato è d’obbligo. Metalinguaggio e primato della voce accompagnano spesso il quotidiano lavoro di ‘traduzione’ e il commercio con il parlare dell’altro, quando si dia il suo contributo alla comunicazione emozionale.

«Ciò di cui non si può parlare», allora, potrà essere riguardato come un fondo da bonificare, fin dove possibile, lasciando che il resto di inesplorato continui a costituire per noi l’inattingibile che è proprio della realtà umana di ognuno di noi, specialmente quando si tratti di quell’Inconfessabile che costituisce l’essenza del pudore, il ‘meccanismo’ morale a cui ricorriamo per proteggere dalle incursioni esterne il nucleo fragile della nostra anima.

Non tacere su ciò di cui non si può parlare è indispensabile, se si tratta del «fondo enigmatico e buio» di cui parla Platone a proposito delle cose d’amore. Da quel fondo non facciamo altro che «divinare», per dare voce all’ordine del cuore. Non possiamo non rispondere alla domanda di senso che proviene dal desiderio dell’altro che incessantemente interpella il nostro desiderio. Il nostro parlare si staglia sempre su uno sfondo aperto che chiede risposte, anche quando apparentemente “nessuno parla”.

«Ciò di cui non si può parlare» può configurare talvolta la presenza di un indecidibile, quando il concatenarsi delle circostanze ci mette di fronte a qualcosa che non possiamo nominare, perché, se lo facciamo, lo lasciamo esistere. Nelle cose umane non siamo quasi mai di fronte al ‘nodo di Gordio’: non si decidono i destini universali, quando siamo di fronte a una scelta difficile. Talvolta, occorre rimandare la scelta o addirittura rinunciare ad essa. È importare riconoscere questi momenti e viverli per quello che sono: non è prudente pensare ogni volta che sia doveroso ‘rispondere’ alle sfide della realtà. Non tutte le sfide vanno raccolte. Quando, in particolare, sia confuso e ambiguo il quadro della situazione dell’altro, non spetta sempre a noi ‘sciogliere’ le ambiguità e diradare le nebbie che offuscano la coscienza dell’altro. Possiamo decidere che non valga la pena di inoltrarsi nella terra incognita dell’esperienza dell’altro, se non siamo stati ‘invitati’ a farlo o se il nostro sguardo suggerisce a noi per primi prudenza e attenzione: esso è punto di vista personale, sempre prospettiva parziale, animato da interessi anche esclusivi, scopi privati, ragioni imperscrutabili. Perché l’altro dovrebbe ‘coincidere’ con le nostre ragioni, i nostri interessi, i nostri scopi?

Al di là di tutto ciò che precede, tuttavia, ci preme esaltare le situazioni in cui «di ciò di cui non si può parlare non si deve tacere». Quando ci sentiamo in pericolo, nessun indecidibile, non l’ineffabile né un inconfessabile ci fermeranno. Attraverseremo tutti i confini, spezzeremo tutti i ‘nodi’ intricati, non ci spaventerà né ci scoprirà timidi la terra incognita, l’abisso stesso della nostra libertà non costituirà motivo di insicurezza. L’incertezza della realtà personale come quella dell’altro non ci paralizzerà.

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