Demoni


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Lunedì 30 maggio 2016

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La scrittura, come elemento dell’ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.
Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. – MICHEL FOUCAULT

Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori […]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. – JACQUES DERRIDA

Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua… Quali le tue parole, tale il tuo cuore. – PARACELSO (Citazione contenuta in James Hillman, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

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Parliamo qui di δaίμoν, del demone personale di Hillman: del carattere, della ghianda, della nostra natura profonda, delle inclinazioni, delle vocazioni, di ciò che di più proprio si dà di una singolarità qualunque. E’ la voce che parla per noi, la presenza sempre assente che si fa sentire inducendoci a fare altro rispetto a ciò che diciamo di voler fare e che a volte ci mettiamo a fare, tradendo il nostro più profondo sentire. Il nostro demone può essere anche un demone cattivo, una voce diabolica, forza che divide, che abbatte, che distrugge: Hillman parla di seme cattivo. Le nature malvagie esistono. Esiste la cattiveria.

E’ demone per noi qui il dio della scrittura in noi, la forza e la voce che premono e che chiedono di accedere all’espressione. Lo abbiamo scoperto tardi, quando la vita aveva già provveduto ampiamente a fornirci degli strumenti che credevamo indispensabili ad agire e che credevamo fossero i soli di cui poter disporre per sentirsi anima e non solo un groviglio di energie e di facoltà scarsamente gerarchizzabili e disposte a sottomettersi a una ‘logica’ qualsiasi, nemmeno a quella dell’ineffabile, che non chiede rigore e consequenzialità. Abbiamo impiegato tempo, molto tempo per arrivare a comprendere le forze contrastanti in noi, a tutte riconoscere dignità e senso, a tutte dare ugualmente voce e direzione: la cusaniana coincidentia oppositorum< ci convince: la coesistenza del Bene e del Male nell’uomo è il primo dato dell’esperienza da riconoscere.

Siamo partiti dall’improvvisazione, dalla scoperta di una parte grande di noi che ‘parla’ quando teniamo una lezione o quando dobbiamo prendere la parola di fronte a un vasto pubblico, avendo rinunciato a leggere per intero il nostro discorso, magari affidato alla scrittura. La lezione frontale, poi, non può mai essere ‘letta’: non sarebbe ‘lezione’. Abbiamo lottato per trent’anni e più per arrivare a prevedere tutto quello che avremmo detto ai nostri alunni, lezione per lezione. Negli ultimi anni di insegnamento, abbiamo scoperto che le migliori lezioni erano quelle ‘improvvisate’, non preparate in nessun modo. Abbiamo assaporato sempre più l’emozione di quella ‘impreparazione’ a cui ci esponevamo.

Siamo stati guidati, ancora, dall’idea platonica dell’amore che ci veniva restituita da Umberto Galimberti, là dove evocava un fondo enigmatico e buio dal quale saremmo tutti impegnati a divinare, per fare i conti con la dicibilità  dell’indicibile.

Oggi siamo felici di sapere che c’è un demone in noi che ci precede e ci guida, ci salva e ci danna, perché esso è il nostro destino. Abbiamo fatto nostro, infatti, il detto di  Eraclito – Éθoς άnθropωι δaίμoν -, come è stato interpretato da Hillman per primo: A ciascuno è destino il proprio carattere.

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Quando Foucault afferma che «la scrittura, come elemento dell’ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos», allude a un potere grande della scrittura che dobbiamo chiarire. Intanto, farne «un elemento dell’ascesi» vuol dire che con essa realizziamo la nostra Ascesi fondamentale, cioè rispondiamo a un’istanza profonda per quanto riguarda l’esito dei conflitti nei nostri rapporti con il mondo, per cui essa diventa fattore mediativo, elemento di compromesso quasi, giacché non è risposta immediata, irriflessa, né mera spontaneità. E’ dare un’altra voce al contrasto, affermare una verità che giace al fondo: affermare una voce che ha in sé la spinta etica costruttiva. E’ in questo la ragione della «trasformazione della verità in ethos» (etopoiesi): è un fare ethos, costume, mentalità, comunità. Se è vero che le comunità non esistono, non sono mai esistite, il fare comunità si renderà possibile, forse, a questa condizione, che il soggetto del desiderio faccia sentire la sua voce, l’istanza profonda e più vera di sé, attraverso la verità che la scrittura sa restituire. Evidentemente, sarà la scrittura di sé la via che conduce ad ascesi, verità, ethos. Così, uno stile diventerà modello, termine di confronto, exemplum. I parlanti troveranno il modo di comunicare e trasmettere parresia. Dire la verità in pubblico, proporre un ‘diario in pubblico’ costituirà la garanzia di verità, consentirà la trasformazione più difficile, cioè l’assunzione della verità proclamata all’interno del discorso pubblico. Uno stile personale si farà stile collettivo, mentalità. E cos’altro può essere questo stile se non ‘dire la verità’? La natura della scrittura, tuttavia, per cui essa ci precede e ci istituisce come ‘scrittori’, è la condizione di verità. Non siamo noi a scrivere: è la scrittura, piuttosto, che ci dà la parola. Diamo voce ai nostri demoni. Ricostruiamo la genealogia del nostro sapere individuale. Andiamo alla radice del bene e del male in noi. Scendiamo ai nostri Inferi, per risalire rinnovati nello spirito. Quando ci sentiamo ‘beanti‘, cioè quando la ferita sanguina, dobbiamo lasciare che sanguini, che parli, che ci dica di noi. Solo per questa via riusciremo ad ‘incontrare’ l’altro che è in noi, come l’altro che è fuori di noi.

 

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