Confesso che ho pensato

Al culmine della mia esistenza, mi accade di pensare – incomincio a pensare, mi accade sempre più frequentemente di pensare – che potrei dire, parafrasando il Neruda di Confesso che ho vissuto: «Confesso che ho pensato».

Ai miei alunni cerco di spiegare che ci sono pensieri che vanno pensati lungamente. Faccio l’esempio di pensieri che ho iniziato a pensare anche decenni fa e che non ho ancora smesso di pensare. L’esempio più facile è dato dall’amore. Come non pensare che si debba continuare a pensare il concetto dell’amore, che se ne debba ‘stilare’ la vasta fenomenologia, riconducendo, se possibile, i modi del suo manifestarsi a modelli di comportamento? Come trascurare l’ennesimo romanzo che ne parli? la raccolta poetica che lo mette al centro? il testo filosofico che ne fornisca un significato ulteriore? se perfino il Papa definisce Dio stesso come amore? Si può dire di questa parola ciò che sappiamo già, presumendo che il nostro interlocutore accoglierà quanto noi abbiamo da dirne qui e ora? Non sarà più giusto e serio disporsi nell’atteggiamento di chi è impegnato ad esplorarne i significati, le diverse modalità del suo manifestarsi?

Sarà un esercizio spirituale anche imparare a pensare: osservarsi mentre si pensa, cercando di guidare il corso dei pensieri in direzioni diverse da quelle che spontaneamente la mente segue; mettere in dubbio risultati acquisiti, addirittura mentre faticosamente si consegue il risultato stesso, per incorporare quei tratti di eccezione che talvolta servono a riformulare un’ipotesi, a correggere una conclusione provvisoria, a far balenare una prospettiva nuova, a spalancare lo sguardo su realtà sulle quali lo sguardo non era mai caduto prima; allontanarsi dai propri pensieri, per mettersi a pensare i pensieri altrui, alla maniera della regola aurea di Hannah Arendt, che raccomanda di «pensare pensieri che pensano pensieri diversi»; sospendere la quête, per rimandare ad altro tempo lo svolgimento di un ragionamento che si ostina soltanto, ma che non procede più; sospendere il pensato e tenerlo ‘in evidenza’ per anni, per riprendere ripetutamente letture lasciate a metà, per trovare infine il nesso che mancava e accostare eventi lontani che non comunicavano tra di loro; abbandonare interpretazioni consolidate, che poltrivano parassitariamente e influenzavano pericolosamente il corso dei pensieri, condizionando l’azione e l’intero corso dei pensieri; estenuarsi in letture eccentriche, strambe, divergenti, per falsificare le conoscenze acquisite, mettendo alla prova convinzioni consolidate e comode certezze, per tornare a vagliare la bontà delle interpretazioni ‘falsificate’ o abbandonate e decidere infine il valore del nuovo che aspira a sostituire antiche certezze…

Nell’autunno del 2006 ho incontrato Massimo Cacciari sul lago di Garda, in un Capitolo di Exodus, dove teneva, a conclusione delle giornate, un intervento sul tema: Beati i miti. Lo avvicinai, lo chiamai in disparte  e gli dissi: «Io leggo le sue cose dal 1976, dal tempo di Krisis. Su quell’opera sono stato fermo per venti anni». Senza mostrarsi stupito né compiaciuto, Cacciari mi rispose dolcemente: «Mi sembra un buon esercizio del pensiero». Dunque, non mi sbagliavo: pensare è anche questo: sostare anche per decenni su un’opera, su un grumo di pensieri, per comprenderne appieno la portata e il senso. Si trattava per me di comprendere come la crisi del pensiero negativo, all’interno della parabola che va da Nietzsche a Wittgenstein, potesse aiutarmi a superare le visioni dialettiche ottocentesche di cui era impregnato ancora il mio marxismo giovanile; avevo bisogno, poi, di procedere: cosa significa ‘ritrovarsi’ lontano dai sistemi filosofici? ‘dove’ potevo consistere ora? quale senso dare alla mia vita, caduta la certezza del paradigma politico? cercare un’altra visione del mondo, altrettanto onnicomprensiva o rinunciare per sempre a stare chiusi in un edificio concettuale che tutto spiega, come una macchina da guerra già pronta per l’uso, per quell’esercizio dialettico che sembrava allora contraddistinguere le pratiche politiche sotto tutte le latitudini? Sui frammenti della mia vita che tendono a comporsi in mosaico lentamente con l’aiuto della memoria ritornerò sicuramente, se non altro per cercare di dire come io viva questo presente magmatico e incerto nei suoi confini.

Un ricordo emozionante proviene da un’esperienza indiretta. Ai suoi allievi, riuniti intorno a lui in un Seminario estivo, Heidegger confessò un giorno: ci sono pensieri che hanno bisogno di essere pensati ancora; io sono vecchio; li affido a voi. Di nuovo, l’idea che ci sono pensieri che richiedono anni, forse decenni, per essere pensati fino in fondo.

La vita del pensiero, dunque, come esercizio personale che prendiamo in prestito dai filosofi e dai professori di filosofia, per farne una pratica di vita, una di quelle attività per le quali ci ritroviamo a pensare che vale la pena vivere. E continuare a vivere.

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