GIUSEPPE D’AVANZO, La politica militarizzata

L’ANALISI
La politica militarizzata
di GIUSEPPE D’AVANZO
la repubblica, 24 maggio 2008

STEFANO Rodotà (Repubblica) e Valerio Onida (Sole24ore) scovano strappi e buchi nel pacchetto di provvedimenti preparato dal governo “per dare più sicurezza al Paese”. La nascita di un diritto della diseguaglianza, con il reato di immigrazione clandestina, trasforma “una semplice condizione personale” in reato ignorando l’accertata o presunta pericolosità sociale, dimenticando che in uno Stato democratico “lo strumento penale e la pena detentiva non sono utilizzabili ad libitum dal legislatore” (Rodotà). L’incostituzionalità delle circostanze aggravanti da infliggere a chi “si trova illegalmente sul territorio nazionale” dà vita a un doppio binario di giudizio per il cittadino italiano e lo straniero, che paga – con la maggiore severità della pena – soltanto la sua “condizione soggettiva” (Onida).

Sono interpretazioni neutrali dei principi costituzionali e delle norme esistenti. Forse si può, forse è addirittura necessario andare oltre questo confine “tecnico” affrontando, con radicalità, il paradigma che affiora in questi provvedimenti che connotano il governo di destra. Forse, potremmo familiarizzare con quel ci attende. Con una formula provvisoria, lo si può definire la “militarizzazione della decisione”. Proprio alla luce dei rilievi giuridico-costituzionali di Rodotà e Onida si può dire come, per il governo, il diritto non sia la norma, soltanto la decisione lo è.

C’è al fondo dei provvedimenti dell’esecutivo una sorta di decisionismo schmittiano, una concezione del diritto che privilegia, rispetto alla norma, “il suo aspetto di prassi rivolta a una decisione”, quasi in antagonismo alla legge. Per l’esecutivo di Berlusconi non appaiono pertinenti e vincolanti i precetti dello Stato di diritto né lo Stato né il diritto. Quel che conta per i ministri è “dare risposte all’insicurezza dei cittadini”; è “decidere”, “interpretare il potere costituente del popolo” per usare la formula di Carl Schmitt.

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Quest’urgenza – vissuta, raccontata, immaginata come estrema o improrogabile – è sufficiente a creare “uno stato d’eccezione”, un “vuoto”, quel “vuoto del diritto” che sospende la norma e trasforma il diritto in “prassi, processo, cioè in qualcosa la cui decisione non può essere mai interamente determinata dalla norma”. Naturale che saltino fuori distorsioni, incostituzionalità, un “diritto penal-amministrativo della diseguaglianza”.

C’è in questo esito un presupposto inedito per l’Italia e perversamente moderno perché, come ha scritto Giorgio Agamben, “la creazione volontaria di uno stato d’eccezione permanente è divenuta una delle pratiche essenziali degli Stati contemporanei, anche quelli cosiddetti democratici”. Questa condizione crea un sostanziale svuotamento della partecipazione politica a vantaggio della verticalizzazione della decisione politica (il ricorso al decreto legge). Sollecita la “militarizzazione” della sua applicazione, anche in opposizione alle leggi e in violazione della Costituzione. Appare coerente, allora, che il primo Consiglio dei ministri si sia tenuto a Napoli e abbia affrontato il collasso della raccolta dei rifiuti in Campania e le questioni dell’immigrazione.

Napoli è la città che rende più credibile – quasi indiscutibile – la creazione dello “stato d’eccezione”. In quell’area metropolitana si misurano, senza apparenti limiti la catastrofe delle istituzioni; il fallimento delle amministrazioni del centro-sinistra; l’arretratezza della società civile; l’impotenza dello Stato; la pervasività dei poteri criminali; lo sfacelo di ogni rapporto di cooperazione; la frattura di ogni strategia della fiducia. Questo paesaggio rovinoso, minacciato da calamità sanitarie, consente di realizzare, con diffuso consenso, quel “vuoto del diritto” che sospende temporaneamente l’esercizio della norma. Autorizza a declinare la “governabilità” come decisione assoluta e non partecipata fino a ipotizzare l’uso delle forze armate per applicarla. La militarizzazione della decisione, appunto.

È coerente che, nella città della spazzatura non smaltita, si siano affrontate anche le questioni dell’immigrazione perché se i rifiuti minacciano l’integrità di Napoli, i “rifiuti umani”, gli “scarti” della modernità, gli “esuberi” impauriscono la società e inceppano la vita dello Stato. Così anche in questo caso sarà legittimo, in forza della necessità, la sospensione dell’ordinamento giuridico, la produzione di quel “vuoto” che inghiotte anche i principi costituzionali, la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la convenzione europea dei diritti, il patto internazionale sui diritti civili e politici, liquidando per decreto lo “stato d’emergenza” in cui gli “scartati” sono costretti a vivere. Necessitas legem non habet.
Lo “stato d’eccezione” è creato, voluto, organizzato volontariamente. È una scelta politica. È strategia. Quindi concederà di non guardare alle regioni meridionali oppresse dalle mafie. Berlusconi, che ha glorificato come eroe Vittorio Mangano, un mafioso, in campagna elettorale, potrà non vedere quei pericoli e riservare soltanto poche, pleonastiche righe al ricordo di Giovanni Falcone (“La ricorrenza dell’eccidio di Capaci è un momento di memore riflessione”). Per la creazione artefatta e permanente di uno stato d’eccezione, per la militarizzazione delle decisioni, per il nuovo, modernissimo “paradigma di governo”, sarà più urgente nominare i direttori dei servizi segreti e affidarli alle cure di De Gennaro.


(24 maggio 2008)

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