SCHEDE PER LA FORMAZIONE

L’ispirazione ideale
Sotto il segno di Epimeteo

Tutti conoscono la storia di Prometeo, colui che prima pensa e poi agisce, pochi conoscono la storia di suo fratello Epimeteo, colui che prima agisce e poi pensa. Eppure i loro destini sono inscindibili.

 


«Vi fu un’epoca in cui gli Dei esistevano, ma gli esseri mortali non esistevano ancora. Quando arrivò il tempo destinato alla loro nascita, gli Dei li formarono sotto la terra, con terra, fuoco e tutto ciò che si mescola con questi elementi. Volendo portarli poi alla luce, gli Dei ordinarono a Prometeo e ad Epimeteo di ornare quegli esseri e di distribuire tra di loro le capacità secondo quanto a ciascuno di loro spettava. Epimeteo ottenne da Prometeo di poter procedere da solo alla distribuzione. L’imprudente distribuì tutto tra gli animali, in modo che l’uomo restò completamente indifeso e nudo. Così il provvido Prometeo non poté fare a meno di rubare il fuoco e le arti di Efesto e di Pallade Atena dal loro tempio comune, per regalarli al genere umano. Da allora l’uomo è capace di vivere, ma Prometeo – per quanto la colpa fosse di Epimeteo – fu punito per la sua azione. E fu punito, come era giusto, tramite il fratello Epimeteo.

– Figlio di Giapeto, tu che sai più di tutti gli altri, tu ti rallegravi di aver rubato il fuoco e di avermi ingannato; ma ciò sarà a danno tuo e degli uomini futuri. Essi infatti riceveranno da me, in cambio del fuoco, una maledizione di cui gioiranno, circondando d’amore ciò che costituirà la loro disgrazia.

Così parlò il padre degli Dei e degli uomini e rise. Egli ordinò subito a Efesto di mescolare un po’ di terra e acqua, d’introdurvi voce umana e forza e di creare una bella e desiderabile fanciulla simile nell’aspetto alle Dee immortali. Ad Atena fu ordinato di insegnarle l’arte di tessere, lavoro femminile, all’aurea Afrodite di circonfondere la testa della fanciulla di fascino amoroso e di desideri struggenti. A Ermes Zeus ordinò di dotare la fanciulla di una spudoratezza da cagna e di fallacità. Tutti obbedirono all’ordine del sovrano. Il celebre artefice fece con la terra l’immagine di una pudica fanciulla. Pallade Atena la ornò di una cintura e di una veste. Le Cariti e Peito le misero al collo una collana d’oro. Le Ore inghirlandarono la fanciulla con fiori primaverili. Ermes le pose nel petto la menzogna, le lusinghe e l’in-ganno. Il messaggero degli Dei le conferì voce e chiamò la donna Pandora, poiché tutti gli Olimpici l’avevano creata come un dono, a danno degli uomini mangiatori di pane.

Quando fu pronta l’insidia minacciosa, contro la quale non vi è difesa, il padre inviò il celebre e veloce messaggero da Epimeteo, con il dono. Questi non si preoccupò di ciò che Prometeo una volta gli aveva detto, cioè di non accettare alcun regalo da parte di Zeus, bensì di rimandargli tutto, affinché nessun male derivasse ai mortali. Prese il dono e solo in seguito si accorse del male. Prima il genere umano era vissuto sulla terra senza alcun male, senza fatiche e malattie che dovessero portare alla morte gli uomini. Ora invece la donna levò il coperchio del grosso vaso e lasciò che si diffondesse dappertutto il suo contenuto, a triste scapito degli uomini. Soltanto Elpis, la Speranza, rimase dentro il carcere indistruttibile,  sotto l’orlo del vaso, e non volò fuori. Davanti a lei la donna chiuse il coperchio, secondo la volontà di Zeus. Il resto dello sciame, innumerevole e triste, circola da allora dappertutto tra gli uomini e la terra è piena di male e pieno di male è il mare. Le malattie colpiscono gli uomini di giorno, vengono inattese di notte, fatali e mute, poiché Zeus astuto negò loro la voce. Non vi è dunque alcuna via per ingannare la perspicacia di Zeus.

La storia della creazione della donna continuava raccontando come la giovane creatura, di fresco venuta al mondo, avesse levato per curiosità il coperchio di un recipiente del tipo di quei grandi vasi di terracotta in cui noi ancora oggi conserviamo l’olio e il frumento, lasciando libero lo sciame dei mali che vi erano rinchiusi. Con questi mali, e precisamente con le malattie, venne nel mondo anche la morte e così si compì la distinzione tra gli uomini e gli Dei immortali» (K.KERENYI, Gli dei e gli eroi della Grecia, Garzanti, Milano, 1982).

In sintesi, Prometeo aiuta l’uomo a vivere, strappando i segreti agli Dei, Epimeteo porta all’umanità la morte abbandonandosi spensieratamente all’Eros.

Prometeo è l’eroe che lotta per strappare agli Dei il controllo sul destino umano, Epimeteo è l’eroe che vuole godere i doni degli Dei a costo di ammalarsi e morire.

Prometeo non teme il destino, le catene e la morte, Epimeteo si accorge che deve morire quando è ormai troppo tardi.

Entrambi amano la vita ma Prometeo la abbraccia, Epimeteo ne è abbracciato. Prometeo contempla la vita e la può «salvare», Epimeteo s’abbandona alla vita e può «perderla».

Prometeo aiuta a «vivere», Epimeteo deve essere aiutato a «morire».

Con queste parole di FRANCESCO CAMPIONE più di dieci anni fa veniva inaugurata la pubblicazione di una rivista, ZETA. RICERCHE E DOCUMENTI SULLA MORTE E SUL MORIRE, di cui abbiamo voluto riproporre per intero l’Editoriale del primo numero. Le ragioni ideali che la animavano sono ancora le nostre.

Non siamo riusciti a trovare la sede della Redazione, per chiedere il permesso di riprodurre quel testo esemplare.

Ma proseguiamo nella sua lettura.

Ecco perché una rivista che si propone, come quella che oggi vede la luce, di occuparsi e preoccuparsi dell’uomo che muore per mano di Eros (cioè, perché prima agisce e poi pensa, perché agisce istintivamente, perché vuole vivere pienamente la sua naturalità), deve essere intitolata a Epimeteo piuttosto che a Prometeo, diversamente da come tendono a pensare coloro che vivono al di sopra di Eros  (ci si riferisce qui alla frequente mancata integrazione della dimensione erotico-biologico-pulsionale nel modo di intendere l’esistenza che si basi su principi ideali o etici).

In altre parole, questo nostro lavoro è dedicato a Epimeteo, cioè all’uomo-eroe che, abbandonandosi alla vita, proprio per ciò la consuma e continuamente «muore», all’uomo che nel tentativo di essere pienamente se stesso scopre continuamente di non esserlo mai del tutto, perché è stanco, malato, spossessato, bisognoso, bramoso del nuovo, inebetito, incosciente, drogato, incompleto, vuoto, solo, falso, ferito, umiliato, moribondo, angosciato.

[…]


MODALITA’ DI LAVORO NELLA RELAZIONE D’AIUTO

Ascolto e orientamento costituiscono i modi attraverso i quali si struttura la relazione d’aiuto.

L’aiuto è possibile solo dentro la relazione.

L’offerta che parte dall’azione di volontariato vede il Volontario già ‘situato’: la sede del Centro di ascolto e la dimensione del Gruppo dei Volontari come collettivo organico, équipe specializzata, conferiscono all’azione stessa il fondamento psicologico ed etico che costituisce la sostanza di ogni relazione umana significativa.

Il primo contatto, infatti, avviene sulla sede operativa, su richiesta del ragazzo e/o della sua famiglia.

Al primo contatto partecipano due Volontari, che giocano nell’incontro un ruolo complesso, in quanto assegnano prudentemente e pazientemente al colloquio le caratteristiche di una narrazione nella quale il ragazzo possa riconoscersi emotivamente. (La conoscenza della vita delle emozioni e dei sentimenti è alla base di quell’intelligenza emotiva che sempre più si richiede agli Operatori sociali in un’epoca di grandi cambiamenti, nella quale la complessità dei sistemi sociali accresce enormemente gli spazi di libertà dell’individuo ma non della sua responsabilità nella stessa misura).

Il Gruppo dei Volontari si qualifica come équipe specializzata, attraverso la capacità di apprendere dall’esperienza, attraverso la partecipazione alle occasioni di studio e l’autoformazione. (Questo riferimento al valore del Gruppo come équipe specialistica è indispensabile per introdurre al concetto di relazione d’aiuto).

L’ascolto dell’utente è, propriamente, il lavoro combinato dei due Volontari impegnati ad interpretare i bisogni del ragazzo, che spesso non è in grado di rappresentarsi adeguatamente i bisogni personali. L’interpretazione di essi non coincide con l’offerta d’aiuto (orientamento verso gli altri Servizi): il momento cruciale dell’ascolto è dato da quell’intervallo che si introduce nel tempo della coscienza del ragazzo, quando si riesce ad illuminare fenomenologicamente il tempo della coscienza, facendo risaltare l’alterazione che il tempo vissuto ha subito.

La prova di realtà, infatti, costituisce il punto di forza su cui fare leva per generare pause di riflessione, momenti di dubbio, sprazzi di verità nel continuum della coscienza tossicomanica.

La dissonanza cognitiva che si propone fin dal primo contatto, con l’oscillazione tra un linguaggio mimetico e la manifestazione di sé da parte dei due Volontari, serve a legare emotivamente il ragazzo ad una ragione che gli è sconosciuta (ma che gli appartiene): la dimensione della speranza come tempo grande della coscienza. (Il Volontario mostra attraverso il linguaggio mimetico la realtà del ragazzo e attraverso il proprio linguaggio il linguaggio del cambiamento).

Al di qua dell’offerta, che non viene mai immediatamente proposta, spetta ai due Volontari generare quello spazio linguistico nel quale il ragazzo possa sperimentare un’aurorale forma di agio emotivo, che l’approccio empatico rende possibile.

Le tecniche sulle quali si basa il colloquio di motivazione vengono saggiate prudentemente, per verificare fin dove sia possibile spingersi, per soddisfare l’oralità dell’utente, che non rinuncia mai ad esprimersi nei modi più diversi, quando non sia in atto una crisi depressiva.

Il primo contatto viene curato con grande prudenza, perché il ragazzo avverta nello scambio comunicativo l’eco emotiva delle sue parole. (Le emozioni dell’Operatore, infatti, conferiscono ai primi contatti una valenza che è già terapeutica, in quanto l’azione è orientata ad assegnare all’universo linguistico dell’utente un senso che troppo spesso all’esterno è stato negato).

Dipanare la matassa della vita del ragazzo, per farne emergere il senso generale, per ricostruirne il senso, per costruire sensi nuovi è compito della relazione d’aiuto.

Il riconoscimento di tutte le ‘ragioni’ del ragazzo costituisce un momento strategico nella fase di preparazione alle scelte future.

La varietà delle situazioni e dei tipi umani non consente certo di descrivere in tutta la sua ricchezza l’esperienza dell’ascolto, che si avvale della vita dei Gruppo dei Volontari, di modalità d’approccio diverse per quante sono le tonalità emotive che il singolo Volontario attribuisce alla relazione d’aiuto che è impegnato a costruire.

L’arrischio della relazione, poi, non è altro che il necessario coinvolgimento emotivo al quale il Volontario dovrà dare la giusta misura, ma che comunque è inevitabile, come accade in tutti i contatti umani significativi.

Empatia e kairós rappresentano i momenti tecnici della relazione d’aiuto. (Estrapolati dalla pratica clinica della terapia psichiatrica e della psicologia dinamica, empatia e kairós sono due modalità relazionali di cui è capace ogni essere umano. Ad ogni Educatore è richiesta una grande capacità di contatto emotivo. Lo specialismo dell’azione di volontariato è tutto qui).

Il colloquio che si tiene con i ragazzi due volte alla settimana, anche per anni, quando lo richiedano le terapie antagoniste, è scandito dal tempo della coscienza dell’Educatore, che si offre come ‘sponda’ al ragazzo, come validatore dell’esperienza, come conduttore nel cammino del ragazzo, che naturalmente cercherà dai due Educatori ai quali si affida risposte (conferme) a tutto ciò che si affaccerà alla sua coscienza nel tempo, quando sia possibile dilatare lo spazio della coscienza, aiutando il ragazzo a ritrovare in essa le ragioni della propria esistenza. Quando ciò non è possibile, l’orientamento verso l’esperienza comunitaria si rende obbligato. Il ragazzo stesso capisce che il lavoro avviato deve essere continuato altrove.

 

 

 

MODALITA’ DI LAVORO CON LE FAMIGLIE

Sin dalle prime esperienze del Gruppo dei Volontari, è apparso chiaro che la ricerca di contatti, il coinvolgimento e l’impegno dei genitori dei ragazzi non potevano riguardare solo loro ma interessavano potenzialmente tutta la famiglia e per di più indicavano altrettanto chiaramente il metodo da seguire.

Prima ancora di avere conferme dalle grandi scuole terapeutiche del nostro tempo (approccio sistemico e approccio relazionale), i Volontari hanno compreso l’aspetto sociale della tossicodipendenza, affrontando i problemi sempre con la famiglia.

Quest’ultima si è rivelata, in più di 10 anni di esperienza, a) il terreno sul quale si giocano le relazioni fondamentali del ragazzo, b) la base della formazione dei sentimenti psicologici e morali, c) l’universo di senso al quale ricondurre la normalità come la patologia dei comportamenti: se la famiglia non è causa diretta ed esclusiva dei disagi dei ragazzi, sicuramente all’interno di essa il disagio si manifesta, più spesso si nasconde.

La prudenza teorica da noi adottata nel definire la causalità del disagio dipende non solo dal fatto che spetta ai terapeuti della famiglia e agli studiosi delle dinamiche di gruppo il compito di spiegare volta per volta quando intervenga un coinvolgimento diretto dei genitori nella nascita del disagio; ma anche dalla necessaria presa di coscienza da parte dei genitori di responsabilità effettive nell’assunzione di comportamenti patogeni, nonché dalla capacità dei genitori stessi di adottare comportamenti riparativi, laddove il disturbo venga ricondotto alle dinamiche familiari. Il ricorso ai terapeuti della famiglia è richiesto di norma solo quando insorga chiaramente un comportamento disturbato nelle relazioni familiari.

I Volontari di Libera Mente hanno sempre assegnato al lavoro con le famiglie una funzione educativa che attraversa varie fasi:

  • il coinvolgimento di entrambi i genitori, se si presenta in sede uno solo di essi;
  • un intenso lavoro sui modi della comunicazione in famiglia, per ristabilirne la funzionalità;
  • il confronto diretto tra le persone (padre e madre, padre e figlio, madre e figlio, tutta la famiglia), per affermare il metodo della chiarezza come fondamento dell’alleanza ‘terapeutica’;
  • l’azione sulle motivazioni personali, per verificare costantemente la corretta finalizzazione dei comportamenti e delle azioni;
  • la bonifica del linguaggio, per aiutare i genitori a non cadere nelle ‘trappole’ della comunicazione malata in cui il ragazzo tende a trascinarli;
  • l’intervento sui livelli di autostima del padre e della madre, perché il ruolo educativo di entrambi non sia sminuito né indebolito da una percezione sbagliata di sé;
  • l’intervento sui rapporti con il figlio in difficoltà e con gli altri figli, per indicare chiaramente ai genitori ed intervenire con essi sulle problematiche di qualunque genere i figli siano portatori (l’azione dei genitori sui problemi aperti dinamizza la vita della famiglia, fornendo al ragazzo in difficoltà un motivo di speranza, in quanto il cambiamento che si richiede a lui viene già praticato dalla famiglia, che si qualifica così come stimolo al cambiamento);
  • l’indicazione forte dell’approccio multimodale (medico-psicologico-sociale) e a rete (centri di ascolto – SER.T. – Comunità), come via per superare la tendenza del ragazzo all’autoterapia e per rispondere al bisogno di contenimento del suo io frammentato;
  • i colloqui riservati con la singola coppia di genitori;
  • il confronto serrato nel gruppo delle famiglie
    a) per sedare l’ansia e per aiutare i singoli a gestirla,
    b) per verificare la percezione del figlio che hanno i genitori,
    c) per favorire la conoscenza nei genitori dell’ascolto e dell’orientamento,
    d) per educare gli stessi ad un rapporto corretto con il SER.T. e con la Comunità, soprattutto con quest’ultima, prima, durante e dopo l’ingresso del figlio,
    e) per alimentare la consapevolezza della natura della tossicodipendenza, perché i genitori non perpetuino e non ricadano in atteggiamenti di complicità,
    f) perché i genitori imparino ad ‘accettare’ il disagio del figlio,
    g) perché i genitori imparino a combattere la vergogna,
    h) per aiutare i genitori a non soffocare il ruolo genitoriale con le dinamiche di coppia,
    i) per aiutare i genitori a superare i contrasti ed affrontare uniti le difficoltà che insorgono lungo il cammino,
    l) perché i genitori imparino ad essere flessibili, adattando il comportamento alle fasi che il ragazzo attraversa (capacità di mettersi in discussione), rinunciando ai metodi intrusivi,
    m) perché i genitori imparino a superare la tendenza in loro a proiettare sui figli le loro aspirazioni e ad imporre modelli di comportamento superati dal tempo,
    n) perché i genitori imparino a riconoscere i segni del cambiamento nel figlio, soprattutto quando essi si manifestino in Comunità: paradossalmente, i genitori – che sono ‘per natura’ deputati alla crescita dei figli – a volte non vedono i segni di crescita che vengono dal figlio stesso,
    o) perché i genitori imparino che la Comunità è il luogo della festa e del perdono e che è importante capire quando è tempo per il proprio figlio per l’uno e per l’altra,
    p) perché i genitori comprendano, infine, che ci si salva solo insieme: il fatto che qualcuno in famiglia resti indietro è perfino un motivo di speranza, è il segno che c’è ancora qualcosa da fare e che la battaglia per la libertà ci impegna tutti per tutta la vita.

L’organizzazione pratica del lavoro prevede diversi momenti:

  • riunioni settimanali del mercoledì, dalle ore 18.00 alle 20.00, per 50 settimane l’anno;

  • un Corso di formazione all’anno di più giorni per i soli genitori;

  • una Cena natalizia con le famiglie al completo e con tutti i ragazzi che si sono avvicinati all’Associazione nel tempo;

  • confronti ravvicinati e verifiche durante le terapie antagoniste;

  • verifiche continue durante il programma comunitario, d’intesa con gli Operatori dei Centri residenziali, per aiutare l’intera famiglia a non commettere errori in nessun momento della permanenza del ragazzo in Comunità;

  • i genitori vengono stimolati a mantenere un contatto con l’Associazione anche dopo il programma comunitario svolto dal ragazzo, perché a loro volta aiutino i genitori in difficoltà e per continuare a fornire ai loro figli l’occasione di interagire con loro su un terreno educativo.

 

MODALITA’ DEL LAVORO CON LE RAGAZZE

Il lavoro sociale del Gruppo dei Volontari si arricchisce di una modalità in più da diversi anni: il gruppo delle sorelle, delle fidanzate e delle mogli dei ragazzi che frequentano l’Associazione.

Fin dai primi anni di vita del Centro è stato notato il carico di sofferenze che si trovano a vivere le ragazze indicate. Un fondatore di Comunità in quegli anni sosteneva che i fratelli dei tossicodipendenti soffrono più degli stessi genitori e raccomandava di non trascurarli nel lavorare con le famiglie.

Si potrebbe dire che, al pari di quello che si fa con i genitori, anche questo è un coinvolgimento parallelo, che non avrà di mira la conduzione del caso, interamente assegnata ai genitori, ma che è destinato a dare i suoi frutti, sicuramente per le persone che lo vivono.

In termini di salute mentale delle ragazze, il gruppo del mercoledì, infatti, sortisce un primo naturale effetto: quello di aiutare le ragazze a gestire la loro ansia, in un confronto nel quale si incontrano sorelle e partner del ragazzo, anche se non dello stesso ragazzo. Insomma, donne ‘a diverso titolo’ si interrogano insieme sulla tossicodipendenza, che si ritrovano a ‘vivere’, talvolta addirittura ‘condividendola’, in una prossimità che sconfina nell’aperta complicità.

Inizialmente, si tratta di una sorta di ‘autocoscienza’ di gruppo, come si chiamava negli anni settanta il gruppo femminista nel quale la donna si apriva e si interrogava sulle sue pulsioni segrete cercando risposte ai suoi dilemmi. Ben presto, però, tutte le ragazze comprendono che del vecchio gruppo di autoco-scienza non ha le caratteristiche un gruppo nel quale non si propone nessuna sollecitazione che possa alterare delicati equilibri o turbare un’esistenza già inquieta: non essendo gruppo esperienziale a conduzione psicologica, guidato cioè da un terapeuta, quello delle ragazze ha una funzione diversa.

Sorelle, fidanzate, mogli, tutte le donne che vivono accanto ai ragazzi tossicodipendenti vivono a loro volta una condizione di disagio, diversa ma comunque segnata dal dolore. Anch’esse vittime delle bugie, dei sotterfugi; implicate nelle sottili forme di ‘complicità’ a cui la convivenza spesso costringe, più spesso spettatrici impotenti di ‘traffici’ in casa, di rumorosi litigi, di gravi contrasti, di drammatiche lacerazioni, esse sono destinate prima o poi a chiedersi che tipo d’uomo sia il fratello, il fidanzato, il marito che hanno accanto.

O meglio, che tipo di donna sia la sorella, la fidanzata, la moglie, se ha creduto di poterne cambiare la vita con la sola forza dei sentimenti.

Il confronto nel gruppo favorisce la scoperta della natura dei sentimenti, del loro potere nella relazione umana, ma anche i loro limiti, qualora si considerino espressione separata, forza autonoma capace di indurre il cambiamento laddove sia richiesto. I sentimenti legano ma rischiano di tradursi in vincolo e basta, cioè di limitare la vita della coscienza, di costituirsi come affezione dell’anima che fa soffrire soltanto, che non dà più alcuna gioia, quando non siano fondati sulla realtà di responsabilità condivise.

Tutte le relazioni che il gruppo ‘tenta’, cioè affronta nella loro problematicità, concorrono a ridefinire la collocazione della ragazza e a ricostituire il senso di un’appartenenza. Identità e alterità, identità e differenza, libertà e responsabilità, ‘femminilità’ e ‘maschilità’, maternità e paternità, ‘sorellanza’ e vita di coppia sono solo alcuni dei territori esplorati.

Prossimità e distanza nel rapporto con il ragazzo costituiscono il primo approccio ai problemi personali, che la ragazza impara a rappresentarsi in modo più consapevole. Graduare la distanza nella realtà della relazione affettiva è il compito più grande, se si considera il coinvolgimento sentimentale che in questo caso va a costituire la natura stessa della relazione umana. La presa di coscienza del tempo grande necessario per imparare a misurare la distanza, imparando a bastare a se stessa, è un primo risultato che la ragazza consegue nel gruppo.

La scoperta di un’identità non del tutto chiara, incompiuta o poco assertiva nella partner aiuta a ricondurre i problemi di coppia all’interno della definizione di sé, del problema della costruzione di un Sé non ‘alienato’, che non si mostri interamente ‘donato’, proiettato sull’altro. I confini tra io e mondo esterno, i meccanismi di difesa dell’io, la proiezione di sé, in particolare, sono terreni di indagine e di ‘studio’. L’approdo comune è dato spesso dalla scoperta che l’identità femminile – come quella maschile – si definisce all’interno della vita di coppia: è di fronte all’altro/a che si capisce in che modo è uomo un uomo ed è donna una donna. I percorsi dell’identità, infine, sono lasciati alla loro enigmaticità e alla loro difficile definizione. Le soluzioni etiche, politiche, religiose restano opzioni non solo legittime, ma di fatto praticate da tutti.

L’alterità del ragazzo, la natura della sua personalità, la difficoltà di cambiare l’altro, la legittimità di questa pretesa, le possibilità di successo di questa impresa arricchiscono il lavoro del gruppo. Il rispetto dell’alterità dell’altro è l’approdo comune, anche se raggiunto per vie non sempre chiare e limpide.

La responsabilità, da una parte e dall’altra, come assunto di base ma anche come meta da raggiungere, posizione da mantenere; libertà e coscienza morale, la costituzione di sé come soggetto morale, il ‘peso’ della libertà come ‘bisogno’ di responsabilità, la libertà nella vita dei sentimenti, la dipendenza funzionale nella vita di coppia sono le tracce forti del lavoro con il gruppo strutturato.

La maternità e la paternità come caldo sentire, ruolo forte e profilo alto della persona, investimento morale e compito pratico si affacciano continuamente e rincorrono le altre questioni, intrecciandosi a tutte le altre ansie e agli affanni. Il ‘vissuto’ delle ragazze, intorno alle questioni sentimentali e morali che la condizione di genitori in giovane età genera, guadagna anche il livello della difficoltà di costruire un ruolo per il padre, in una società che non aiuta nessuno a riconoscere in forme adeguate tale ruolo.

Il destino della coppia, spesso sull’orlo della rottura, esce ridefinito, in uno spazio rinnovato quale è quello del tempo grande della relazione d’aiuto: ricostituendo le sue ‘certezze’ femminili, la ragazza può dispiegare in modo rinnovato la sua coscienza, assegnare il giusto peso al tempo, il valore diverso alle sue dimensioni – al passato, al presente e al futuro -, riprendere a sperare, perché ci si salva soltanto insieme.

Il guadagno più grande, però, resta per tutti la presa di coscienza e la conoscenza del rapporto esistente tra pensieri e sentimenti ed emozioni. Sapere che emozioni e sentimenti nascono dai nostri pensieri e che il governo dei sentimenti è possibile, a partire dall’esperienza del dolore, basta a farci guardare con rinnovata fiducia a noi stessi e agli altri. La speranza nasce anche da qui.

 

 

 

MODALITA’ DEL LAVORO DI STRADA

L’azione di strada è possibile nella città e nel territorio grazie alla presenza forte di Volontari che stabiliscono un’autentica relazione più che un occasionale contatto con i ragazzi.

Il carattere non occasionale del rapporto con la strada è dato da una frequentazione vasta e continua negli anni con l’avventore del bar, con l’adulto lavoratore allo stadio, in una condizione di prossimità ideale e in una medesimezza umana che vengono percepite poi dai ragazzi nel “luoghi del disagio” come energia positiva e autenticità del sentire: il valore della parola del Volontario è stabilito dallo stesso ragazzo, che riconosce a quella parola un fondamento morale e una credibilità che affondano le loro radici nella vicinanza e nel tempo vissuto sulla strada.

Il ragazzo a sua volta si avvicina perché si sente riconosciuto dal Volontario come persona e come cittadino, soggetto di diritto e portatore di bisogni che non trovano modo ancora di esprimersi adeguatamente e compiutamente nei Servizi, anche in quello di provenienza del Volontario.

L’azione di strada si sostanzia dei tempi lenti di una relazione che si costruisce al di qua di ogni offerta di aiuto esplicita, nello spazio umanissimo di uno scambio emotivo in cui il ragazzo avverte inequivocabilmente la costruzione di linee di senso destinate a sedimentarsi per vie sotterranee, fino alla nascita di forme autentiche di alleanza morale: è nell’ethos comune e nel tempo della strada che si incontrano le due esistenze.

Il lavoro di strada è fatto di appuntamenti non dati, di incontri non programmati, ma ogni incontro è come un appuntamento rispettato, perché il Volontario è lì, esattamente dove il ragazzo ha bisogno che stia quando vuole parlare con qualcuno che sia disposto a dare un senso alle sue parole.

Il Volontario aspetta. Nella sede dell’Associazione è in ascolto. In strada, aspetta. L’attesa paziente non è solo la propensione positiva di chi sa che qualcuno verrà all’appuntamento non dato. L’attesa fiduciosa è sapere che quando il ragazzo apparirà all’orizzonte riconoscerà nel Volontario il magnete, la calamita, come è stato chiamato efficacemente, la sponda a cui ‘appoggiarsi’: un mediatore di linguaggio, per noi; un validatore dell’esperienza, oltre ogni verifica della funzionalità dei costrutti mentali personali.

L’attesa è il tempo della strada, la modalità fondamentale dell’ascolto: “attesa d’amore” (che è sempre attesa di qualcuno, e che permette di mostrare la connessione tra desideri, credenze, valutazioni, ragioni ed emozioni; per questo, in essa è possibile il lavoro sociale).

Il tempo dell’attesa è il tempo della strada. Il tempo del ragazzo è il tempo senza tempo di chi vive immerso nel presente gioioso e affannoso delle corse e delle fughe, delle pause e dei ristagni, delle affabulazioni e delle recriminazioni, dei patti segreti e delle ansie. Il tempo del Volontario è il tempo di chi sa che non occorre sapere quale corsa, quale fuga, quale pausa, quale ristagno, quale affabulazione, quale recriminazione, quale patto, quale segreto, quale ansia. Dentro la relazione costruita nei tempi lunghi della strada il Volontario si propone come portatore di un altro tempo. Lo scambio emotivo senza contropartite consente al Volontario di proporsi come tale: la dimensione ‘lunga’ della speranza, il tempo grande della coscienza, la protensione in avanti, lo sguardo oltre l’attimo fuggente gli appartengono ma diventano tempo comune, possibilità gratuita di condivisione attuale del tempo della speranza. Il mettere in comune il tempo della propria coscienza da parte del Volontario costituisce il segreto del lavoro sociale di strada, il valore di una presenza.

La sua presenza non è semplice-presenza. Il senso della sua presenza è il risultato di una lunga presenza, che costituisce la garanzia a partire dalla quale si strutturano gli altri significati della ‘presenza’: oltre le parole, l’offerta d’aiuto; l’ascolto informale nella sede dell’Associazione.

Il lavoro avviato in strada, infatti, si prolunga nella comunicazione allargata che il gruppo dei Volontari di strada propone sulla sede dell’Associazione. Non il gruppo esperienziale, che ha una natura terapeutica, ma il gruppo informale come camera di compensazione e spazio libero della coscienza che non ha strutturato compiutamente la motivazione al cambiamento. Colloquio motivazionale aperto alla costruzione gruppale, infatti, potremmo chiamare il lavoro di gruppo condotto dai Volontari sulla sede operativa dell’Associazione: costruzione di narrazioni comuni, rafforzamento comune delle trame motivazionali e verifica degli sforzi aurorali compiuti a partire dal contatto di strada. Il gruppo funziona – sulla sede, assieme ai Volontari che lo conducono – come ‘contenitore’ dell’io frammentato del ragazzo, almeno di quella parte della sua persona che lì tenta di esprimere e di abbozzare una richiesta di aiuto.

Se la strada è lo “spazio” in cui si compie l’educazione sentimentale di tanti ragazzi; se nel gruppo dei pari alcuni sperimentano la devianza e conoscono il disagio della crescita nelle forme patologiche, è dentro altre esperienze della strada, dentro altre esperienze di gruppo che si ristruttura l’esperienza e si avviano tentativi di coping duale e di coping di rete: nel gruppo guidato dai Volontari si tentano i primi passi narrativi. Il tempo della coscienza ricrea le dimensioni temporali perdute: oltre il vissuto totale e sempre ‘vero’, un vissuto emozionale ‘pensato’, a tratti ‘voluto’.

La nascita della coscienza, la nuova nascita parte da qui, da questo lavoro sociale che pensa la strada e ad essa chiede sempre di nuovo la conferma di sé, del metodo e del senso di tutto il lavoro sociale del Volontario.

La strada ha una storia da raccontare. Porsi in ascolto significa stare lì. Accanto alle presenze ‘lontane’ e ‘assenti’ di chi ‘non c’è’, eppure è disposto spesso a ‘tornare’. Per questo, conviene aspettare, ma soprattutto consistere nel suo spazio e nel suo tempo, rispettando i modi inconsueti di ‘fare spazio’ e di ‘fare tempo’ da parte dei ragazzi che la ‘abitano’.

Proporre un altro spazio e un altro tempo, una casa, è possibile solo a partire da essa, dalla strada. Anche nell’ascolto condotto in sede, la strada è presente, sullo sfondo. Il cuore del ragazzo batte per essa. Le emozioni ‘vere’ sono depositate in essa. Il risultato educativo, oltre che terapeutico, si conquista sullo sfondo di questa grande ombra.

A differenza dell’Unità di strada, il gruppo aperto e non strutturato dei Volontari ripropone la ‘geometria’ variabile della strada: i suoi tratti informali, il suo linguaggio ne fanno un gruppo di contatto, strategicamente dislocato lungo la linea di confine che separa il Centro di ascolto dal suo ‘fuori’. Cultura di confine, del confine, l’azione di strada segna ciò che divide ma anche ciò che unisce: essa si fa ogni giorno simbolo di un’alleanza possibile, dunque speranza di salvezza.

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)