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Giustamente è stato scritto: «non guardare agli specchi…» e non: «negli specchi…» – Prima ancora di ‘specchiarsi’, per cercare la propria immagine riflessa, noi volgiamo lo sguardo a uno specchio. Si tratta di scegliere a quale specchio chiedere di noi.

«Non guardare agli specchi grandi! Non ti bastano le delusioni che hai ricevuto fin qui?» – Queste parole sono scritte sul frontespizio di un libro regalato alcuni anni fa dal figlio, prima che morisse tragicamente, alla madre M., membro di un gruppo di alcolisti in trattamento. Forse le parole di quel figlio, attinte non si sa a quale sorgente, sono all’origine della ‘salvezza’ di sua madre. E’ anche in questo modo che si continua a vivere, oltre la morte del corpo.
Recentemente, M. ha riformulato quella prescrizione, ad uso di una ragazza del gruppo che non ce la fa ad uscire dalla dipendenza: “Non guardare agli specchi grandi! Guarda agli specchi piccoli, a quelli che sono più vicini a te!” Evidentemente, la ragazza lasciava trasparire dai suoi racconti la tendenza a cercare lontano da sé conferme ai suoi sforzi, nella fase difficile della prima astinenza: si rivolgeva ai vecchi ‘amici’, ai più fortunati di lei che non sapevano parlare al suo cuore per incoraggiarla a proseguire; magari, questi si atteggiavano superficialmente a persone che danno generici consigli, senza mordere alla radice del problema…
Nella condizione di grave disagio esistenziale in cui versano le persone affette da dipendenza, gli specchi grandi sono anche espressione della favola mondana che alimenta tutte le illusioni, assieme all’applauso facile che quelle persone cercano, ai falsi riconoscimenti, alle seduzioni dei compagni di sventura. Le fragilità esistenziali spingono ad ascoltare tutte le voci o a non ascoltarne nessuna.

Gli specchi piccoli, sicuramente di minor pregio agli occhi di chi non vede, sono la casa, la famiglia, una madre. La vita autentica palpita in questi luoghi, non dentro improbabili mete verso cui tendere con un vano viaggiare. Il vero eroismo è stare al ‘quia’, consumare le guerre per il riconoscimento e l’individuazione personale nei confini dell’esperienza personale, in essa avanzare e consistere.

Delle poche cose che ho scoperto in tanti anni di scuola e di lavoro sociale, la più preziosa è forse proprio questa: è difficile accettare l’amore. E’ molto più facile darne, non importa come. Il sapere analitico ci ha insegnato molto al riguardo. Quante cose si decidono sulla scena primaria! E’ lì che si gioca il nostro destino, si decide di che pasta saremo, quanto saremo capaci di vedere e quanto saremo capaci di accogliere e di riconoscere a nostra volta il bene che abbiamo ricevuto. E’ stato scritto: «chi non ricorda il bene che ha ricevuto non spera». Come è terribile quel “non ricorda”! Fa pensare, infatti, non a un non ricordare, come se nella mente non ci fosse traccia dei doni ricevuti. Piuttosto, quel che manca è il riconoscimento del valore del dono, del significato dei gesti e delle parole, addirittura delle persone che pure sono state accanto o che hanno lungamente pensato ed amato chi patisce la ferita dei non amati. Ciò che non è mai stato ‘accolto’ nel proprio cuore è il diverso amore, se consideriamo i modi in cui gli adulti sono soliti prendersi cura delle diverse persone a cui si dedicano: tra due figli, a dispetto delle dichiarazioni di principio e delle giustificazioni ‘postume’, si scopre a distanza di anni che uno di essi probabilmente non ha avuto ciò di cui aveva bisogno o ha patito ‘ingiustizie’ che avrà vissuto come tali, come superficiale considerazione del più grande bisogno d’amore o, al contrario, come amore eccessivo, intrusivo o fermo all’elargizione dei soli beni materiali… Nella confusione dei sentimenti e tra le recriminazioni e le incomprensioni del presente, è solo nel colloquio intenso e nella confessione di sé e nel riconoscimento dei torti fatti – non importa se involontariamente e inconsapevolmente – che si può sperare di redimere il tempo perduto, di riscattarsi agli occhi dell’altro, di ottenerne il perdono, per arrivare a perdonare se stessi e arrivare a consistere insieme in un modo nuovo, più autentico, più giusto.

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)