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Domenica 15 gennaio 2012

Non basta avere le cose davanti agli occhi per poter dire di aver visto. Ancor più difficile ammettere di aver compreso (accettato) ciò che si è sentito.
Tra le forme più eroiche di non accettazione della realtà c’è da annoverare senz’altro l’attitudine maschile a trovare in ogni manifestazione della propria donna una spiegazione favorevole, anche in presenza di un rifiuto secco e definitivo. Se poi si tratta di altra donna, le torsioni che si fanno subire alla lingua – e alla logica – per poter dimostrare l’indimostrabile rasentano la comicità.

Ciò che risulta più oscuro nella sua evidenza è ciò che non possiamo accettare, perché talmente inaudito e inverosimile che non se ne accetta il significato palese. L’evidenza perde i suoi caratteri di incontrovertibilità e chiarezza tutte le volte che ci concediamo un’altra possibilità, anche senza fondamento. E’ sufficiente piegare lo sguardo all’indietro, per riandare all’evento che ci convince dell’assurdità di ciò che ci si para davanti agli occhi oggi. E se tra le cose passate ormai ce n’è una di cui siamo assolutamente certi, ci imbarchiamo in dispute imprudenti e insistenti che dovrebbero mirare a far ammettere che le cose sono andate esattamente come fa comodo a noi.

Ormai non ha più senso stare a pesare e misurare il grado di verità che hanno fatti e detti, ma chi vorrà rinunciare a segnare un punto ancora a proprio favore? perché non c’è altro a cui aggrapparsi per dare respiro a ciò che agonizza e langue!

Siamo convinti del fatto che se passerà che abbiamo ragione su un punto, si riapriranno scenari positivi, si disporrà di una base nuova su cui far poggiare nuove certezze, significati condivisi… Ma il fatto è che anche dall’altra parte si combatte la guerra di civiltà che ha di mira solo l’annientamento del nemico! Nessuna concessione può esser fatta proprio perché costituirebbe un varco attraverso il quale passerebbero altre ‘ragioni’ da spendersi al mercato della riconciliazione.

Quella piazza, però, è vuota. E non c’è sportello che possa valere per farci da giudice nelle nostre controversie quotidiane. Se pure da esse dipende il seguito della nostra storia, siamo soli. In realtà, non possiamo appellarci a nessuno. Nessuna tregua invocare.

Di tutte le possibilità di azione che abbiamo di fronte ce n’è una sola che andrebbe percorsa sempre. E’ quella di chi arretra, si astiene, resta in silenzio a contemplare lo spettacolo delle macerie che si mostrano ai suoi piedi, come se la realtà si fosse coalizzata tutta per mostrarci in una sola volta ciò che ci siamo rifiutati di vedere e di ascoltare a lungo.

Apprendere dall’esperienza è la cosa più difficile. Eppure, senza cadere nella tendenza a ripetere gli stessi errori, dobbiamo contemplare lo spettacolo che si mostra nella sua dura realtà e riconoscere che di realtà si tratta.

Tra ‘verità’ e ‘realtà’ ho sempre preferito la seconda. A che vale rivendicare questa o quella verità e lasciarsi sfuggire l’occasione per una più compiuta e vera comprensione della realtà? Se la verità di un fatto non basta più per salvare una relazione sentimentale compromessa, non sarà più saggio attenersi alla realtà, anche alla realtà deformata che si è venuta a determinare e in cui non riusciamo a riconoscerci? Se accettare perfino l’inaccettabile non basterà a sostenere l’illusione che possa ricomporsi l’infranto, almeno aiuterà la conversione dello sguardo verso nuove evidenze.

Dopo ogni perdita si suole dire in modo scontato che la vita continua, ma sta a chi ha subito la perdita trovare nella realtà ragioni soddisfacenti per riprendere a vivere dignitosamente. Chi non avrà coltivato la propria anima sentirà più forte la mancanza. Coltivare la propria anima non è solo un compito morale: è anche un modo per imparare a bastare a se stessi, e non solo per fronteggiare il lutto e la mancanza. Ai miei alunni ho sempre suggerito l’idea che in ogni relazione significativa dovremo portare qualcosa in dote. Quando viene meno la ragione perché la relazione sussista, c’è da spendersi ancora quella ‘dote’: è importante avere in sé la possibilità di continuare a dare senso alla vita. Indipendentemente da chi pure aveva contribuito grandemente a darle senso.


 

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  • Gabriele De Ritis
    Gabriele De Ritis
    Educatore

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    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove ap-poggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura

    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario.

    MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero.

    JACQUES DERRIDA
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    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. PARACELSO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» (Cristina Campo).

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    EMOZIONI E SENTIMENTI

    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO
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    LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo.
    PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri ___________________________
    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste.
    PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri ___________________________
    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti.
    PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri ___________________________
    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne.
    MARINA CVETAEVA ___________________________
    La verità è il tono di un incontro.
    HUGO VON HOFMANNSTHAL ___________________________
    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amero, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore.
    FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano ___________________________
    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122) ___________________________
    Se cerco di cogliere sul piano esperienziale il fenomeno intersoggettivo che io assumo come parametro, strumento e finalità del mio interagire col paziente, devo dire che esso si rivela a me come la feli­ce condizione dell'esistere con l'altro senza bisogni.
    Se però analizzo questa condizione mi accorgo che essa si fonda sul soddisfacimento di due bisogni che le sono essenziali; quello che l'altro ci sia, in quanto è grazie all'esserci dell'altro che io mi mani­festo come esistente e mi riconosco, e quello che io ci sia in libertà, poiché mi riconosco solo se sono libera di dirmi e di darmi così come, di volta in volta, l'esistere dell'altro mi rivela a me stessa.
    In questa felice condizione, quindi, non percepisco altri bisogni se non quelli della presenza dell'altro e della mia libertà. Non sono forse questi i requisiti dell'esistere dell'uomo come soggetto?
    (Silvia Montefoschi) ___________________________
    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. RENATA TURCO ___________________________
    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959) ___________________________