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Domenica 30 dicembre 2012

IMPARARE A VIVERE (4)
Aσκήσεις (7): Parlare in pubblico

L’esercizio della parola in pubblico è uno dei più duri da ‘svolgere’. Ad esempio, prendere la parola per trentacinque anni di fronte a una classe di studenti delle Scuole medie superiori, per interessarli a un’ora di Italiano o di Latino, quando chi deve prendere la parola sia una persona timida, è un esercizio di cui non si parla, di solito. Si dà per scontato che ogni insegnante abbia sufficiente ‘faccia tosta’ da affrontare il pubblico studentesco senza affanno o timore. Gli insegnanti sembrano tutti votati alla ‘recitazione’ quotidiana. Pochi sanno che per alcuni di loro è ogni volta di nuovo un compito arduo da affrontare, perché si tratta di vincere insicurezze difficili da superare: si ripresenta ogni volta il timore di arrossire, di incepparsi mentre si parla o di risultare poco chiari o di non avere più niente da dire, soprattutto nei momenti di stanchezza morale, quando si vorrebbe piuttosto stare a casa, magari tra le braccia di qualcuno che sia disposto a dispensare carezze di ogni genere.

Delle quattro abilità linguistiche fondamentali – ascoltare, parlare, leggere, scrivere -, la meno curata è forse proprio il parlato, a dispetto delle innumerevoli verifiche orali che gli insegnanti compiono per dovere d’ufficio. All’interrogazione tradizionale, pure indispensabile perché fatta di domande specifiche, occorrerebbe affiancare il colloquio basato sul “Parlami di…”, per consentire un più fluente e compiuto discorso.
Dalla parte dello studente si consuma una battaglia permanente che egli ingaggia innanzitutto con il lessico, nello sforzo quotidianamente ripetuto di trovare le parole. Chi non ricorda la fatica della preparazione pomeridiana alle interrogazioni del giorno dopo? C’è chi non abbia tirato un sospiro di sollievo a sentir dire in classe che non sarebbe stato giorno di interrogazioni, anche essendo ben preparato? A chi non è capitato di ritrovarsi a balbettare vicino alla cattedra, nel vano tentativo di restituire il lungo lavoro fatto il giorno prima? Quanto volte si è verificato il caso dello studente che si è ribellato all’insegnante che non ha saputo apprezzare il lavoro svolto a casa, quando però la prova sia stata al di sotto degli sforzi fatti per prepararsi? Quanto tutto ciò dipende dal ‘parlato’, cioè dal fatto che una performance in pubblico non sia cosa scontata?
Per me, si trattava di affrontare un pubblico non sempre benevolo. C’era da superare l’emozione che montava e che non incoraggiava a parlare. C’era la sensazione di non ricordare più niente, che non ci avrebbe abbandonati più, fino alla discussione della tesi di laurea. In me, soprattutto il timore di chi si sente gli occhi addosso e fa voti agli dèi dei rinvii, perché l’esposizione al giudizio altrui è sempre troppa: non avevo ancora imparato ad affrontare il pubblico mentre parlavo. Fare le due cose insieme – pensare a ciò che doveva esser detto in modo chiaro e farlo senza impaccio – era decisamente troppo!
Eppure, ho attraversato il mio deserto, il deserto delle mie aspre solitudini, senza indietreggiare mai: ho accettato per decenni di arrossire davanti a tutti e con la morte nel cuore ho continuato a cercare le parole.
All’altezza del primo liceo, ho deciso che dovevo mettermi a parlare in Italiano in casa, dove si parlavano ben tre diversi dialetti: quello dei miei genitori, quello dei primi tre figli, quello del quarto figlio. Naturalmente, tutti mi prendevano in giro e mi giudicavano aspramente: erano convinti del fatto che ostentassi uno spirito di superiorità nei loro confronti, essendo un liceale! Nessuno comprese il mio dramma privato.
Anche se nessuno mi insegnava ad ascoltare, a parlare, a leggere, a scrivere, io dovevo comprendere i meccanismi della lingua, della grammatica, dello stile. Non sapevo ancora cosa fosse la pragmatica, cosa la semantica. Non avevo scoperto ancora Estetica, Filosofia del linguaggio, Linguistica generale, Linguistica testuale… Ogni progresso nella conoscenza e ogni voto lusinghiero equivalevano a una promozione sociale per me, non solo alla promozione scolastica, a un incremento del profitto.
All’Università avrei fatto le scoperte maggiori, proseguendo il lavoro avviato su di me. Mentre mi accingevo a sostenere gli Esami che avevano a che fare con la Lingua, il Testo, il Linguaggio, pensavo a quello che avrei fatto in classe con i miei alunni, per aiutarli a progredire come animali parlanti: sarebbe stato quello il mio risarcimento.  Avrei assunto come termine di confronto, per generare l’indispensabile dissonanza cognitiva, la condizione in cui versavo io come studente di liceo prima e universitario poi.

La fluenza del parlato, con il ritmo che pure richiede, non è capacità che si possiede e basta. Contribuirà ad accrescerla la tendenza ad imitare gli adulti a casa, se questi parlano in Italiano. Fu decisivo per me scoprire quanto sia importante accettare la propria voce. Un ragazzo non si rende conto fino in fondo quanto possa costituire un ‘freno’ all’espressione libera di sé la non accettazione della propria voce. A tutti i miei alunni ho suggerito la riflessione privata su questo punto: occorre allenarsi ad ascoltarla, fino ad arrivare a provare piacere a sentirla.
Dare alla voce un’intonazione durante la lettura di un testo, cercando di rendere il senso, alla maniera degli interpreti di professione, gli attori e i dicitori, è forse una delle ultime cose da fare, ma si avverte in ogni momento che ‘interpretare parlando’ è indispensabile per far capire a chi ci ascolta che il testo ci appartiene, ha influito sulla nostra sensibilità, ne abbiamo compreso il senso. Un esempio chiaro di questa difficoltà è dato dalla lettura de L’infinito di Leopardi. Per decidere fino a che punto fosse da premiare un ragazzo di quinta liceo che affrontava l’Esame di stato, mi sono limitato sempre a far leggere i primi versi de L’infinito. Dicevo soltanto: voglio sentire come leggi. La voce di una persona ci rivela più di quanto il parlante non sappia!

I miei alunni mi prendevano in giro affettuosamente dicendomi che la mia voce era soporifera. Naturalmente, cercavo di essere caldo e rassicurante e fermo e sereno… Inutile dire quanto fossi sicuro di aver raggiunto negli ultimi anni di insegnamento un livello alto di consapevolezza di quello che accadeva durante l’ora di lezione.

Soltanto negli ultimi anni di insegnamento ho capito quanto incida l’improvvisazione nella conduzione della classe durante la ‘lezione frontale’. Lungo tutta la mia carriera, non ho fatto altro che studiare per arrivare in classe pronto su tutto. L’intera estate era dedicata alla preparazione del Progetto didattico per l’anno scolastico successivo. Al mare o in montagna, avevo sempre i miei libri con me. Fermo restando che lo studio è indispensabile, sbagliavo a pensare che non si debba mai improvvisare! che tutto debba essere previsto!
Uno dei momenti più importanti della mia vita è stato la scoperta dell’improvvisazione, della necessità di improvvisare. Quando andiamo a un appuntamento importante, con una donna o per un posto di lavoro, al Centro d’ascolto per un colloquio, in un luogo in cui non siamo stati mai, per parlare con qualcuno che non sappiamo ancora se ci accetterà oppure no, noi siamo ‘esposti’, perché non sappiamo cosa dire. Non sappiamo bene quello che diremo, con quali parole, con quanta efficacia… Massimo Cacciari parla dell’arrischio della relazione, per significare questo essere in prima linea, senza difese o protezioni di sorta. Non siamo in pericolo, ma ne va della nostra immagine, dell’idea che l’altro si farà di noi: temiamo di non riuscire a far intendere quello che ci preme di più l’altro sappia.

Oggi so quanto sia inutile consegnare ad un incontro occasionale e fortuito il senso di sé, preoccuparsi di deludere l’altro: è fin troppo facile che accada! Ci si salva solo pensando alla fragilità del bene, a quanto dipenda dall’altro il significato che vorrà attribuire alla nostra esistenza. Attraverso le nostre ‘parole’ trasparirà comunque ciò che siamo.

Imparare a vivere attraverso l’esercizio della parola, imparando a parlare in pubblico. Per ascoltarsi vivere. Per conoscere la propria anima attraverso la sua capacità di divinare dal fondo enigmatico e buio da cui parla. Per imparare ad accettare il bene e il male che ne verranno da ciò che gli altri vorranno restituirci di noi.
Molti ragazzi affetti da tossicodipendenza mi hanno rivelato che hanno fatto ricorso alle sostanze per trovare il coraggio di parlare davanti agli altri. Al termine di lunghi percorsi segnati dai necessari processi riparativi e ricostruttivi della persona, tutti i ragazzi  hanno dichiarato sommessamente: ho imparato a parlare in pubblico senza paura. A loro è dedicata la maggior parte degli sforzi che faccio per essere una persona migliore, da ventitré anni.

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Ασκήσεις è parola greca (è il plurale di Àσκησις), che sta per esercizi spirituali. La preferiamo al più chiaro ‘esercizi spirituali‘ di Hadot, perché ci consente di ‘risalire’ alla fase precristiana della nostra civiltà morale. Non per opporre una tradizione all’altra o per esprimere una preferenza ‘laica’ da anteporre allo spirito cristiano… Piuttosto, per una ragione terminologica.
Esercizi. Semplicemente, esercizi che vedranno impegnata sicuramente la parte immateriale della nostra esperienza, ma nondimeno graveranno, accanto alla presenza di atteggiamenti emozioni sentimenti passioni, gli stati di corpo, le pratiche a cui ci sottoporremo per entrare nella nuova condizione che ci aspetta.
Dovremo prepararci a vivere in condizioni di precarietà e insicurezza, pur possedendo i beni accumulati nella fase precedente. Non è detto che vivremo male. Dovremo, sicuramente, convivere con tanti giovani senza prospettive certe di vita, in un mondo che non sarà più quello di prima. Chi ha avvertito per tempo i cambiamenti in atto si sta preparando. Molti sono già pronti.
L’esperienza sta subendo una torsione ‘restrittiva’, a causa degli sconvolgimenti economici che investono Cosmopolis. Bisogna registrare i cambiamenti che intervengono nel mondo-della-vita in seguito all’austerità obbligata che ci ritroviamo a vivere. Non rinunceremo solo al superfluo. Saranno intaccati stili di vita ‘da sempre’ improntati a dissipazione e consumo.
C’è forse speranza che tornino i volti, quando avremo ‘archiviato’ la civiltà malata dell’usa e getta?

Il termine Ασκήσεις contiene anche una preziosa sfumatura ‘ascetica’, un’allusione a ‘rinuncia’ che non abbandoneremo mai. Chi scrive queste note ‘proviene’ da un’educazione interamente improntata a sacrificio e rinuncia. Occorre verificare quanto resti di quella tradizione e se non stia giungendo il tempo in cui sacrifici e rinunce acquisteranno un senso nuovo, nel fuoco della moralità privata.

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Leggere anche

Aσκήσεις (1): La nostra esperienza morale

Aσκήσεις (2): Lo spirituale un tempo

Aσκήσεις (3): La dissimulazione onesta

Aσκήσεις (4): Strategie di apparizione

Aσκήσεις (5): I nostri Esercizi

Aσκήσεις (6): Di fronte al rifiuto di rispondere alla domanda d’amore

 

 

Comments

  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

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    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)