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Una ‘scienza dell’anima’ è possibile, a condizione che si faccia sguardo fenomenologico sulla mancanza, sull’assenza, sulla lontananza, sulla perdita, in una parola sull’invisibile.

Alla lontananza Antonio Prete ha dedicato addirittura un trattato. Ambiziosamente definito dal suo autore anche come una critica della ragione telematica – «Oggi la lontananza non è lontana. E’ prossima, transitabile, domestica. E’, infatti, nelle case, sul monitor dei computer, sul display dei cellulari. Perché la tecnica del nostro tempo è la tecnica del lontano: l’antico avverbio greco telē (lontano) va a comporre gli elementi e gli strumenti della tecnica contemporanea. Tutto quel che è lontano (isole, deserti, avvenimenti, costumi) viene verso di noi, si fa superficie, schermo, suono» -, il Trattato della lontananza, (indice) edito da Bollati Boringhieri nel 2008, riafferma il compito del linguaggio «di non ridurre lo spessore della lontananza, la ricchezza delle sue varianti, la profondità del suo tempo e del suo spazio. La letteratura, la narrazione, la poesia, le arti contribuiscono a tenere aperto lo spazio della lontananza. Perché rappresentano la lontananza come lontananza, ed esigono la collaborazione immaginativa e meditativa del lettore, dello spettatore

E’ questo spazio che qui è interrogato nelle sue figure: l’addio, sulla cui soglia è già presente la lontananza, la poetica dell’orizzonte, le rappresentazioni del cielo, le forme della nostalgia e dell’esilio, le domande dell’arte su come dipingere la lontananza, la cartografia fantastica, il vedere da lontano, il suono della lontananza, l’amore di terra lontana, infine, il viaggio, in compagnia dei poeti, nel mondo sotterraneo delle ombre. [dal risvolto di copertina]

A tutte queste figure occorre dedicare studio e tempo, per la riflessione e per la verifica costante nell’esperienza propria e altrui.

[Il giorno 27 dicembre 2008, nella sala “Celestino Contaldo” del Palazzo della Cultura “Zeffirino Rizzelli” a Galatina, su invito del 1° Circolo Didattico e dell’Università Popolare “Aldo Vallone” di Galatina, Antonio Prete ha presentato il suo Trattato della lontananza, Bollati Boringhieri 2008. Il testo che segue è stato raccolto da Gianluca Virgilio]

LA POESIA DELLA LONTANANZA

La parola lontananza mi ha sempre colpito, insieme con altre parole della nostra lingua che hanno la terminazione in –anza: per esempio, ricordanza. Ho messo in rapporto lontananza con ricordanza, giacché molti anni fa me ne sono occupato a proposito di Leopardi. Mi sono accorto allora che la parola lontananza, come ricordanza, dice un movimento. 
Dire ricordanza è diverso che dire ricordo. Il ricordo è ciò che prende forma e si presenta quasi come solidificato, definito. I francesi dicono souvenir. Noi stessi diciamo “ti ho portato un souvenir”, cioè ho reso oggetto un ricordo. Ma ricordanza indica invece il ricordo nel suo movimento verso il farsi forma, presenza. Leopardi dà molto rilievo alla ricordanza e scrive un noto testo poetico Le ricordanze, dandone questa definizione nello Zibaldone: “Non la rappresentazione di una cosa, ma il riflesso, la ripetizione, la ripercussione di un’immagine antica”, cioè qualcosa che dall’antico torna nel presente.

La ricordanza per Leopardi è qualcosa che si muove, che esce dalla prigione dell’oblio, dal chiuso della dimenticanza, e torna a pulsare, a prendere vita: “Silvia, rimembri ancora…”. Silvia torna a prendere presenza, lei che non c’è più ritorna a vivere, a pulsare, ridiventa figura, ma non è vita nel senso comune, è un’altra vita, la vita della poesia, Silvia entra nel tempo della poesia. La poesia riesce ad annullare l’irreversibilità del tempo – questa è una caratteristica del tempo riconosciuta da tante filosofie e anche dalla fisica quantistica contemporanea; la tecnica è tanto avanti, ma la macchina del tempo non è stata ancora inventata -, a bucarla, a cancellarla, perché il tempo irreversibile torna nella lingua, assumendo la figura del ritmo della poesia, immagine, Leopardi diceva parvenza.

Analogamente, lontano indica qualcosa che non è presente, è assente, e che sta lì, fuori del nostro orizzonte, mentre il termine lontananza indica un movimento del lontano verso la figura, la forma, ciò che non c’era, che non appariva, che non esisteva alla vista, e che appare, prende forma, si fa presente: questa è la lontananza. Una linea di confine, un orizzonte che man mano per me diventa una figura di presenza. La letteratura, la poesia, le arti figurative danno a questo movimento tutto il loro tempo e spazio, ecco perché il lettore che legge un libro in cui si parla di terre lontane vive con la sua immaginazione in queste terre lontane. Oggi accade che la lontananza, che è così presente attraverso la tecnica, rischia di essere frantumata, dispersa, non percepita, non attraversata, viene dissipato lo spazio-tempo della lontananza. Noi viviamo nella tecnica della lontananza: l’avverbio greco tele vuol dire lontano e va a definire tutti gli strumenti, tutte le tecniche contemporanee che ci avvolgono: la telematica, il telefono, la televisione, le telecomunicazioni. Siamo in un universo della rappresentazione del lontano, perché la tecnica porta nelle nostre case, davanti ai nostri occhi il lontano. Dobbiamo chiederci se questo lontano riesca davvero a tenere aperto il tempo e lo spazio della lontananza. Se voi scorrete un dizionario della lingua greca trovate moltissime parole composte con l’avverbio tele. Le connotazioni di queste parole sono assai varie. Tele va a definire dei gesti, delle situazioni, popolazioni, suggerisce un movimento dell’immaginazione. I greci parlavano di ciò che appare, si mostra da lontano, risuona da lontano, ciò che attraversa luoghi lontani, ciò che porta qualcosa lontano, ecc. Oggi tele accompagna la tecnica, che potrebbe dare respiro allo spazio e al tempo della lontananza. Ciò può accadere se la tecnica guarda alle arti.

Nel mio Trattato della lontananza c’è un capitolo, Come dipingere la lontananza, che riguarda proprio il modo in cui è stata rappresentata la lontananza nella pittura, da Leonardo da Vinci fino alla pittura del Novecento. Il problema è che la tecnica del nostro tempo mira alla rapidità, cioè non si dispiega come tempo e come spazio, ma mira al consumo rapido, sicché presenta un’immagine e subito dopo un’altra immagine che cancella o opacizza la prima e così via. Non si tratta di opporre l’arte della lontananza alla tecnica della lontananza, dicendo che la prima è positiva e l’altra no, si tratta di invitare tutti gli operatori della tecnica della lontananza, delle telecomunicazioni, a studiare la storia dell’arte, della letteratura e della poesia per prenderne dei suggerimenti su come rendere la lontananza vivibile, attraversabile, transitabile, e non consumabile.

Vorrei dire qualcosa su qualcuna delle figure della lontananza.

Innanzitutto, l’addio. Mi sono accorto che questa era una figura su cui mi fermavo di più. L’addio è il luogo in cui la lontananza si presenta come ombra, come minaccia, la lontananza non c’è nell’addio, siamo lì a salutarci, siamo lì a dire addio, siamo sulla soglia di una partenza, c’è la presenza dell’altro, del paesaggio che conosciamo, eppure c’è già insinuata la lontananza come ombra, come minaccia, come possibilità, la lontananza di sé dalla persona e dal luogo da cui si parte. Tant’è che negli addii noi cerchiamo di eliminare la distanza, lo spazio, con l’abbraccio, il bacio, che sono figure della corporeità tendenti ad esorcizzare la lontananza, come dire: qui tra me e te non entra la distanza, lo spazio, e quindi c’è un’affermazione della vicinanza, proprio perché si sente la minaccia della lontananza. Mentre scrivevo il Trattato della lontananza, mi accorgevo che, intorno a queste figure, c’erano delle implicazioni mie personali, affettive; qui ci sono i miei fratelli, i miei nipoti che conoscono le mie tante partenze… e i ritorni. Nessuna partenza è uguale ad un’altra. Non è possibile replicare la stessa partenza.

Un’altra figura della lontana è l’orizzonte. Il luogo dove il visibile e l’invisibile si uniscono, la terra e il cielo si uniscono, l’orizzonte è il celeste, poi l’estremo confine, infine l’ultimo orizzonte, diceva Leopardi, l’estremo punto dove arriva la vista. Ma ogni orizzonte comporta anche l’oltre, l’orizzonte è il richiamo di ciò che sta oltre. L’orizzonte non è mai prossimo a noi, è ciò che è sempre lontano, tiene aperta la sua lontananza, perché non può mai essere vicino a noi, noi andiamo verso l’orizzonte e l’orizzonte si allontana. Studiare le rappresentazioni dell’orizzonte nella letteratura significa attraversare il pensiero del confine, del limite, del rapporto tra visibile e invisibile, tra il qui e l’oltre, ecc. In questo attraversamento soccorrono i poeti e gli scrittori.

Nel Trattato della lontananza ho scritto della pittura. Come dipingere la lontananza è il problema che ha posto Leonardo da Vinci, in maniera molto assidua. Se voi leggete il Trattato della Pittura, che sono i frammenti didattici che hanno raccolto gli allievi di Leonardo, vi accorgete dell’ossessione che Leonardo aveva per questo problema: come dipingere la lontananza. Leonardo si stacca da tutta la tradizione pittorica precedente, anche dai fiorentini come Botticelli, perché dà alla lontananza una presenza. La lontananza non è più lo sfondo, il paesaggio di sfondo, essa è il soggetto della pittura. Ciò che è lontano è presente quanto ciò che è in primo piano. Lo studio della lontananza in Leonardo è sorprendente: tutte le osservazioni, come dipingere le montagne, quando c’è la nebbia, all’alba, al tramonto, quando l’orizzonte si arrossa tra le nuvole, le montagne più alte, quelle più basse, i castelli, gli edifici in rapporto alle montagne, i fiumi osservati da lontano, e così via, osservazioni minuziose e preziosissime, testimoniano che dipingere la lontananza è la grande questione del pittore. Dare alla lontananza vita, vibrazione, tensione. Ho cercato di seguire questo svolgimento del lontano nella pittura dei secoli dopo Leonardo, fino al Novecento, dagli impressionisti, da Turner fino a Monet, a Magritte, Matisse, De Chirico, ecc.

La lontananza non è solo lontananza nello spazio, ma anche lontananza nel tempo. Siamo lontani da un tempo che abbiamo vissuto. Uno dei capitoli del Trattato è dedicato alla nostalgia e all’esilio, proprio perché la nostalgia è lo spazio-tempo di questa distanza da qualcosa che abbiamo vissuto e non possiamo più rivivere. Di nostalgia, come diceva il filosofo Kant nella sua Antropologia del 1798, non si può guarire. A noi sembra di avere nostalgia di un luogo, di un paese in cui siamo stati e in cui abbiamo vissuto, in realtà abbiamo nostalgia del tempo vissuto in quel paese, e quando torniamo in quel paese il tempo, quel tempo non c’è più, perché noi non siamo più quelli di un tempo, siamo cambiati. Noi siamo cambiati come è cambiato quel luogo. Ecco perché è importante che la nostalgia si affidi alla narrazione, al racconto, ecco perché del nòstos si può dare narrazione per evitare la chiusura nella patologia della nostalgia. E così è importante che si racconti la lontananza. L’esiliato, per esempio, è colui che attraverso il linguaggio, la lettera, la scrittura, il racconto ecc. riesce a sopportare la sua condizione di distanza da un  tempo-spazio nel quale non potrà forse mai tornare.

Ho chiuso il Trattato con la figura della lontananza estrema, la morte, la lontananza delle ombre, la terra ombrosa, le ombre dell’aldilà, la lontananza raccontata da Omero nell’Odissea, libro XI, e poi ripresa da Virgilio nel VI libro dell’Eneide, quando Enea va a trovare l’ombra di Anchise. Da questa lontananza estrema è possibile guardare la vita. Pensate a Leopardi, che nel coro dei morti – bellissima poesia, andrebbe posta tra i Canti – dell’operetta morale intitolata Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie. Nell’anno matematico le mummie si risvegliano nel gabinetto scientifico di Federico Ruysch e cantano un loro coro, un coro messo in musica dal grande musicista Petrassi. Questi morti parlano della vita osservata dal loro punto di vista, da uno stato d’ombra in cui la vita diventa “quel punto acerbo che di vita ebbe nome”. Questo punto di osservazione lontano Leopardi lo ricerca sempre, cerca un punto di lontananza estremo da cui osservare se stesso e il mondo: pensate alla Ginestra, lo sguardo che vaga in quei nodi di stelle. Lo sguardo vede la storia dell’uomo nella sua finitezza, nella sua vanità, nella sua pretesa, da questa lontananza estrema la Terra appare un granello di sabbia. Questa dislocazione dello sguardo in un luogo di lontananza estrema è un punto di vista filosofico, è un modo per conoscere l’esistenza, per leggere il mondo e la vita e le sue pieghe, non nelle sue implicazioni prossime, ma attraverso un distanziamento il più possibile estremo. Da tutto questo nasce la poesia della lontananza.

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CAMMINARSI DENTRO (160): Arredare la provincia dell’uomo (1): è il soggetto amoroso che parla

CAMMINARSI DENTRO (161): Arredare la provincia dell’uomo (2): il sogno di una cicogna

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    IL NOSTRO SENTIRE
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)