Libera Mente

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CENTRO DI ASCOLTO LIBERA MENTE

Il Centro di ascolto ha la sua sede legale e operativa a Sora (FR), in via Agnone Maggiore, 1. Recapiti telefonici: 0776.833817 e 338.8445910.

La sede è aperta il lunedì, il martedì, il giovedì e il venerdì, dalle ore 17.00 alle 20.00, per i Colloqui individuali.

Il mercoledì dalle ore 18.00 alle 20.00 è riservato agli incontri con le famiglie, per cinquanta settimane all’anno.

I testi esemplari prodotti nel tempo partono dal 1992. Essi riguardano il Progetto educativo dell’Associazione – che si interseca con quello di Exodus – e la riflessione sull’esperienza educativa, sul lavoro sociale, sull’intervento dei Volontari nel Centro di ascolto.

Libera Mente significa (1992)

Educare all’ascolto (1992)

Empatia e kairós (1992)

Ascolta il tuo cuore, città! – Venti tesi. Per non morire di droga. (1994)

Il brusio degli angeli. Saggio etico-politico sui fondamenti del lavoro sociale (1998)

Progetto educativo (2002)

Progetto per la formazione delle famiglie (2003)

SCHEDE PER LA FORMAZIONE DEGLI EDUCATORI (2002) – Modalità della relazione d’aiuto – Modalità di lavoro con le famiglie – Modalità di lavoro con le ragazze – Modalità del lavoro di strada

Sotto il segno di Epimeteo (2003)

Le basi dell’educabilità di un Educatore (in Exodus) sono tre: muovere verso se stessiverso gli altriverso il mondo. La condizione dell’educabilità dei ragazzi dipende interamente dalla capacità di educare se stessi.

 

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Una scuola dello sguardo, cioè un’educazione sentimentale per i ragazzi e per gli adulti, perché un percorso di conoscenza di sé e degli altri sostenga il cammino ulteriore della vita. Sentire l’altro che è in noi come l’altro che è fuori di noi non è prerogativa di pochi ma un’abilità che, comunque, non si acquisisce spontaneamente. Di qui la necessità di una ‘scuola’.

Soltanto attraverso adeguati esercizi spirituali è possibile crescere in consapevolezza e imparare a vivere (1). Tra i compiti che ci attendono occorrerà prevedere ancora: imparare a morire (2), imparare a leggere (3), imparare a dialogare (4). Quest’ultimo esercizio a noi sembra il più familiare e forse il più facile da apprendere. In realtà, esso richiede che si stia in ascolto e in dialogo, perennemente aperti alle voci del mondo, per imparare a raggiungere la realtà dell’altro, ciò che gli è più proprio: la conoscenza della persona richiede attenzione e metodo, la presenza, il volto, il vissuto (l’esperienza vissuta come soggettività vissuta, sentimento di sé), la stratificazione della vita affettiva e la profondità del sentire, i sentimenti di valore, nei quali più profondamente ciascuno incontra se stesso.

«Quando io parlo con una persona umana, cerco con i miei occhi i suoi, prendo contatto con l’espressione della sua faccia, in modo da avvertire che la mia parola arriva al volto che mi sta dinanzi. E attraverso il volto a ciò che vi si esprime: allo spirito che pensa; al cuore che sente; alla persona che là esiste. Leggendo nel suo volto, io afferro le ripercussioni che vi si esprimono: afferro lui stesso» (Romano Guardini, Virtù, 1972).

Gli occhi, lo sguardo e il volto sono modi di essere del corpo vivente radicalmente diversi da quelli del corpo fisico. Il corpo in questione – che non è riducibile al mero organismo (Körper), oggetto di studio delle scienze mediche – è il corpo vivente linguistico (Sprachleib), il soggetto che patisce, che agisce, che pensa. Occhi sguardo volto esprimono affezioni dell’anima e le comunicano all’altro. Tutte le complesse operazioni di empatia, delle quali ci serviamo dentro e fuori dei Centri di ascolto per accedere all’invisibile – cioè, alla realtà dell’anima dell’altro – passano attraverso lo sguardo. La parte più grande della nostra esistenza cade sotto lo sguardo dell’altro, anche ciò che è più proprio della singolarità dell’ente: l’inattingibile della «cosa ultima» (M.Cacciari) che costituisce l’invisibile (dell’esperienza).

 

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La prima tentazione che ci prende quando ci ritroviamo a considerare le esistenze infelici di uomini come Hölderlin, Leopardi, Rebora è quella di spiegarcele nei termini di una maturazione personale rimasta incompiuta. Può venire in nostro soccorso, forse, l’opera di Duccio Demetrio, Elogio dell’immaturità. Poetica dell’età irraggiungibile, edita da Cortina nel 1998. Già nella quarta di copertina leggiamo:

Chi avrà mai decretato che l’immaturità debba precedere ogni traguardo adulto? Perché non capovolgere questo luogo comune e pensare a un’immaturità che continui ad alimentare la nostra vita di innocenza e di speranza? L’immaturità non è un venir meno della maturità, il suo lato d’ombra o il suo tradimento, ma una possibile virtù, un tratto umano e psicologico tra i più fecondi. Certo è fondamentale distinguerla dalle pseudoimmaturità che hanno contribuito ad adombrare quanto di positivo le è proprio: è l’immaturità come risorsa che qui si suggerisce di coltivare, abbandonandosi alla sua “leggerezza”, quando troppa maturità ci opprime e ci spegne.

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Il ruolo dello sguardo nel Counseling.

SARA DE CARLO, L’inflessione dello sguardo. Maurice Merleau-Ponty e l’interrogazione sulla Natura

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ALBERTO OLIVERIO, Teoria delle emozioni

MARTHA NUSSBAUM, L’intelligenza delle emozioni

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L’educazione sentimentale non è da intendere come prescrizione di modelli di comportamento né come un sistema di censure etico-sociali riprese dal senso comune o dalla morale sessuale corrente. Innanzitutto, c’è da combattere l’analfabetismo emotivo, cioè la difficoltà di esprimere compiutamente un rapporto con se stessi, con le proprie emozioni, anche dando un nome ad esse: la battaglia per il riconoscimento, che costituisce uno dei modi d’essere fondamentali dell’amore, come troverà modo di esplicarsi, se la nostra afasia non sarà superata a vantaggio di un chiaro sentire? Sicuramente, tra ‘sentire’ e ‘dire’ è difficile stabilire cosa venga prima e cosa dopo. Quante storie si concludono con un fallimento di una parte o dell’altra per incapacità di difendere il proprio sentire, per la difficoltà di condurre vittoriosamente a termine ogni battaglia per far durare la relazione sentimentale? Tra fraintendimenti e incomprensioni, peserà poco la personale capacità di esprimere le proprie emozioni, difendendo un esatto sentire? Il rapporto uomo-donna andrà declinato in tutte le sue forme e i piani di realtà andranno raccordati tutti, per impedire derive del senso e dépense.

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Negli anni ottanta si riteneva che la cocaina fosse la droga dei ricchi e che l’eroina fosse quella dei poveri. Non si tardò a comprendere che tutte le droghe erano penetrate nelle periferie, tra le case popolari. La loro diffusione presso tutte le ‘classi’ sociali aiutò ad abbandonare ogni sociologismo, a vantaggio di visioni centrate sulla persona. La pedagogia preventiva degli anni novanta scaricò sull’individuo tutto il peso della responsabilità, cioè dei destini personali, trascurando del tutto l’influenza che il mondo esercita su tutti noi. Una società che si avviava a diventare sociopatica, perché orientata al principio del piacere e sempre più incapace di educare al principio di realtà, costituisce oggi il vero problema. Il filosofo Remo Bodei intitola proprio così una delle sue ultime opere: Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze, edita da Feltrinelli nell’inverno del 2002. In essa i processi di individuazione e i percorsi del riconoscimento non appaiono mai slegati dai sistemi storici e sociali in cui gli individui sono immersi. Ci sarebbe da chiedersi oggi proprio “che ne è di noi”, cosa possiamo sperare ancora, dopo che tante cose sono morte e sembra che all’orizzonte non si intravvedano spiragli di salvezza. Sembra che il mondo vada alla deriva. I cosiddetti potenti della Terra non si sono rivelati mai tanto impotenti come ora. La sete e la schiavitù, gli stupri etnici e le migrazioni, le alterazioni climatiche e il terrorismo internazionale parlano di instabilità dei sistemi e di provvisorietà di tutti i confini. Ci sentiamo indifesi e insicuri. Il rischio della povertà assedia le famiglie. Il futuro appare più una minaccia che una promessa. Dobbiamo chiederci di nuovo: Che fare?

CIO’ CHE VALE PER NOI

Imparare a leggere prima di tutto. Questo esercizio spirituale è tra le pratiche di libertàquella che più ci avvicina al mondo e che affranca la coscienza dalla schiavitù morale.

 

 

 

 

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LEGGERE


REMO BODEI, Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze, FELTRINELLI 2002

LUIGI ZOJA, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, BOLLATI BORINGHIERI 2000

PHILIP ZAMBARDO, L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?, RAFFAELLO CORTINA EDITORE 2007

ADRIANO ZAMPERINI, L’indifferenza. Conformismo del sentire e dissenso emozionale, EINAUDI 2007

SEBASTIANO GHISU, Storia dell’indifferenza. Geometrie della distanza dai presocratici a Musil, BESA EDITRICE 2006

Il male, Autori Vari, RAFFAELLO CORTINA EDITORE 2000

SERGIO GIVONE, Che cos’è il male?, Enciclopedia Multimediale delle scienze filosofiche, IL GRILLO, 2.2.1998

SERGIO GIVONE, Le forme del male, Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, IL GRILLO 8.2.1998

WILLIAM GOLDING, Il signore delle mosche

GIANFRANCO RAVASI, Le porte del peccato. I sette vizi capitali, MONDADORI 2007

UMBERTO GALIMBERTI, I vizi capitali e i nuovi vizi, FELTRINELLI 2007″

ZYGMUN BAUMAN, Vite di scarto, EDITORI LATERZA 2005

CARLO MARIA CIPOLLA, Le leggi fondamentali della stupidità, in Allegro ma non troppo, IL MULINO 1988

• ROBERT MUSIL, Discorso sulla stupidità, SHAKESPEARE & COMPANY 1979

GIORGIO AGAMBEN, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, EINAUDI 1995

ROBERTO ESPOSITO, Bíos. Biopolitica e filosofia, EINAUDI 2004

SERGIO GIVONE, Storia del nulla, LATERZA 1995

MIGUEL BENASAYAG, GÉRARD SCHMIT, L’epoca delle passioni tristi, FELTRINELLI 2004

ANTONIO PRETE, Trattato della lontananza, BOLLATI BORINGHIERI 2008

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  • Gabriele De Ritis

    Gabriele De Ritis

    È o vorrebbe essere da un capo all’altro un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, «una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile» Cristina Campo
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    EMOZIONI E SENTIMENTI
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    Le emozioni hanno relazioni con l’apparato cognitivo perché si lasciano modificare dalla persuasione. - ARISTOTELE

    I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. - ANTONIO DAMASIO

    L'essere oggetto d'amore è, per così dire, il luogo in cui solamente la persona esiste e può quindi anche venire alla luce. (Max Scheler, Essenza e forme della simpatia)
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    Accade qualcosa: «Non ho mai dubitato che ci dovesse essere qualcuno come Lei, ma ora Lei c'è realmente, e la mia gioia straordinaria per questo durerà sempre». - Lettera di Ingeborg Bachmann a Hannah Arendt - 16 agosto 1962

    «I camminatori veri sanno dove appoggiare i piedi e dove appoggiarsi con le mani. Come il lampadiere: colui che mette la luce in cima alla canna e mette la canna sulla spalla con la luce rivolta all’indietro, in modo che altri possano seguire tranquillamente il sentiero. Mi sono chiesto come possa il lampadiere vedere il sentiero. Mi piace pensare che ci sia un cammino già tracciato, un terreno sicuro dove appoggiare il piede solcato da migliaia di tracce che altri prima hanno lasciato. Così il cammino del lampadiere risulta sicuro. E’ forse questo lo stare dalla parte buona della vita?» - Don Antonio Mazzi

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    Sulla Scrittura
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    La scrittura, come elemento dell'ascesi, ha una funzione etopoietica: essa è un operatore della trasformazione della verità in ethos.

    Il suo scopo non è comunicare né convincere nessuno, bensì superare il confine tra realtà e immaginario. - MICHEL FOUCAULT

    Nello scrittore il pensiero non guida il linguaggio dal di fuori [...]. Le mie parole sorprendono me stesso e mi consegnano al pensiero. - JACQUES DERRIDA

    Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto è muto nel cuore, non già nella lingua... Quali le tue parole, tale il tuo cuore. - PARACELO (Citazione contenuta in James Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi 2005, pag.41).

    _______________________________ LE COSE NASCOSTE DALLA FONDAZIONE DEL MONDO ______________________________

    E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    L'oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l'impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    La maggior parte ignora ciò che non ha nome; e la maggior parte crede all'esistenza di tutto ciò che ha un nome.
    Le cose più semplici e quelle più importanti non hanno tutte un nome. Quanto alle cose che non sono percepibili con i sensi, una dozzina di termini imprecisi, quali idea, pensiero, intelligenza, natura, memoria, caso..., ci servono come possono e generano o alimentano un'altra dozzina di problemi inesistenti. - PAUL VALÉRY, Cattivi pensieri

    ... l'anima, che per l'uomo comune è il vertice della spiritualità, per l'uomo spirituale è quasi carne. - MARINA CVETAEVA

    La verità è il tono di un incontro. - HUGO VON HOFMANNSTHAL

    58. Ciò che si può promettere. Si possono promettere azioni, ma non sentimenti, perché questi sono involontari. Chi promette a qualcuno di amarlo sempre o di odiarlo sempre o di essergli sempre fedele promette qualcosa che non è in suo potere; invece può ben promettere quelle azioni, che sono sì, di solito, effetto dell'amore, dell'odio e della fedeltà, ma che possono anche scaturire da altri motivi: giacché a un'azione conducono più vie e motivi. La promessa di amare sempre qualcuno significa cioè: finché ti amerò, compirò verso di te le azioni dell'amore; se non ti amerò più, continuerai a ricevere da me le stesse azioni, anche se per altri motivi, sicché nella testa del prossimo persiste l'illusione che l'amore sia immutato e sempre il medesimo. Si promette, dunque, di continuare nell'apparenza dell'amore quando, senza accecarsi da sé, si giura a qualcuno eterno amore. - FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano, troppo umano

    Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro (Friedrich Hölderlin) -- Le riflessioni di Martin Heidegger su queste parole straziate ed alte del grande poeta tedesco consentono di indicare la radicale importanza del colloquio, come struttura dell’esistenza, e le conseguenze che ne scaturiscono, quando essa si lacera e si frantuma implacabilmente (ad esempio) in una tossicomania.
    Queste sono alcune delle cose che egli scrive: «Noi siamo un colloquio. L’essere dell’uomo si fonda nel linguaggio (Sprache); ma questo accade (geschieht) autenticamente solo nel colloquio (Gesprächt)»; e ancora: «Ma che cosa significa allora un ‘colloquio’? Evidentemente il parlare insieme di qualcosa. E’ in tal modo che il parlare rende possibile l’incontro. Ma Hölderlin dice: ‘da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un altro’. Il poter ascoltare non è una conseguenza che derivi dal parlare insieme, ma ne è, piuttosto, al contrario, il presupposto» (M.Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi 1988).
    L’inaudita rilessione heideggeriana così prosegue: «Ma Hölderlin non dice semplicemente: noi siamo un colloquio, bensì: ‘da quando noi siamo un colloquio…’. Là dove c’è ed è esercitata la facoltà del linguaggio propria dell’uomo, non vi è ancora senz’altro l’evento essenziale del linguaggio: il colloquio»; e infine: «Un colloquio, noi lo siamo dal tempo in cui ‘vi è il tempo’. E’ da quando il tempo è sorto e fissato che noi siamo storicamente. Entrambi - l’essere un colloquio e l’essere storicamente - hanno lo stesso tempo, si appartengono l’un l’altro e sono il medesimo». (da EUGENIO BORGNA, Noi siamo un colloquio, Feltrinelli 1999: Il vuoto esistenziale, pp.120-122)

    Un'altissima quantità di incontri umani viene distrutta da una scarsa tolleranza agli equivoci. - RENATA TURCO

    E’ Joan che parla:
    «Tutti dovrebbero poter tornare indietro con la memoria ed essere certi di aver avuto una mamma che amava tutto di loro, anche la pipì, anche la cacca. Chiunque dovrebbe poter essere sicuro che la mamma gli voleva bene giusto perché era lui, e non per per quello che avrebbe potuto fare. Altrimenti non ci si sente in diritto di esistere, si sente che non si sarebbe mai dovuti nascere. Non importa cosa succede poi a questa persona, non importa se soffre, può sempre guardare indietro e sentire che può essere amato. Può amare se stesso: non può più rompersi. Ma se non può tornare su queste cose, allora può rompersi. Ci si può rompere soltanto se si è già a pezzi. Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato».

    – RONALD LAING, L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale (1959)