Animale assassino

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Domenica 1° aprile 2012

Contributi a una cultura dell’ascolto
CAMMINARSI DENTRO (371): Leggere FRANCO PRATTICO, Homo sapiens assassino…, la Repubblica 26 febbraio 1987

La pagina di Cronaca de la Repubblica del 26 febbraio 1987 riportava in una buona sintesi di Franco Prattico i contenuti di una Conferenza tenuta da Rita Levi Montalcini in memoria di Roberto Olivetti nel Centro Studi di Politica Economica a Roma, di cui Olivetti era stato uno dei fondatori.

Neurobiologia e aggressività nella prima conferenza organizzata in memoria di Roberto Olivetti 
FRANCO PRATTICO, Homo sapiens assassino… 
Rita Levi Montalcini spiega le radici della violenza
“Non c’è nulla nel nostro patrimonio genetico che ci spinga a uccidere i nostri simili”, afferma il Premio Nobel. Sono conformismo, passività, sottomissione, emotività e irrazionalità le vere origini del fenomeno 

ROMA Due anni or sono moriva Roberto Olivetti, intellettuale, industriale e «cittadino», una tra le figure più significative della generazione che dal dopoguerra a oggi ha costruito i migliori punti di riferimento culturali e politici del nostro paese. E il Centrostudi di politica economica (Ceep), di cui Olivetti fu uno dei fondatori, ha scelto di ricordarlo dedicandogli una serie di conferenze, una all’anno, tenute da eminenti personalità del mondo della scienza e della cultura.
La prima si è svolta ieri sera, nella Sala della Biblioteca Alessandrina dell’Archivio di Stato di Roma, protagonista il premio Nobel Rita Levi Montalcini. Dopo che Giorgio La Malfa ed Eugenio Scalfari avevano tracciato il ritratto intellettuale e umano di Roberto Olivetti, la «signora della scienza italiana» ha affrontato il tema della serata, un argomento di «alta scienza» ma anche ricco di quelle implicazioni sociali e politiche che avevano guidato l’esistenza di Olivetti: «le basi neurobiologiche del conformismo e dell’aggressività». In altre parole: aggressività, violenza, guerre, genocidi, persecuzioni sono un prodotto «irriducibile» del patrimonio genetico dell’uomo? La risposta della Levi Montalcini è recisa: no, la colpa del fatto che l’uomo è un «animale assassino» non è un «dato» biologico. Non c’è nulla nel nostro patrimonio genetico che ci spinga all’aggressività, a uccidere i nostri simili. «Bisogna evitare l’errore capitale – dice la Montalcini citando l’etologo Thorpe – di sostenere che negli animali superiori e nell’uomo l’aggressività di gruppo sia il risultato necessario e inevitabile della costituzione ereditaria». Nel nostro sistema nervoso centrale i circuiti «emozionali», quelli cioè che sono guidati dal sistema limbico, non si sono molto modificati rispetto al nostro passato biologico, non sono molto diversi da quelli degli animali «inferiori». Questo però non significa una maggiore tendenza alla violenza, tutt’altro: nella maggior parte delle altre specie animali esistono meccanismi automatici inibitori che impediscono l’uccisione dei propri simili, pratica, invece, molto diffusa tra gli uomini. Le radici della ferocia e della distruttività, come quelle del conformismo, vanno cercate lontano dal patrimonio genetico della specie.
Per comprenderle dobbiamo tornare indietro, al processo di «costruzione» dell’uomo, milioni di anni or sono. Ciò infatti che si è enormemente sviluppato fin dai primordi dell’umanità è la neocorteccia, che presiede alle funzioni «superiori»: è aumentato il numero dei neuroni, e di conseguenza quello dei moduli corticali, dei microcircuiti neuronali, quella stupenda rete di connessioni tra le cellule del sistema nervoso centrale, le sinapsi, che non sono rigidamente predeterminate dai geni, come invece lo è l’architettura complessiva del cervello, ma al contrario sono in gran parte modulabili e possono venire modificate dall’esperienza. E’ il possesso di questa grande struttura plastica e le sue enormi possibilità associative che differenzia gli uomini da tutti gli altri animali.
Ci differenzia, però – osserva la Montalcini – nel bene e nel male. Si deve ad esso se l’uomo è in possesso della capacità di intendere e parlare linguaggi simbolici, che sono alla base del processo di civilizzazione umana. Ma che sono anche responsabili della «passività», della suggestionabilità umana. Il lento sviluppo neonatale dell’uomo, la sua lunghissima dipendenza, che giunge fino alla pubertà, rendono l’ ominide (e l’uomo moderno) un soggetto estremamente suggestionabile, fondamentalmente sottomesso, con una notevole tendenza al conformismo, soggetto passivo dei messaggi simbolici. L’ominide, in base a questo processo, diviene un animale gregario: facilmente ipnotizzabile dai richiami all’emotività e all’irrazionalità. «E’ il comportamento “sottomissivo” la maggiore minaccia alla nostra sopravvivenza» ha ricordato la Montalcini, citando Koestler: «Senza linguaggio non vi sarebbe poesia, ma neppure guerra».
Paradossalmente, quindi, è proprio il fatto, che l’uomo sia un «animale culturale» a renderlo portatore di aggressività di violenza: la sua ricettività ai richiami emotivi dei linguaggi simbolici, infatti, scatena ipnosi e isterie di massa, rende possibili le guerre, i genocidi, gli assurdi odii razziali. Nella massa, l’individuo perde la sua individualità, viene «gestito» dai linguaggi. E’ il suo essere sottomesso, condizionato alla passività, che lo rende facile preda dei messaggi che i media gli impongono, rendendolo «massa»: «E la massa è grigia e accetta ordini» commenta Rita Levi Montalcini.
Il rimedio, secondo la grande neurobiologa italiana, non è ovviamente in una impossibile rinuncia alle «capacità superiori», alla ricettività umana ai linguaggi simbolici: ma nella liberazione dai condizionamenti, dalla sottomissione. In altre parole, tocca ad ognuno di noi liberarci dei residui dell’«ominide gregario», e sviluppare le proprie individuali capacità creative, la propria autonomia intellettuale. Solo così l’uomo cesserà di essere un «animale assassino».

Per i miei alunni da allora ho riproposto la pagina in fotocopia arricchita di spunti teorici di riflessione:

lo schema S-R, per spiegare la sequenza stimolo-risposta che è propria degli animali;

lo schema S -> R, per spiegare la stessa sequenza interrotta dall’intervallo temporale nell’uomo, per segnalare la coscienza, il ricorso alla riflessione che è possibile prima di ogni risposta ad uno stimolo;

lo schema Natura -> Cultura, per spiegare la ‘distanza’ tra l’una e l’altra, la possibilità di ‘costruire’ che è propria della cultura nell’uomo…

A margine del foglio, una lista disordinata di termini che rinviano ad altrettanti concetti, che corrispondono a comportamenti, atteggiamenti, attitudini, ‘risposte’ dell’uomo quando egli sia influenzato dai comportamenti di gruppo:

DIPENDENZA
GREGARISMO
CONFORMISMO
PASSIVITA’
SOTTOMISSIONE
EMOTIVITA’
IRRAZIONALITA’
SUGGESTIONABILITA’
FANATISMO
MASSIFICAZIONE
AGGRESSIVITA’
«ETERODIREZIONE»
SPERSONALIZZAZIONE


In margine alla celebrazione della Giornata della memoria

Auschwitz è il culmine della Shoah. La lezione che viene da lì è duplice. Da una parte, essa è l’emblema del trionfo della tecnica; dall’altra, è la prova della furia della libertà che si accanisce contro se stessa. I fatti storici hanno confermato l’ipotesi peggiore sulla natura umana: prevale l’istinto gregario; gli uomini amano obbedire; messi in gruppo diventano ‘branco’ disposto ad uccidere; eterodirezione, passività, suggestionabilità sono i tratti degli umani. Il servo arbitrio che li contraddistingue può farsi libero, ma ognuno di loro ha da scoprire come sia possibile e poi per il resto della vita praticarlo strenuamente, se non altro per non ritrovarsi nella condizione di poter nuocere agli altri ‘senza volerlo’…

Ha ragione Steiner: «Noi veniamo dopo». Se ci interroghiamo su chi noi siamo, oggi possiamo rispondere solo così: Noi veniamo dopo Auschwitz.

«NOI VENIAMO DOPO. ADESSO SAPPIAMO CHE UN UOMO PUO’ LEGGERE GOETHE O RILKE ALLA SERA, PUO’ SUONARE BACH E SCHUBERT E QUINDI, IL MATTINO DOPO, RECARSI AL PROPRIO LAVORO AD AUSCHWITZ. DIRE CHE EGLI HA LETTO QUESTI AUTORI SENZA COMPRENDERLI O CHE IL SUO ORECCHIO E’ ROZZO E’ UN DISCORSO BANALE E IPOCRITA.

IN CHE MODO QUESTA CONOSCENZA PESA SULLA LETTERATURA E SULLA SOCIETA’, SULLA SPERANZA, DIVENUTA QUASI ASSIOMATICA DAI TEMPI DI PLATONE A QUELLI DI MATTHEW ARNOLD, CHE LA CULTURA SIA UNA FORZA UMANIZZATRICE, CHE LE ENERGIE DELLO SPIRITO SIANO TRASFERIBILI A QUELLE DEL COMPORTAMENTO? PER GIUNTA, NON SI TRATTA SOLTANTO DEL FATTO CHE GLI STRUMENTI TRADIZIONALI DELLA CIVILTA’ – LE UNIVERSITA’, LE ARTI, IL MONDO LIBRARIO – NON SONO RIUSCITI A OPPORRE UNA RESISTENZA ADEGUATA ALLA BESTIALITA’ POLITICA: SPESSO ANZI ESSI SI LEVARONO AD ACCOGLIERLA, A CELEBRARLA, A DIFENDERLA. PERCHE’? QUALI SONO I LEGAMI, PER ORA ASSAI POCO COMPRESI, TRA GLI SCHEMI MENTALI E PSICOLOGICI DELLA CULTURA SUPERIORE E LE TENTAZIONI DEL DISUMANO? MATURA FORSE NELLA CIVILTA’ LETTERARIA UN GRAN SENSO DI NOIA E DI SAZIETA’ CHE LA PREDISPONE ALLO SFOGO DELLA BARBARIE?» (da GEORGE STEINER, Linguaggio e silenzio)

Nel suo intervento al Seminario Cultura Scuola Persona, tenutosi a Roma, presso la Biblioteca Nazionale Centrale, il 3 aprile 2007, il Ministro della Pubblica Istruzione, tra le altre cose, ha affermato:

Il preside di un liceo americano sopravvissuto alla Shoah scriveva ogni anno ai suoi insegnanti:

Caro professore,

sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con veleni da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette; donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiori e università.

Diffido, quindi, dell’educazione.

La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani.

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