Il tempo dell’elaborazione (2) – Il silenzio

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Mercoledì 12 ottobre 2016

Il tempo dell’elaborazione (2) – Il silenzio

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Non si può mai dire quanto sia destinata a durare l’esperienza del dolore che accompagna i processi di elaborazione simbolica dell’esperienza vissuta, se l’elaborazione interessa la rottura dei legami affettivi e l’abbandono sia da elaborare in absentia.

Il silenzio, che viene scelto come risposta alla domanda di senso che accompagna il lavoro di riflessione sull’esperienza trascorsa, assume talvolta i caratteri del rifiuto: da parte nostra, non si tratta di vedere a tutti i costi corrisposto un sentimento che non costituisce più la ragione di un legame; piuttosto, ci aspettiamo che l’altro non si eclissi, rifiutandosi di situarsi all’altezza del passaggio, della transizione a un nuovo ordine per noi. Abbiamo bisogno di comprendere in che modo l’altro si sia sottratto al faticoso lavoro quotidiano di contrattazione dei significati delle cose: dobbiamo dare un nome al soggetto che abbiamo amato e che precipita sempre più nell’insensato, dal momento che non riusciamo più a far corrispondere alle nostre parole le cose. La comunicazione, infatti, si ammala per questa ragione, perché viene meno il senso: come nel caso del lutto, dobbiamo dare un senso a un ‘nuovo’ che non ne ha ancora uno. Il senso che aveva per noi è venuto meno. Dobbiamo ridefinire intere porzioni della nostra esistenza, alla luce del senso nuovo da dare a ciò che ne aveva già uno, ma che lo ha perduto per noi.

«Winston, come fa un uomo a esercitare il potere su un altro uomo?». Winston riflettè. «Facendolo soffrire» rispose – GEORGE ORWELL

Il silenzio che viene opposto dall’altro può essere riguardato poi come espressione di una volontà che ha posto alla base del rapporto di coppia il potere, l’affermazione volubile e unilaterale di sé su di noi: ad esempio, una concezione dell’amore tutta basata sull’idea che debba essere sempre il maschio a ‘servire’ la donna e che solo debba dimostrare interesse e attaccamento per lei produrrà indefinitamente un silenzio produttivo, ché c’è da aspettare solo il cadavere del nemico portato dalla corrente; la prevalenza dei modi autoritari è spia di una mentalità ristretta, a sua volta figlia dell’educazione autoritaria ricevuta; l’aridità di cuore, infine, ma non per ordine di importanza, è alla base di tanti fallimenti a cui vanno incontro relazioni sentimentali in cui sia presente l’incapacità di amare, che si manifesta soprattutto con il silenzio del cuore. 

Se di elaborazione simbolica si deve parlare, c’è da chiedersi a quale ‘simbolo’ si debba far corrispondere la figura del silenzio che ci viene restituita, perché possa partire il lavoro di ricomposizione dell’infranto a un livello più avanzato: il tempo dell’elaborazione sarà lungo per questa ragione, per la difficoltà che incontreremo a dare un nome al silenzio dell’altro. Trovare le parole non basta. Le parole debbono curare la ferita della perdita, riempiendo un vuoto, cioè dando (nuovo) senso alle cose. Non si tratta semplicemente di tornare a vivere, riprendendo il cammino interrotto. 

Quando una relazione sentimentale abbia occupato una parte grande della nostra vita, e quando, in aggiunta, sia stato condiviso uno spazio politico o sociale, se interviene il silenzio di coloro che dovrebbero proteggere lo spazio comune, si aggiunge per noi silenzio a silenzio. Dobbiamo destreggiarci fra due piani di realtà intrecciati, che fanno pensare all’errore iniziale commesso, quando si assunse lo spazio sociale come luogo di incontro e ‘prolungamento’ della relazione privata. Degli errori che si commettono nelle cose d’amore, questo è il più difficile da ‘correggere’: assegnare al lavoro vissuto insieme il compito di alimentare e di sostenere la vita dei sentimenti è rischioso, per il fatto che le divergenze che facilmente insorgono nel tempo sul lavoro contribuiranno a minare le fondamenta della relazione sentimentale. La ‘confusione’ dei piani di realtà è facile in chi, nella coppia, non abbia grandi risorse private da mettere in campo per proteggere l’intimità dalla vocazione a ‘comandare’: lo spettro dell’Ombra femminile, che si aggira ad ogni piè sospinto intorno a noi, continuerà ad invadere il campo, senza lasciare spazio al confidente abbandono di un tempo. 

Se lo spazio pubblico finisce per esaurire quasi le occasioni di vita comune, tutto subisce una torsione ‘ideale’: l’immagine che ci eravamo fatta del partner e della relazione viene ‘coperta’ dalla funzione pubblica, nella quale verranno trasferite e proiettate le tensioni che erano rimaste irrisolte nel ‘privato’. Di qui, la necessità di combattere la battaglia per la chiarezza e per il riconoscimento nella sfera pubblica. L’oscillazione tra i tentativi fatti in una sfera e poi nell’altra dovranno trovare un approdo, uno sbocco nel pubblico, se esso sarà diventato il luogo dell’amore. L’errore iniziale potrà essere corretto solo così, cercando di distinguere e poi di separare i due piani di realtà. Lo sforzo iniziale teso a distinguere, con l’indicazione forte al partner dei compiti, dei metodi, delle funzioni e dei ruoli delle persone impegnate nell’impresa pubblica potrebbe non sortire alcun effetto. Si renderà necessario, allora, porre il problema formale del rispetto dei compiti, dei metodi, delle funzioni e dei ruoli delle persone: sarà la verifica dei poteri, da cui dipende tutto ciò che sarà. Se la risposta del partner sarà la manipolazione dello spazio politico a suo favore, per conservare il potere acquisito a nostro sfavore, e se tenderà a ricondurre sempre tutto alla sfera privata, come se solo lì le questioni potessero essere affrontate e risolte, riproponendo nella sfera privata la stessa pretesa di prevalere, senza scendere mai a patti, senza cooperare, senza concedere mai a noi il rispetto dei nostri diritti, non resterà che combattere la battaglia politica nella sfera pubblica, dichiarando al partner che sarà assunto come piano di realtà esclusivo quello pubblico, con tutto quello che seguirà. Se i tratti di personalità dell’altro non gli consentiranno di cambiare, di introdurre modifiche sostanziali al comportamento, riportando nella sfera pubblica le cose a posto e operando, di conseguenza, le necessarie distinzioni, per salvare l’impresa comune dal conflitto permanente e la relazione sentimentale dalla dissoluzione, non resterà che rendere pubblico il dissenso, formalizzando le critiche e cercando il sostegno all’interno della realtà lavorativa e presso i ‘superiori’, se si tratti di realtà associata. In assenza di risposte adeguate, se gli associati si schiacceranno sulle posizioni del nostro partner, misconoscendo le nostre ragioni, non ci resterà altro da fare se non abbandonare il campo: ci dimetteremo nella sfera pubblica e metteremo fine alla relazione sentimentale, dopo aver verificato che la strumentalizzazione e la manipolazione delle persone e la negazione dei ruoli avrà reso impraticabile la scena. 

Il punto di maggiore chiarezza, per noi, è stato il silenzio del cuore nel nostro partner, che non ha saputo dire Sì per tutto il tempo del dissenso politico e delle verifiche formali alla nostra domanda di democrazia interna, che era accompagnato dall’incapacità di esprimere chiari sentimenti nei nostri confronti: nessuna distinzione è intervenuta, nessuna separazione dei piani di realtà è stata operata, per correggere e salvare il salvabile. Il nostro abbandono è stato accompagnato dal silenzio politico del nostro partner, degli associati tutti, dei ‘superiori’. 

Il lavoro di elaborazione del ‘lutto’ prosegue ora su altre questioni aperte per noi, in parte già affrontate e parzialmente chiarite. Il silenzio del cuore del partner è da ascrivere sicuramente ad angustia della mente e a inerzia dei sensi, per ‘curare’ i quali abbiamo lavorato vanamente per anni: la terapia delle idee suggerita dalla Consulenza filosofica e dalla pratica degli Esercizi spirituali non ha sortito nessun effetto. Probabilmente, una psicoterapia si renderebbe necessaria per porre rimedio ai guasti che provoca una personalità inquieta e irrisolta: il rapporto con il passato personale e familiare e l’insicurezza di fondo che segnano i comportamenti e la sfera del sentire della persona sono lo scoglio contro il quale hanno fatto naufragio tutti i nostri tentativi di ‘cura’: se è sempre vero che l’amore non è cieco ma, anzi, ci insegna a vedere, è altrettanto vero che l’amore non cura e non guarisce, se non ci sia la volontà di migliorare la propria vita, a fronte del disagio e del dolore inflitti a chi circonda la persona che resiste. 

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