CAMMINARSI DENTRO (124): E’ il sopraggiungere dell’Ospite inatteso, che scopriremo seduto accanto a noi, il dono insperato. E’ felicità l’annuncio delle cose di noi mai intraviste, lo stupore dell’istante eterno e l’accordo che fa l’ordine del cuore…

*

L’approdo costituito da serenità e pace – soprattutto dal sentimento di pace che inonda l’anima nei momenti più impensati e lungamente si impossessa di essa – non è conquista di un giorno. Esso è preparato da anni, anche decenni, di prolungato esercizio spirituale, dalla rinuncia ripetuta e convinta ai facili acquisti, alle scorciatoie morali: è un sentimento di giustizia appagato che rende l’anima in armonia.

Quante volte occorre dire no ai raggiri, alle menzogne, alla conquista di posizioni sociali conseguite magari con aiuti disonesti, che avrebbero fatto torto ad altri, sicuramente alla Legge, al rispetto di essa che si richiede per poter dire di sé di essere cittadini!

Antonio Gramsci parlava di sviluppo onnilaterale dell’uomo per riferirsi al compito di un’educazione integrale dell’uomo. Insomma, stiamo parlando di una vera e propria paideia. Abbiamo in mente una formazione integrale dell’uomo. Conoscenza abilità e competenza, assieme a capacità e naturali inclinazioni della persona, saranno sicuramente alla base di ogni progresso spirituale del singolo e condizione ulteriore per uno sviluppo e una crescita non meramente biologici, veicolati dal tempo e basta. Non è sufficiente una buona alimentazione e condizioni familiari favorevoli. Non basta essere favoriti degli dei, per poter affrontare le tempeste della vita con qualche speranza di successo! E quand’anche fossimo dotati dalla nascita e dalla fortuna dei doni indispensabili per essere felici, essi basterebbero per dare la felicità? Quest’ultima è a portata di mano dei fortunati e dei più ‘dotati’? Finalmente, chiameremo felicità uno stato di grazia contraddistinto dall’assenza di sventure e di ogni più piccolo inciampo? E’ felicità l’assenza di dolore?

In verità, non ci basta tutto quanto pure è da noi richiesto, quando siamo nella mancanza. Il conseguimento dei beni materiali e la condizione insperata di benessere anche spirituale non soddisferanno l’ansia di infinito e il bisogno di un accordo con il mondo e con se stessi. Il cuore non vuole improbabili compensi, riconoscimenti effimeri, brevi sorrisi.

Ciò che più acconciamente si adatta alle pieghe dell’anima, ciò che le raggiunge quasi una per una rendendosi farmaco e duraturo sollievo non è l’intesa di un giorno o la promessa di eterna fedeltà. Non attaccamento assoluto e assoluta trasparenza della coscienza basteranno a dire l’istanza del desiderio. Non un appagamento qualsiasi né il mero piacere di vedere corrispondere voce a voce, passo a passo realizzeranno lo spasmo e l’anelito dell’anima protesa verso l’altro da sé. A volte non basta tutto ciò che pure corrisponde a quanto è stato lungamente cercato. Non vogliamo meno dell’istante eterno che infutura. Non ci basta il tempo mondano che pure scandisce il compiersi del godimento e del benessere intensamente attesi.

Noi vogliamo stare lì, accanto alla luce che copre le cose, e sentire ugualmente il dolore che reca con sé il suo ritrarsi improvviso. Ci accade di scoprire che il declino della luce non è un semplice tramontare del Sole, che non mancherà di tornare a rivestire le cose di sé regolarmente: non un eclissarsi della Bellezza si mostra a noi tutte le volte che l’anima si apre a nuove evidenze. Piuttosto, verifichiamo un suo trasformarsi in più solide forme invisibili allo sguardo distratto e impaziente del viandante smarrito.

Il nostro Oriente non è lì davanti a noi, in una superficie completamente illuminata dall’ora e dalle circostanze. In realtà, noi siamo perennemente in contatto con l’impermanenza delle cose, con caducità e silenzio. Anche se cerchiamo l’essere che non si risolve nello svanire, ciò che più vogliamo attingere non è la corposa consistenza delle cose quanto le forme dei sogni e dei palpiti del cuore: vogliamo essere frastornati dal suono della vita, dalla voce che finalmente raggiunge l’anima e dice sì con gli occhi e con lo sguardo, con il volto e con l’incedere maestoso della vita stessa che non sempre si mostra attraverso file di continuità né per chiari segni premonitori. La presenza dell’altro non è mera presenza. Essa è sempre promessa di un invisibile che ci è dato conoscere. La più grande infelicità, infatti, è solo la possibilità di tendere alla felicità senza poterla raggiungere. Non sarà un raggiungere e un oltrepassare che serviranno al compito. L’altro si dà sempre – in noi e fuori di noi – nella pausa, nell’intervallo; è sconcerto, nuance, bisbiglio, il parlare sommesso che solo raggiunge il cuore delle cose, lontano dalle strade battute di sempre.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.