CAMMINARSI DENTRO (125): «Non guardare agli specchi grandi! Guarda agli specchi piccoli, a quelli che sono più vicini a te!»

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Giustamente è stato scritto: «non guardare agli specchi…» e non: «negli specchi…» – Prima ancora di ‘specchiarsi’, per cercare la propria immagine riflessa, noi volgiamo lo sguardo a uno specchio. Si tratta di scegliere a quale specchio chiedere di noi.

«Non guardare agli specchi grandi! Non ti bastano le delusioni che hai ricevuto fin qui?» – Queste parole sono scritte sul frontespizio di un libro regalato alcuni anni fa dal figlio, prima che morisse tragicamente, alla madre M., membro di un gruppo di alcolisti in trattamento. Forse le parole di quel figlio, attinte non si sa a quale sorgente, sono all’origine della ‘salvezza’ di sua madre. E’ anche in questo modo che si continua a vivere, oltre la morte del corpo.
Recentemente, M. ha riformulato quella prescrizione, ad uso di una ragazza del gruppo che non ce la fa ad uscire dalla dipendenza: “Non guardare agli specchi grandi! Guarda agli specchi piccoli, a quelli che sono più vicini a te!” Evidentemente, la ragazza lasciava trasparire dai suoi racconti la tendenza a cercare lontano da sé conferme ai suoi sforzi, nella fase difficile della prima astinenza: si rivolgeva ai vecchi ‘amici’, ai più fortunati di lei che non sapevano parlare al suo cuore per incoraggiarla a proseguire; magari, questi si atteggiavano superficialmente a persone che danno generici consigli, senza mordere alla radice del problema…
Nella condizione di grave disagio esistenziale in cui versano le persone affette da dipendenza, gli specchi grandi sono anche espressione della favola mondana che alimenta tutte le illusioni, assieme all’applauso facile che quelle persone cercano, ai falsi riconoscimenti, alle seduzioni dei compagni di sventura. Le fragilità esistenziali spingono ad ascoltare tutte le voci o a non ascoltarne nessuna.

Gli specchi piccoli, sicuramente di minor pregio agli occhi di chi non vede, sono la casa, la famiglia, una madre. La vita autentica palpita in questi luoghi, non dentro improbabili mete verso cui tendere con un vano viaggiare. Il vero eroismo è stare al ‘quia’, consumare le guerre per il riconoscimento e l’individuazione personale nei confini dell’esperienza personale, in essa avanzare e consistere.

Delle poche cose che ho scoperto in tanti anni di scuola e di lavoro sociale, la più preziosa è forse proprio questa: è difficile accettare l’amore. E’ molto più facile darne, non importa come. Il sapere analitico ci ha insegnato molto al riguardo. Quante cose si decidono sulla scena primaria! E’ lì che si gioca il nostro destino, si decide di che pasta saremo, quanto saremo capaci di vedere e quanto saremo capaci di accogliere e di riconoscere a nostra volta il bene che abbiamo ricevuto. E’ stato scritto: «chi non ricorda il bene che ha ricevuto non spera». Come è terribile quel “non ricorda”! Fa pensare, infatti, non a un non ricordare, come se nella mente non ci fosse traccia dei doni ricevuti. Piuttosto, quel che manca è il riconoscimento del valore del dono, del significato dei gesti e delle parole, addirittura delle persone che pure sono state accanto o che hanno lungamente pensato ed amato chi patisce la ferita dei non amati. Ciò che non è mai stato ‘accolto’ nel proprio cuore è il diverso amore, se consideriamo i modi in cui gli adulti sono soliti prendersi cura delle diverse persone a cui si dedicano: tra due figli, a dispetto delle dichiarazioni di principio e delle giustificazioni ‘postume’, si scopre a distanza di anni che uno di essi probabilmente non ha avuto ciò di cui aveva bisogno o ha patito ‘ingiustizie’ che avrà vissuto come tali, come superficiale considerazione del più grande bisogno d’amore o, al contrario, come amore eccessivo, intrusivo o fermo all’elargizione dei soli beni materiali… Nella confusione dei sentimenti e tra le recriminazioni e le incomprensioni del presente, è solo nel colloquio intenso e nella confessione di sé e nel riconoscimento dei torti fatti – non importa se involontariamente e inconsapevolmente – che si può sperare di redimere il tempo perduto, di riscattarsi agli occhi dell’altro, di ottenerne il perdono, per arrivare a perdonare se stessi e arrivare a consistere insieme in un modo nuovo, più autentico, più giusto.

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