CAMMINARSI DENTRO (158): Il fantasma della mia libertà


*

Al culmine della mia esistenza, oltre la stessa età adulta, mi accade di osservare tutta la vita come segnata grandemente dalla forza e dall’influenza delle illusioni. Mi sembra di aver fatto la maggior parte delle cose importanti quasi da cieco, avendo come guida astratte chimere. Solo con il tempo, passando da una sconfessione all’altra da parte della realtà, ho imparato a riconoscere la speranza, distinguendola severamente dai fantasmi della mente.

La natura dell’illusione è tale che quando cadiamo preda di una chimera non ce ne rendiamo del tutto conto. Anzi, siamo portati a pensare che si tratti di andare dove ci porta il cuore, di ragioni del cuore che sono diverse dalle ragioni della ragione… Tra le ragioni del cuore e le ragioni della mente – o meglio, dell’intelletto, della ragione – siamo portati a credere che siano da preferire le ragioni del cuore. Io sarei portato a condividere questa propensione se dentro le ragioni del cuore ci fossero più ragioni che astratto sentire, cioè se la conoscenza necessaria per un corretto sentire fosse una saggezza pratica. In assenza di questa ‘saggezza dell’amore’ c’è mera istintività, passione, egocentrico consistere. Insomma, al di qua della riflessione c’è solo illusione ed errore in agguato.

Giustamente, Stanisław Lec ha scritto:

«Rifletti prima di pensare».

Siamo portati a credere che pensare sia sempre già pensare, che mettersi a pensare a qualcosa sia di per sé sufficiente. In realtà, bisogna imparare anche a pensare, che è poi riflettere, cioè rendere oggetto di osservazione e di studio anche se stessi. Non bisogna agire in modo irriflesso, istintivo. Niente di più rischioso di una spontaneità immediata, cioè senza mediazione concettuale. La ‘cosa’ deve essere un concetto, un’idea, non una scelta da prendere e basta, senza che la scelta stessa sia sostenuta da conoscenza vera della ‘cosa’.

La stessa volontà, a cui ci appelliamo come se coincidesse con il nostro io cosciente, non ci appartiene, se volontà significa libero volere. Nativamente siamo tutti liberi. E’ necessario intendere, però, quella libertà come mera potenzialità di agire. Jean-Luc Nancy ha scritto:

Non c’è «esperienza della libertà»: la libertà stessa è l’esperienza.

Il tempo provvede poi a metterci a contatto con i nostri limiti. Preferisco pensare servo il mio arbitrio. La libertà, che non riesco a pensare se non come ‘connessa’ alla mia natura, è piuttosto il fine delle mie azioni. Io voglio essere libero. Non posso fare a meno di sentirmi libero. Non posso rinunciare a pensare la mia libertà. Eppure, non posso dire di essere del tutto libero. Che nulla intervenga a limitare la mia libertà! La mia volontà (libera), allora, è per me il risultato dell’azione virtuosa, dell’esercizio teso a realizzare condizioni di libertà per me.

Quante volte abbiamo ammesso di esserci sbagliati, di aver fondato anche per anni le nostre convinzioni su idee non provate, su meri presupposti? Ci basta un indizio per arrivare a dire di avere prove sicure sulla bontà di un comportamento, di una convinzione, di un’idea che ci siamo fatti di qualcuno!

L’illuso ignora la realtà nella sua tangibile evidenza, o meglio, non la ignora, ma la oblitera, la cancella, la rimuove, o meglio ancora, non la rimuove del tutto ma la ritiene marginale e di poco conto, rispetto all’evidenza dei suoi sogni, luminosa e quasi corposa. (LIONELLO SOZZI, Il paese delle chimere. Aspetti e momenti dell’idea di illusione nella cultura occidentale, SELLERIO EDITORE 2007, p.16)

Può accadere, certo, che noi elaboriamo il fantasma di un’intesa sublime con gli altri sulla base di spunti in realtà assai modesti, cui attribuiamo significati e promesse del tutto abusivi, così come ascriviamo a noi stessi meriti che non sussistono, e accarezziamo l’ideale ma poi non abbiamo la strenua costanza e l’assidua fermezza necessarie per restargli fedeli. Non traduciamo in nulla i nostri sogni, ci accontentiamo di una sorta di velleitaria nostalgia. […] incapacità di capire il reale, d’intendere che l’“altro” non è affatto tenuto ad adeguarsi ai nostri modelli, percorre le sue vie e compie le sue scelte, che coltiva a sua volta miraggi e progetti assai lontani dai nostri. […] Ogni uomo è chiuso nel bozzolo dei suoi sogni. (p.17)

Ben altra è la natura della speranza: essa ci porta lontano dalle nostre chimere, nella terra incognita che abitano gli altri. Lì siamo al sicuro.

«La speranza è come un ponte che si innalza al di sopra di ogni situazione […]. Come un ponte che ci fa uscire dalla nostra solitudine e che ci mette in una relazione senza fine con gli altri: con gli altri, in particolare, che soffrano e chiedano aiuto; ma, ancora, cosa è mai un cuore senza speranza?» (Eugenio Borgna, L’attesa e la speranza, FELTRINELLI 2005, p.51)


La cultura popolare si abbandona alle sentenze facili, spesso contraddittorie, che si contraddicono tra di loro. Avrete sentito dire “Finché c’è vita c’è speranza”, accanto al più volgare “Chi di speranza vive disperato muore”! Quando smettiamo di pensare, finiamo per credere che non sia possibile uscire da quell’antinomia: le due sentenze sono vere entrambe! Il nostro scetticismo sulle cose dipende dal disincanto in cui ci precipitano le nostre delusioni. Come se la vita perdesse tutte le sue attrattive! Ma proprio questo oscillare l’anima cerca di esprimere, senza dare troppo credito alla volgare negazione della speranza.


Il germanista Claudio Magris in un brillante saggio intitolato Utopia e disincanto afferma che utopia e disincanto

«anziché contrapporsi devono sorreggersi e correggersi a vicenda». […] «Il disincanto è un ossimoro, una contraddizione che l’intelletto non può risolvere e che solo la poesia può esprimere e custodire, perché esso dice che l’incanto non c’è ma suggerisce, nel modo e nel tono in cui lo dice, che esso, nonostante tutto, c’è e può riapparire quando meno lo si attende. Una voce dice che la vita non ha senso, ma il suo timbro profondo è l’eco di quel senso». […] «Il disincanto, che corregge l’utopia, rafforza il suo elemento fondamentale, la speranza. […] La speranza non nasce da una visione del mondo rassicurante e ottimista, bensì dalla lacerazione dell’esistenza vissuta e patita senza veli, che crea un’insopprimibile necessità di riscatto. […] Il disincanto è una forma ironica, malinconica e agguerrita della speranza» (p.53).

 

*

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.