CAMMINARSI DENTRO (166): Il misterioso viaggio verso l’interno

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31 dicembre 2010 – 2 gennaio 2011

L’uomo scopre nel mondo solo quello che ha già dentro di sé; ma ha bisogno del mondo per scoprire quello che ha dentro di sé; a questo sono però necessarie l’azione e la sofferenza. – HUGO VON HOFMANNSTHAL, Il libro degli amici, ADELPHI 1980

Siamo stati abituati a pensarci come un oggetto difficile da raggiungere, dal momento che soggetto e oggetto coincidono in noi. L’introspezione è stata emarginata, dopo essere stata privata di ogni valore di verità. La psicoanalisi soprattutto ci ha convinti del fatto che scrutando nei meandri della nostra coscienza non veniamo a capo di nulla: attingiamo solo la superficie, senza toccare nessun nervo vitale. Come se il bersaglio dell’esame di per sé fosse un velo e basta, che non si lascia attraversare. Come se ciò che c’è di più essenziale ci fosse precluso. Un altro metodo e un altro sguardo sono stati rivendicati ogni volta per indicare l’accesso all’invisibile in noi. Le psicologie e le psicopatologie e le psicoterapie e le altre scienze della psiche hanno negato la realtà dell’anima, cioè dell’insondabile e dell’inaccessibile, riducendola tutt’al più ad inconscio, di cui non siamo proprietari: la chiave d’accesso ce l’avrebbero loro: psicologi, psicoterapeuti, neuroscienziati di tutte le scuole. Noi non c’entriamo nulla. Quello che noi siamo non ci riguarda. Non possiamo sapere. Al più, possiamo esprimere l’intuizione, l’impressione, la supposizione, e via congetturando. Jacques Lacan – interrogato sull’incoscio – pronunciò una delle sue sentenze memorabili: «L’inconscio non è di Lacan». Divertente e irritante.

 


Possiamo anche sciupare interi decenni della nostra vita a dare credito a chi ritiene di saperne più di noi sulla nostra esistenza, ma poi la pazienza finisce, e allora si cestinano tutti gli scaffali e i palchetti su cui avevamo allineato l’opera omnia di Freud, di Jung, di Anna Freud, i trattati, la saggistica disposta per temi, per ritrovarsi più ignoranti di prima. Inutili nozioni. Conoscenze quasi inservibili. Un giovane romanziere ne sa di più sull’anima di Freud e Jung messi insieme!

Aveva iniziato già Platone a parlare servendosi anche del mito. Prima di lui il linguaggio era terreno sul quale si scontravano opposte ragioni. La contesa di verità si chiuse con la vittoria del concetto. Ma oggi andiamo in cerca d’altro. L’edifico della scienza, interamente ‘spodestato’ dalla tecnica, riesce a dare conto solo delle certezze della natura, ma non contiene alcunché a proposito di quelle che Sartre chiamava spregiativamente «umidità gastriche». A me interessano solo quelle! Se non riesco ad attingere quelle, non saprò mai perché in una fredda giornata d’inverno un ragazzo se ne sia andato, senza lasciare tracce plausibili del cammino da lui fatto negli ultimi istanti della sua vita. Non tutte le persone possono essere convinte a distendersi sul lettino di un analista o ad intraprendere percorsi psicoterapeutici, soprattutto quando non ci siano gravi sintomi di disagio psichico. Benasayag e Schmit ci hanno fatto scoprire il disagio di chi sta bene – almeno nella forma generalizzata delle ‘passioni tristi’, che contraddistinguerebbero il nostro tempo

Il precategoriale del «mondo della vita» (Lebenswelt) e tutto ciò che sta a sinistra della barra nella coppia filosofica mythos/logos – oralità, pre-razionale, fiaba, favola, racconto, mito, poesia, ‘vissuto’ soggettivo – sono il ‘mondo’ da cercare; o meglio, il mondo interno, quella parte di noi che entra a contatto con il mondo esterno, perché ne subisce le risonanze affettive e perché poi esprime, deposita, ‘proietta’ su di esso il proprio sentire. Gli scarti, le sviste, le impressioni, ma anche emozioni, passioni e sentimenti. L’ordine del cuore. Cose che non saranno mai oggetti, fenomeno osservabile e riducibile a voce di questionario. L’emozione che ho provato per tutta una vita al pensiero di mia madre è cosa che conosco solo io. Sono l’unico in grado di parlarne. Ne posso dare ‘scienza’ solo io.

E il movimento verso l’interno, il viaggio verso di sé compete solo alla persona. Solo io posso muovere alla conoscenza di me. Sicuramente, non mi limiterò a pensarmi irrelato, entità separata dagli altri e dal mondo. Farò derivare anche dagli altri il senso generale della mia esistenza. Sono disposto a pensarlo. Accettare, però, l’idea che possa verificarsi, che sicuramente sarà, comporta il rischio dell’illusione, ed è dimensione poi che non mi riguarda, considerato che sarà dopo di me!

Ad una psichiatria ridotta a farmacopsichiatria ed encefaloiatria, che rinuncia alla dimensione dell’interiorità, alla vita emozionale di ogni paziente, alla relazione e all’alleanza terapeutica con la persona, di cui interessano solo sintomi e comportamenti, giustamente Eugenio Borgna ha opposto la considerazione vissuta dei vissuti dei pazienti. Egli intitola così – Il misterioso viaggio verso l’interno – la seconda parte dell’opera Noi siamo un colloquio, che si apre con il capitolo: Negli abissi della soggettività e che procede nel primo paragrafo Muovendo dalla vita interiore. Proprio per dire ciò che ci preme di più, ritorneremo su cosa ci fa conoscere la psicopatologia, sui sintomi come disturbi della comunicazione, ma soprattutto sulla terza parte dell’opera: La comunicazione sospesa, che contiene il capitolo dedicato alla tossicomania: Il fascino insondabile della dissolvenza. Quest’ultimo è considerato da me uno dei contributi più preziosi alla comprensione del disturbo tossicomanico, assieme ad altri che metterò insieme con questo. Tuttavia, il viaggio verso l’interno per me è iniziato tanto tempo fa. La rubrica Camminarsi dentro è solo la forma più recente che ha ssunto la riflessione sulla mia esistenza. La scrittura è anche scelta di testimonianza, al riguardo.

Le basi dell’educabilità di un Educatore sono tre: muovere verso noi stessi, verso gli altri, verso il mondo. La condizione dell’educabilitàdei ragazzi dipende interamente dalla capacità di educare se stessi.

Non mero esempio, come si diceva un tempo. Certo, è importante essere testimoni di ciò che si proclama, ma non come predicatori di verità, atteggiandosi a sapienti, a custodi di verità per iniziati. Piuttosto, gente comune, ‘scarti’: don Antonio Mazzi dice ‘scartini’.

Al di là e oltre il vissuto conta essere in cammino, in esodo dallo spirito del tempo (dai suoi vizi). L’esperienza di Exodus, il nostro modo di fare esperienza si riassume nell’idea del viaggio. E viaggiare significa andare incontro al saggio, alla prova. Uscire dalle nostre tiepide case, per incontrare gli altri, il mondo. Tutti gli Educatori sanno bene che non si dà vero movimento se si prescinde dall’incontro con gli altri e con il mondo. Don Antonio Mazzi insegna nelle sue case che occorre vivere l’avventura della vita spendendosi i propri talenti. Bisogna restituire più di quello che si è ricevuto in dote. Molti anni fa un economista democratico italiano affermò la distinzione tra gli uomini che hanno la speranza e uomini che non ce l’hanno. I primi hanno il compito di portarla ai secondi. Un (vero) Educatore sa bene che è così. Egli non smette mai di sperare. E’ costruttore di pace.

Quando ho iniziato l’avventura del lavoro con i tossicomani – nel lontano 1989 – assunsi come una delle ‘guide’ del nostro lavoro una citazione presa dall’opera del sociologo tedesco Sigfried Kracauer: «La realtà si comprende a partire dai suoi estremi». E la tossicomania è forse uno degli emblemi del nostro tempo. Essa esprime una modalità di esistere, ma soprattutto lo scacco dell’esistenza di fronte all’insopportabilità del vivere quotidiano, in una società che spesso toglie ai giovani la gioia di vivere. Comprendere cosa accada in loro è utile – anzi, indispensabile – per comprendere ciò che accade anche in noi. Il viaggio verso l’interno di cui parliamo qui, allora, è una vera e propria discesa agli Inferi. In questo viaggio siamo soli. E’ un viaggio che dobbiamo fare da soli. Se non riusciremo a comprendere le ragioni che ci portano a deviare dalla ‘norma’ e ad entrare nell’esperienza tossicomanica, forse non riusciremo a dire bene nemmeno perché siamo qui ora e non davanti ai marciapiedi della stazione ferroviaria, ad aspettare che qualcuno passi e che magari ci porti via con sé, non importa dove.

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