CAMMINARSI DENTRO (167): Ragionare e ‘poetare’ (divinare) insieme sull’infinito possibile.

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3 gennaio 2011

Nessuna vicinanza, che sia […] emotiva, sessuale, ideologica, o che sia quella di tutta una vita condivisa, di una coesistenza domestica o professionale, potrà permetterci di decifrare senza alcuna incertezza i pensieri di un altro. […] Abbracciamo l’essere amato, teniamo tra le braccia il bambino adorato, l’amico più caro ci stringe la mano. Tuttavia, non abbiamo alcuna prova dei pensieri suscitati, registrati internamente in quel momento. Nell’unione erotica, la corrente del pensiero, di ciò che è intensamente immaginato, scorre molto spesso altrove. Internamente, facciamo l’amore con un altro. Dietro il sorriso adorante del bambino, dell’amico intimo, può esserci la verità della noia, dell’indifferenza o perfino della repulsione. – GEORGE STEINER, Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero

Lo sguardo di Steiner, pietrificato dall’impenetrabilità dell’altro, non ci tragga in inganno! La tristezza a cui il grande studioso allude ci è nota. Non accettiamo i paradossi dell’esperienza, riducendo tutto a piatta trasparenza. L’opacità delle cose, connaturata alle cose stesse, è nostra nemica giurata. Si tratta di congiure ai nostri danni. Pretendiamo sincerità, veridicità, autenticità, coerenza, trasparenza, fedeltà, ma quand’anche le avessimo ottenute, cosa ci ritroveremmo in mano? Vladimir Jankélévitch risponderebbe: le presque-rien, quasi niente! Cos’altro può essere una ‘verità’ irrigidita e resa cadaverica nella fissità di un fatto, di ciò che è effettivamente accaduto e che servirebbe ad inchiodare l’altro alle sue responsabilità – come se non fossimo sempre radicalmente responsabili di tutto ciò che ‘ci succede’! -, dettaglio infinitesimo, particolare a volte infimo e insignificante, ma che assurge al rango di verità indiscussa e inconcussa per noi?

A cosa serve poi la verità accertata? A dimostrare definitivamente che siamo menzogneri, traditori, infedeli, bugiardi, infingardi, ecc. ecc. Come se ci fosse in circolazione qualcuno che va dicendo a tutti la verità! E una volta ‘dimostrato’ tutto ciò che precede, che ne sarà di noi? Dovremo dimetterci? Fare fagotto? Cambiare aria? Sotto tutte le latitudini di pensiero, la verità è risultato.

Una buona manutenzione degli affetti prevede che si mantenga una distanza anche grande all’occorrenza, per consentire all’altro di tradirci più comodamente, se così deve essere! L’amore può anche farsi battagliero – e lo è sempre: la battaglia per il riconoscimento di cui parla Karl Jaspers -, ma ci sono i momenti cruciali della vita in cui è doveroso perdere, lasciar correre, permettere alle cose di seguire il loro corso, perché più chiaro sia poi il nostro significato.

Certo, non sapremo mai cosa pensino gli altri nell’istante in cui ce lo chiediamo. Lacan ha negato anche che ci sia sessualità, cioè vero incontro.

C’è una cosa, però, che potremo impegnarci a fare, una cosa che una volta avviata non dovremmo più smettere di fare insieme: raccontarci la favola reciproca, perché dall’intreccio delle nostre narrazioni emerga un più umano sentire, un ‘semplice’ che sia finalmente lo sguardo pacificato sulle cose, perché la guerra delle passioni – comprese le inquietudini del pensiero – trovino una base su cui riposare e consistere in armonia. Ciò che ci manca, ciò che cerchiamo non è già dato: non sta da nessuna parte. E’ la ragione del nostro cuore che dà senso ai giorni. Alla fine di tutte le nostre ricerche, ciò che resta è la possibilità – tutta da valorizzare! – di stare nella stessa stanza a conversare insieme dell’infinito possibile.

Nel film Il club di Jane Austen – in cui cinque donne e un uomo si incontrano per discutere ogni mese uno dei romanzi della Austen – il personaggio femminile più disincantato rivela, nel corso di una conversazione lungo il mare con un uomo che aspira a ricongiungersi alla donna che ha abbandonato, che la Austen concede sempre all’uomo la possibilità di spiegarsi: si chiudono così tutti i suoi romanzi, con una chiarificazione che va oltre tutte le congiure e i tradimenti.

Una mia alunna scriveva in uno dei suoi temi – ancora ragazzetta del biennio delle superiori -: raggiungere e oltrepassare. Alludeva al fatto che non possiamo cadere nella malinconia del così fu. Se decidiamo noi che il passato sia irredimibile e che i torti che abbiamo subito sono imperdonabili, e imprescrittibili!, vincerà la tristezza del pensiero. Sempre!

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