CAMMINARSI DENTRO (174): Il dolore della mente

*

Domenica, 6 febbraio 2011

Quando riemergiamo dai nostri terrori, per sprofondarvi di nuovo allo scadere delle tregue del Tempo, a poco saranno valsi i balsami iblei, recati da mano accorta e sollecita, se l’assedio di questuanti e postulanti solo per poco allenta la sua presa. Torna a bussare insistente alla porta la nera angoscia con il corteo di mille paure che sopraggiungono da ogni parte, e la mente si dibatte nel tentativo di trovare una via di fuga, uno scampo, oltre la breve tregua del giorno. E’ la notte che porta pavor e angor e tristitia.


Dopo aver trascorso un intero giorno accanto all’esistenza spezzata, cos’è ancora la smania e l’affanno e la voglia di fuggire, dopo anni e anni di ininterrotta vicinanza che preme e abbatte? Forse, il bisogno di qualcosa in più di una tregua breve: distendere la mente, come quando dopo uno sbadiglio le braccia e le gambe cercano uno spazio in più, respirare piano un po’ di felicità, magari abbandonarsi a una risata scomposta che sia concessa da mano amica o dall’amore circospetto e insinuante che tutto vede e tutto sa.

Questo dolore non viene dal petto né dalle viscere lontane. E’ tutto nella mente. Ci assale quando prove e offerte e argomenti si siano rivelati vani. Lo scarto dell’impazienza può tradire un’altra intenzione, magari un bisogno d’amore che non può mai essere dichiarato al mondo che non c’è, perché impegnato in altre cose e in accorte vanificazioni: i piccoli compiti, le distrazioni, i personali affanni. A chi è già sempre indaffarato cosa mai chiederemo per noi, se più e più volte la preghiera e il lamento nulla poterono e ricevemmo in dono l’aspro rimprovero e lo sprone e il pungolo, come se di ostinazione nostra si trattasse e non dell’invidia degli dei, che sempre si riprendono gli scampoli di felicità astutamente concessi, per non far morire la timida speranza che poco osa, poco chiede? Il tempo breve del cielo cede il passo alla dura terra e alla prosa degli astratti doveri che chiamano di nuovo, a ogni piè sospinto.

Quale scienza può giungere in soccorso nella gabbia chiusa, per niente dorata come quella di chi vi si chiude per un neghittoso diniego o per dire così “questo è finalmente mio!” al culmine di altre ostinazioni, quale scienza ha previsto la strada senza uscita e il gorgo muto e le sabbie mobili e il vano errare in cerca di un varco, di una maglia che non tiene?

Questo e altro ancora abbiamo conosciuto e nessuno sa di questo astratto vagare, non più viandanti operosi e meno che mai pellegrini di speranza, solo dura attesa di un tempo che tarda a venire. Le sue luci stanno lì, a portata di mano, sicuramente qualcosa accadrà, ma i dadi della fortuna non sono stati ancora gettati per noi. Oggi è solo aspro e severo no.

*

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.