Roberta De Monticelli, La sapienza del riccio, ovvero al di qua del bene e del male

Martedì 3 maggio 2016

Salotto con Roberta De Monticelli, del 16 febbraio 2016

L’epoca della disperanza, di Fortunato Aprile

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Roberta De Monticelli, Il mondo ha radici di carta e pensieri


Martedì 3 maggio 2016

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Il gioco della vita. Il compito educativo di Gabriele De Ritis


Martedì 3 maggio 2016

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CONVEGNO SCIENTIFICO SUL TEMA Tra Gioco e Azzardo: il piacere, il caso, l’illusione – Sora, 28 aprile 2016 

Il gioco della vita. Il compito educativo, di Gabriele De Ritis

E’ quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo, senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero, se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che movendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo. – Paul Valéry

Abbiamo intitolato il nostro intervento Il gioco della vita perché convinti del fatto che il quotidiano sforzo teso ad attribuire senso a ciò di cui facciamo esperienza altro non è che strategia ludica concepita intorno ad assenza e lontananza, mancanza ed abbandono, lutto e perdita, per fronteggiare le quali abbiamo bisogno dello spazio interiore indispensabile per ‘contenere’ frustrazioni e senso di inadeguatezza e per approntare difese adeguate da sentimenti di abbandono e perdita, ma soprattutto per inventare il fantasma di coloro che ci amano e continuare a credere che ci ameranno ancora.
Tutte le volte che si allontanano da noi le persone che amiamo, in modo più o meno forte riviviamo il sentimento che visse il bambino osservato da Freud che si inventò il gioco del rocchetto per esorcizzare l’assenza della madre. Lanciava sotto un mobile il rocchetto intorno al quale aveva avvolto un filo per farlo riapparire poco dopo; accompagnava i due movimenti con due espressioni vocali – o-o-o e a-a-a – che furono interpretate poi da Freud come equivalenti di Fort (via, lontano, partire) e Da (qui, ecco). Il rocchetto è già simbolo della madre.
Per mezzo del gioco del Fort/Da si tratta di «trasformare ciò che in sé è spiacevole in qualcosa che può essere ricordato e psichicamente elaborato». L’esito di questa elaborazione psichica è esemplare di un lavoro psichico di distacco, ma non bisogna dimenticare che viene ad ultimare tutta l’elaborazione anteriore che ha condotto il bambino ad assicurarsi di un sentimento di consistenza e della continuità del legame, malgrado la discontinuità provocata dalle assenze della madre.
Il gioco è una cosa seria perché, già nel gioco del nipotino osservato da Freud, di cui ci parla nel secondo capitolo di Al di là del principio del piacere (1920) [1977], è in questione la vita stessa, perché dall’esito di quel gioco dipende il nostro accesso all’umano, alla dimensione simbolica del reale – che è conquistata con la rinuncia alla distruzione dell’oggetto attraverso la sua negazione in effigie: è la rinuncia alla soddisfazione immediata della pulsione che fa sorgere il desiderio.
Se sperimentiamo lo smarrimento, lo spaesamento, il disagio e ‘subito dopo’ corriamo a cercare il senso, a restituire senso a ciò che non ne ha più; se l’esperienza del vuoto, conseguente al nichilismo tipico del nostro tempo, ci porta a ritenere che essa debba essere ‘curata’ aiutando i ragazzi che ne cadono preda insegnando loro a ‘riempire il vuoto’, cioè a restituire senso alla loro esistenza, è perché sappiamo bene come la mancanza sia costitutiva del nostro essere, dunque dobbiamo imparare a consistere a partire da essa, senza immaginare scorciatoie o facili ‘sublimazioni’ e idealizzazioni della nostra condizione naturale e storica.
Imparare a vivere è possibile, innanzitutto, riconoscendo come l’esperienza dell’assenza dell’altro costituisca l’entrata inaugurale della morte nella vita. Fin da bambini, di questo facciamo subito esperienza. Il nostro pianto è conseguente a tutti i rimproveri, le separazioni, le assenze, gli ‘abbandoni’.
Il mistero di questa condizione comune è nel fatto che ci ritroviamo a vivere come se non ricordassimo il bene che abbiamo ricevuto. Dunque, non speriamo. Ci convinciamo per un po’ del fatto che la persona amata non tornerà: è come se l’avessimo perduta, anche se è uscita solo per andare a fare la spesa! Noi ‘sappiamo’ che tornerà, ma ci comportiamo come se non dovesse tornare, ‘come se non sapessimo’!
La risoluzione del mistero è tutta nel ‘gioco’ stesso: il nostro errore è nel fatto che ci limitiamo ad elaborare il Fort, trascurando il Da: il bambino di cui ci parla Freud non si limita a lanciare il rocchetto sotto un mobile, per simulare la sua sparizione! Egli non si limita a constatare che la madre si sia allontanata. Fa di più: immagina che possa tornare. La fa tornare. Tira il filo del rocchetto e la fa apparire di nuovo. Giustamente, è stato osservato che la parte più importante del gioco è quest’ultima. La nostra attenzione, allora, per iniziare a definire l’esercizio dell’imparare a vivere, dovrà concentrarsi sulle strategie di apparizione, cioè su tutto ciò che mettiamo in opera per fronteggiare la mancanza, che costituisce la nostra condizione generale, immaginando tutto ciò che si richiede per sopperire ad essa.
Dai modi della risposta alla mancanza e dal loro successo dipende il corso che imprimeremo alla nostra esistenza, la qualità della nostra vita, l’esito del processo di costruzione del nostro carattere, il grado di ‘compiutezza’ della nostra crescita, la possibilità di vivere in armonia con noi stessi oppure no.
Tutti gli ‘aggiustamenti’ che interverranno a correggere il corso delle cose – anche attraverso processi riparativi e ricostruttivi – hanno di mira la marca della mancanza, il significante per eccellenza: il segno della nostra incompiutezza edella nostra finitudine, della nostra infondatezza e del vuoto da cui proveniamo.
Tutte le cure materne, assieme a quelle che interverranno successivamente per farci sentire amati, contribuiranno a colmare il senso della mancanza che non ci abbandonerà mai.

LA FUNZIONE TRANSIZIONALE DELLO SPAZIO EDUCATIVO

Si devono al pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott le nozioni di “oggetto transizionale” e “area transizionale”. L’oggetto transizionale (la pluricitata coperta di Linus) è quell’oggetto che consente al bambino la graduale separazione dalla madre, dando luogo alla paradossale esperienza di sperimentare l’assenza pur mantenendo un senso di continuità. La sua funzione è quella di unire e separare al contempo il bambino e la madre, offrendo un contenimento ai vissuti angosciosi e depressivi che il processo di separazione porta con sé. L’area transizionale è un’area intermedia tra l’individuo e la realtà: non è nel soggetto, ma non coincide nemmeno con la realtà esterna. L’area transizionale, nella sua dimensione illusoria e creativa di simbolizzazione, si configura come spazio del gioco e dell’esperienza culturale.
Proprio a partire dall’analogia tra esperienza ludica ed esperienza formativa, entrambe caratterizzate da una dialettica di finzione e di realtà, Riccardo Massa ha riconosciuto una funzione di natura transizionale all’educazione. Dove per dimensione transizionale “si intende che l’educazione viene a istituire una regione intermedia e mediativa, di contatto e di passaggio tra mondo esterno e vita soggettiva, richieste cognitive e bisogni affettivi, cose reali e immaginario infantile, attraverso modalità di sostituzione simbolica e di sperimentazione operativa” (Massa, 1987, p. 23).
Il concetto di spazio transizionale (nella declinazione di area potenziale) è stato quindi utilizzato come pertinente descrittore dell’area dove ha luogo l’evento formativo a qualsiasi età (Mattana, 1993). Uno “spazio tempo di esitazione”, distinto ma contiguo allo spazio-tempo non formativo. In esso ha luogo una potente trasformazione, ma al suo interno tale trasformazione è protetta e può quindi essere elaborata.
Risulta evidente quanto tale interpretazione dello spazio educativo sia feconda per tentare di illuminare la complessa relazione tra educazione e vita. Non solo, essa si rivela ancor più preziosa laddove l’intervento educativo abbia a che fare con situazioni di crisi e di disagio, in cui la trasformazione necessita l’elaborazione di vissuti angosciosi e terribili, connessi al sentimento della separazione e della perdita.

Elaborazione (da Mario Mapelli, Il dolore che trasforma. Attraversare l’esperienza della perdita e del lutto, Franco Angeli Editore)
Oggi il concetto di elaborazione si è esteso fino a comprendere l’attività psichica nel suo complesso. Essa indica la fatica di assimilazione interna della carica affettiva di un evento o di una rappresentazione in contrapposizione a una risposta di tipo reattivo ed evacuativo verso l’esterno. In questo senso la capacità di pensare i propri pensieri e un’attività riflessiva emotivamente situata sono entrambe esempi di elaborazione.
Fare dell’elaborazione il concetto-chiave in educazione per indicare l’appropriazione soggettiva (significazione) dell’esperienza vuol dire sottolineare alcune caratteristiche già presenti nell’accezione freudiana di Verarbeitung. Innanzitutto l’elaborazione implica una fatica (labor) cognitiva e affettiva che il soggetto deve compiere in proprio.
In questo senso un modello di elaborazione pedagogica dell’esperienza trova senza dubbio la sua più naturale rispondenza operativa in un approccio di tipo laboratoriale, che invita il soggetto ad attivarsi in prima persona.
In secondo luogo, l’elaborazione implica la possibilità di differimento dell’a-zione.
Tradotto in chiave educativa, ciò significa che piuttosto che “far fare delle cose” l’obiettivo deve essere quello di inaugurare tempi e spazi di riflessività sulle cose che si fanno. L’elaborazione ha quindi a che fare con la funzione della memoria e della narrazione ai fini di una presa di coscienza sui propri processi interni. L’elaborazione non può essere ridotta a un’operazione intellettualistica, ma ha a che fare con l’esperienza vissuta. Più che capire si tratta di comprendere, un’azione che coinvolge il soggetto nella sua interezza.
Di qui il valore profondamente trasformativo del processo elaborativo e, quindi, le resistenze al cambiamento che esso attiva. Ecco perché, benché l’elaborazione non possa essere compiuta da altri fuorché dal soggetto stesso, essa abbisogna di una mediazione relazionale e di uno spazio protetto in cui avere luogo.

Locandina

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Il potere della memoria


Martedì 3 maggio 2016

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Il potere della memoria non risiede nella sua capacità di far risorgere una situazione o un sentimento effettivamente esistiti, ma in un atto costitutivo della mente legato al proprio presente e orientato verso il futuro della propria elaborazione. – JACQUES DERRIDA, Memorie per Paul De Man. Saggio sull’autobiografia (1988)

Cadiamo sempre in un errore prospettico di cui non ci rendiamo conto quando ci attardiamo su posizioni sterilmente preoccupate del mero recupero del passato, mentre dovremmo considerare il vero compito di consistere nel presente, il nostro presente, e da lì muovere i nostri passi verso un futuro da costruire come spazio dell’elaborazione dell’esperienza vissuta, luogo di tutti i ‘vissuti’ che affiorano alla coscienza e che reclamano una ulteriorità di senso e spazio nella stessa coscienza, l’istituzione di file di continuità nella trama di sempre nuovi racconti, perché ciò che è stato non precipiti nella malinconia del ‘così fu’: solo ciò che è raccontato prende vita; dare forma alle cose è questo nominare e dare voce a ciò che preme dolorosamente in noi e che ci chiama a sempre nuovi compiti, all’esercizio rinnovato della parola che incanta e commuove il viandante che è in noi. Rimettersi in cammino gioiosamente è la scienza della vita che è vita davvero.

È coraggio di vivere questo congedarsi dalle secche del passato che non passa, per dare nuova voce ad ogni richiamo delle cose che chiedono senso, che si dia senso a tutte le voci che si accampano sulla scena della vita intorno a noi: ad esse corrispondere non è tradire il senso della nostra presenza – quasi un venir meno alla fedeltà alla terra che ci sostiene e che ci nutre -, se il posto che andranno ad occupare in noi quelle voci contribuirà a dare senso alla nostra vita, facendo diventare biografia l’infranto, se chi ci guarda è interessato a raccontarci la favola della nostra vita. È questo corrispondere alle nostre attese che dà senso all’attesa e alla speranza. Avviene, talvolta, che un ascoltante riesca ad essere angelo per noi. Massimo Cacciari ha scritto che «la creatura è in ascolto»: quell’«è» va scritto in corsivo, per significare che non di pochi ascoltanti di professione è il compito di costituire occasione di salvezza per qualcuno. Ad ognuno di noi sia angelo chi gli sta accanto, che sia capace di raccontare a noi quello che siamo stati, perché sia possibile consistere in questo presente e sperare di essere amati ancora.

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Non ci basta primavera?

Martedì 3 maggio 2016

Il chiaro sentore di cose dolci che la stagione porta con sé è l’occasione propizia per restituire voce al bisogno di pace mai sopito, quando gli affanni si siano placati o sia stata concessa dalla vita la tregua invocata. E’ giusto un abbandono alla solitudine e al silenzio della casa. Lontano dal lavoro e dal frastuono della vita con i suoi contrasti è dolce arrendersi alla vittoria del mondo.

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La verità dell’amore è non dirsi tutto

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Lunedì 2 maggio 2016

45anni

Il film 45 anni racconta l’amore con sincerità e delicatezza, di Goffredo Gofi

Recensione su MyMovies

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Ritratto e autoritratto in letteratura

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Domenica 1° maggio 2016

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Ciascuno di noi sa come la ricchezza dei volti che ci circondano tenda a scivolare tra le maglie del linguaggio. Le parole sembrano incapaci di cogliere ciò che rende unico un volto. Eppure accade che, leggendo un romanzo, un racconto o una poesia, s’incontrino personaggi il cui viso, appena evocato, appare più reale delle persone conosciute nella vita di ogni giorno. In che modo le parole fanno vedere la singolarità di un viso? Rispondendo a questo interrogativo, Patrizia Magli percorre l’intreccio di tecniche descrittive che da sempre si sono confrontate nell’impresa di catturarla. Parla delle temerarie astuzie per rappresentare la bellezza più ineffabile, la mostruosità più sconcertante o i moti quasi inavvertibili delle emozioni più segrete. Ma soprattutto rivela in cosa consista il magico potere delle parole quando riescono a mettere “sotto gli occhi” l’invisibile. È quando, tra segni imperfetti o semplici accenni, avviene improvvisa la rivelazione di un volto.

L’autrice: Patrizia Magli, professore di Semiotica all’Università di Bologna e all’Università IUAV di Venezia, si è occupata di varie forme di testualità, dal teatro al design, dalla letteratura all’arte contemporanea.Recensione su Il foglio del 13 aprile 2016

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A proposito di 1° maggio

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Domenica 1° maggio 2016

Per una Cultura del lavoro 

Nei nostri libri di lettura c’era la favola del vecchio che, sul letto di morte, dà ad intendere ai suoi figli che nella sua vigna è nascosto un tesoro. Loro non avevano che da scavare. Scavarono, ma del tesoro nessuna traccia. Quando però giunge l’inverno, la vigna rende come nessun’altra nell’intera regione. I figli allora si rendono conto che il padre aveva lasciato loro un’esperienza: non nell’oro sta la fortuna, ma nell’operosità. 

WALTER BENJAMIN, Esperienza e povertà

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Revenant – Redivivo

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Sabato 30 aprile 2016

The Revenant

Revenant – Redivivo In uscita oggi, su Apple Store

Official Trailer 

“A World Unseen” Documentary | 20th Century Fox 

Soundtrack (Full album 

La storia vera di Hugh Glass

Una storia di sopravvivenza

Ai confini del mondo Inarritu ritrova le proprie convinzioni mascherate sotto la neve. L’essenzialità è una scelta felice, Recensione di Marianna Cappi, per MYmovies

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Dare forma al lavoro educativo

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Venerdì 29 aprile 2016

DARE FORMA AL LAVORO EDUCATIVO

Il setting educativo

Una mappa esperta di tutta l’esperienza educativa personale deve partire necessariamente da qui, cioè dalla considerazione dell’insegnamento a scuola e del lavoro educativo nel Centro di ascolto, ma soprattutto dall’idea che nell’attività educativa ne va anche del soggetto: l’Educatore è il soggetto in questione, giacché l’Educatore definisce – con le scelte che gli sono consentite dalla libertà di insegnamento a scuola e con le prerogative professionali di cui gode ‘nel sociale’ – il campo d’azione, le regole del gioco, l’ambiente con i suoi dispositivi e le prescrizioni per l’azione. Sarà importante, allora, la rappresentazione che egli restituirà del lavoro educativo, l’organizzazione della conoscenza che avrà prodotto, la forma data al lavoro educativo, la categorizzazione delle pratiche educative, perfino la minuta concettualizzazione delle scelte fatte sul campo, i modi di costruzione del proprio ambiente educativo.

Per chi scrive queste note, contribuiscono in modo decisivo a fare ambiente il docente, gli studenti, l’aula, la cattedra, i banchi, la vecchia lavagna. Ogni altra risorsa – a parte il tempo-scuola, il ritmo della didattica, la scansione in unità didattiche della programmazione annuale – incide in modo marginale sul successo dell’azione educativa. L’esperienza accumulata lungo tutta la carriera ci consente di dire che, ad esempio, le tecnologie multimediali non aggiungono molto alla didattica della lingua, all’esercizio della scrittura, alla comprensione dei testi, alla produzione personale di argomentazioni ben fondate da parte degli allievi, alla capacità di fare inferenze nel lavoro critico. 

In un contesto che assegna il ruolo preminente al rapporto frontale con il gruppo-classe e alla relazione educativa con i singoli studenti, chi parla è già ‘istituito’, ‘validato’, riconosciuto per le sue competenze professionali: queste trovano il loro fondamento

  • nello studio personale inteso come formazione permanente e aggiornamento di conoscenze strumenti e metodi da esibire agli allievi all’inizio dell’anno scolastico e poi sempre in itinere, con materiali di studio approntati per loro e con libri e riviste che mostrino i progressi delle conoscenze e l’arricchimento della professionalità, per quanto tutto questo si possa ‘trasmettere’ ai ragazzi;
  • nel ‘superamento’ degli ostacoli frapposti dalla burocrazia attraverso la definizione di un setting educativo tutto incentrato sulla qualità della relazione educativa stabilita con il singolo studente;
  • nell’esercizio della parola, inteso come personale modo di incarnare l’ora di lezione, che si esprime mostrando i contenuti della propria mente, il valore attribuito ai fondamenti della disciplina insegnata, il senso delle opere umane, dei documenti come dei monumenti della cultura.

Lo spazio più interessante, tuttavia, in cui si muove l’Educatore è lo spazio sociale che egli istituisce dal momento in cui prende la parola. In quello spazio subito ‘prende posto’ la parola che definisce lo spazio sociale come spazio educativo. L’educazione si configura, allora, come esercizio di esperienza. L’Educatore si trasforma in validatore dell’esperienza dei ragazzi con il ricorso a costrutti che si presentano subito come Erlebnis ed Erfahrung: esperienza vissuta ed esperienza di viaggio, di cammino.

È nel paradosso costitutivo dell’esperienza educativa che l’Educatore trova il suo Oriente: da una parte l’esperienza è praticabile, osservabile, conoscibile nell’interezza del suo manifestarsi; dall’altra, rinvia all’invisibile della coscienza morale, è soprattutto trascendenza, luogo del non-detto, del mistero, dell’ineffabile… Più che oscillare tra un polo e l’altro, l’Educatore indicherà la natura ‘antinomica’ dell’esperienza, giacché non si tratterà di propendere per uno dei modi in cui ci è dato fare esperienza delle cose e delle persone. La sensibilità personale dello studente si affinerà nel tempo proprio grazie all’assunzione piena dei paradossi dell’esperienza: l’educazione estetica, l’educazione letteraria, l’educazione alla scrittura, l’educazione sentimentale, l’educazione morale passano per questo crocevia culturale. Solo uno sguardo che riesca a tenere insieme apparenza e realtà della persona saprà trascorrere da forma a forma fino ad attingere l’invisibile dell’esperienza dell’altro. 

Il ‘luogo’ della trascendenza del singolo è la sua natura di persona. È trascendenza personale l’invisibile dell’esperienza personale. La realtà della persona e l’apparenza, se pensate insieme, possono essere comprese adeguatamente e ‘attinte’, raggiunte, ‘toccate’ quasi dallo sguardo di chi sia capace di seconda vista, cioè allenato ad andare oltre l’apparenza, che non si rivelerà mai fonte di inganno, se tenuta sempre insieme alla realtà della persona, a quell’invisibile dell’esperienza personale che ci viene restituita da sguardo, voce, volto, atti del singolo. Accurata empatia e colloquio di motivazione faranno il resto.

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In un Centro di ascolto che intervenga nel campo di tutte le dipendenze, oltre alle figure dei terapeuti e  dei curatori di problemi giuridici ed economici, spiccano gli Educatori, che si definiscono come figure professionali che operano nel campo sociale, che sono impegnati nel lavoro sociale: il campo dell’azione educativa è sociale, non psicologico; l’attività educativa si avvale di tutte le conoscenze di tipo psicologico psicoanalitico psichiatrico che l’Educatore riesce ad acquisire per dare fondamento sicuro al lavoro educativo, ma il baricentro della sua azione è sociale, giacché pertiene alle relazioni sociali non alle dinamiche profonde della persona che sono di competenza esclusiva dei terapeuti di tutte le scuole: la relazione terapeutica e la relazione educativa sono stabilite dagli Operatori diversi che intervengono nella relazione d’aiuto con modalità diverse. Sarà opportuno, a questo riguardo, distinguere tra setting clinico e setting educativo. Se a tutti è noto il primo, risulterà non del tutto chiara la natura del secondo. Se è più evidente il carattere della relazione educativa a scuola, andrà meglio definita la natura delle relazioni che si stabiliscono con la relazione d’aiuto.

Risorse:

Setting

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Il gioco della vita

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Aσκήσεις : Strategie di apparizione

Il potere della memoria non risiede nella sua capacità di far risorgere una situazione o un sentimento effettivamente esistiti, ma in un atto costitutivo della mente legato al proprio presente e orientato verso il futuro della propria elaborazione. – JACQUES DERRIDA, Memorie per Paul De Man. Saggio sull’autobiografia (1988)

Lunedì 2 novembre 2015 – Degli Esercizi spirituali tipici della cultura pagana, scoperti da Pierre Hadot, Imparare a vivere sembra il più scontato, ma anche il più complesso da ‘costruire’. Per lungo tempo, ho ricondotto la meditatio mortis foscoliana – la meditazione sulla morte del carme Dei Sepolcri – a meditatio vitae (meditazione sulla vita), forte dell’insegnamento di tanta critica letteraria e delle fonti rappresentate dalla sapienza greca e romana. ‘Imparare a morire’ per ‘imparare a vivere’. Eppure, a quest’ultimo Esercizio andrà riservato un suo spazio specifico. Lo stesso Hadot lo fa quando scrive Ricordati di vivere, dedicato agli Esercizi spirituali cari a Goethe: la presenza, vedere le cose dall’alto, la speranza.

Dalla mia esperienza più che trentennale di insegnante ho ricavato il compito dell’educazione dei sentimenti a cui mi sono sempre dedicato con l’aiuto della Letteratura e della Filosofia. Al centro della mia attenzione avevo messo la malinconia d’amore, perché convinto della necessità di far conoscere ai ragazzi, all’altezza del terzo anno di Liceo, con Petrarca, l’importanza di quel sentimento. Già allora proponevo lontananza, assenza, mancanza, abbandono, perdita come termini chiave di un discorso da costruire con anni di studio, di riflessione, di meditazione sulla vita della propria coscienza. Ero convinto del fatto che «la realtà si comprende a partire dai suoi estremi» (S.Kracauer), dunque l’esperienza del dolore ci avrebbe consentito di realizzare il governo dei nostri sentimenti (M.Foucault). Tra purificazione dell’anima dalle emozioni e purificazione delle emozioni, ho sempre ritenuto che si dovesse seguire la seconda via, come poi hanno confermato gli studi che hanno messo in discussione «l’errore di Cartesio» (A.Damasio) – cioè la separazione della ragione dal senso – e tutte le filosofie che oggi non separano il sentire dal pensare. Di qui, la necessità di una conversio, di una conversione dello sguardo verso la propria interiorità, là dove avremmo trovato la verità.

Il primo compito grande che ci attende è imparare a vivere, imparando a dare senso alle cose, perché non ne hanno uno o tendono a precipitare nel non senso, nell’insensatezza, nell’inumano, se lasciamo che prevalgano le ragioni delle cose sulle ragioni dell’umano che è in noi.
Nel Trattato di semiotica generale (1975), Umberto Eco in apertura definisce i caratteri della cultura, distinguendo tra processi di significazione e processi di comunicazione. In quegli anni, avevo acquisito l’idea che l’uomo, oltre la sua natura di animale politico, cioè sociale (Aristotele), oltre la sua natura di animale razionale (Cartesio), può essere meglio definito come animal symbolicum, animale simbolico, cioè capace di produrre linguaggi. Dunque, la Sinngebung – l’attribuzione di senso – prima di tutto. Si potrebbe dire che questa sia la nostra attività più importante.

Se sperimentiamo lo smarrimento, lo spaesamento, il disagio e ‘subito dopo’ corriamo a cercare il senso, a restituire senso a ciò che non ne ha più; se l’esperienza del vuoto, conseguente al nichilismo tipico del nostro tempo, ci porta a ritenere che essa debba essere ‘curata’ aiutando i ragazzi che ne cadono preda insegnando loro a ‘riempire il vuoto’, cioè a restituire senso alla loro esistenza, è perché sappiamo bene come la mancanza sia costitutiva del nostro essere, dunque dobbiamo imparare a consistere a partire da essa, senza immaginare scorciatoie o facili ‘sublimazioni’ e idealizzazioni della nostra condizione naturale e storica.
Imparare a vivere è possibile, innanzitutto, riconoscendo come l’esperienza dell’assenza dell’altro costituisca l’entrata inaugurale della morte nella vita. Fin da bambini, di questo facciamo subito esperienza. Il nostro pianto è conseguente a tutti i rimproveri, le separazioni, le assenze, gli ‘abbandoni’.

Il primo documento scientifico di questa esperienza precoce è in una pagina di Freud nota come il gioco del rocchetto.
Sul gioco del rocchetto, riferito da Freud, è stato detto a sufficienza. Recentemente, i lacaniani sono tornati a scrivere, sottolineando, tra le altre cose, l’importanza della seconda parte del ‘gioco’: le strategie adottate dal bambino per esorcizzare l’assenza della madre, con il ricorso alla produzione di adeguati fantasmi della mente.
D’altra parte, non è la strada che dobbiamo percorrere tutti infinite volte nel corso della nostra vita, quando ci ritroviamo a sperimentare lontananza, assenza, mancanza, abbandono, perdita? Tra lutto e malinconia non si gioca una parte grande della nostra vita? Dal semplice fatto che una persona a noi cara si allontani per un po’, fino all’esperienza della sua morte, noi passiamo attraverso infiniti gradi di ‘abbandono’, che sono vissuti tutti da noi allo stesso modo, se non sappiamo come esorcizzare la lontananza, perché ogni volta vorremmo rimproverare l’altro della mancanza che ci viene ‘imposta’. Ciò che è comune a tutti e ricorrente ci risulta esclusivo – accade solo a noi – e definitivo – temiamo di essere stati abbandonati. Quell’assenza ci fa sentire veramente soli, privi di un bene essenziale. Solo noi sappiamo quanto grande sia la pena in cui precipitiamo, che potrà sembrare anche piccola ad altri, ma per noi è ferita che sanguina. È stata chiamata “la ferita dei non amati”. È un giacere sconfitti nell’attesa.

Il mistero di questa condizione comune è nel fatto che ci ritroviamo a vivere come se non ricordassimo il bene che abbiamo ricevuto. Dunque, non speriamo. Ci convinciamo per un po’ del fatto che la persona amata non tornerà: è come se l’avessimo perduta, anche se è uscita solo per andare a fare la spesa! Noi ‘sappiamo’ che tornerà, ma ci comportiamo come se non dovesse tornare, ‘come se non sapessimo’!

La risoluzione del mistero è tutta nel ‘gioco’ stesso: il nostro errore è nel fatto che ci limitiamo ad elaborare il Fort, trascurando il Da: il bambino di cui ci parla Freud non si limita a lanciare il rocchetto sotto un mobile, per simulare la sua sparizione! Egli non si limita a constatare che la madre si sia allontanata. Fa di più: immagina che possa tornare. La fa tornare. Tira il filo del rocchetto e la fa apparire di nuovo. Giustamente, è stato osservato che la parte più importante del gioco è quest’ultima. La nostra attenzione, allora, per iniziare a definire l’esercizio dell’imparare a vivere, dovrà concentrarsi sulle strategie di apparizione, cioè su tutto ciò che mettiamo in opera per fronteggiare la mancanza, che costituisce la nostra condizione generale, immaginando tutto ciò che si richiede per sopperire ad essa.
Dai modi della risposta alla mancanza e dal loro successo dipende il corso che imprimeremo alla nostra esistenza, la qualità della nostra vita, l’esito del processo di costruzione del nostro carattere, il grado di ‘compiutezza’ della nostra crescita, la possibilità di vivere in armonia con noi stessi oppure no.
Tutti gli ‘aggiustamenti’ che interverranno a correggere il corso delle cose – anche attraverso processi riparativi e ricostruttivi – hanno di mira la marca della mancanza, il significante per eccellenza: il segno della nostra incompiutezza e della nostra finitudine, della nostra infondatezza e del vuoto da cui proveniamo.
Tutte le cure materne, assieme a quelle che interverranno successivamente per farci sentire amati, contribuiranno a colmare il senso della mancanza che non ci abbandonerà mai.

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Ασκήσεις è parola greca (è il plurale di Àσκησις), che sta per esercizi spirituali. La preferiamo al più chiaro ‘esercizi spirituali‘ di Hadot, perché ci consente di ‘risalire’ alla fase precristiana della nostra civiltà morale. Non per opporre una tradizione all’altra o per esprimere una preferenza ‘laica’ da anteporre allo spirito cristiano… Piuttosto, per una ragione terminologica.
Esercizi. Semplicemente, esercizi che vedranno impegnata sicuramente la parte immateriale della nostra esperienza, ma nondimeno graveranno, accanto alla presenza di atteggiamenti emozioni sentimenti passioni, gli stati di corpo, le pratiche a cui ci sottoporremo per entrare nella nuova condizione che ci aspetta.
Dovremo prepararci a vivere in condizioni di precarietà e insicurezza, pur possedendo i beni accumulati nella fase precedente. Non è detto che vivremo male. Dovremo, sicuramente, convivere con tanti giovani senza prospettive certe di vita, in un mondo che non sarà più quello di prima. Chi ha avvertito per tempo i cambiamenti in atto si sta preparando. Molti sono già pronti.
L’esperienza sta subendo una torsione ‘restrittiva’, a causa degli sconvolgimenti economici che investono Cosmopolis. Bisogna registrare i cambiamenti che intervengono nel mondo-della-vita in seguito all’austerità obbligata che ci ritroviamo a vivere. Non rinunceremo solo al superfluo. Saranno intaccati stili di vita ‘da sempre’ improntati a dissipazione e consumo.
C’è forse speranza che tornino i volti, quando avremo ‘archiviato’ la civiltà malata dell’usa e getta?
Il termine Ασκήσεις contiene anche una preziosa sfumatura ‘ascetica’, un’allusione a ‘rinuncia’ che non abbandoneremo mai. Chi scrive queste note ‘proviene’ da un’educazione interamente improntata a sacrificio e rinuncia. Occorre verificare quanto resti di quella tradizione e se non stia giungendo il tempo in cui sacrifici e rinunce acquisteranno un senso nuovo, nel fuoco della moralità privata.

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Sigmund Freud, Al di là del principio del piacere, in Opere vol.9, Boringhieri, Torino, p. 200-202

«… ho sfruttato un’occasione che mi si è offerta per chiarire il significato del primo giuoco che un bambino di un anno e mezzo si è inventato da sé. Si è trattato di qualcosa di più di una fuggevole osservazione, perché sono vissuto per alcune settimane sotto lo stesso tetto del bambino e dei suoi genitori, ed è passato un certo tempo prima che riuscissi a scoprire il significato della misteriosa attività che egli ripeteva continuamente. Lo sviluppo intellettuale del bambino non era affatto precoce; a un anno e mezzo sapeva pronunciare solo poche parole comprensibili e disponeva inoltre di parecchi suoni il cui significato veniva compreso dalle persone che vivevano intorno a lui. In ogni modo era in buoni rapporti con i genitori e con la loro unica domestica, ed era elogiato per il suo “buon” carattere. Non disturbava i genitori di notte, ubbidiva coscienziosamente agli ordini di non toccare certi oggetti e non andare in certe stanze, e, soprattutto, non piangeva mai quando la mamma lo lasciava per alcune ore, sebbene fosse teneramente attaccato a questa madre che non solo lo aveva allattato di persona, ma lo aveva allevato e accudito senza alcun aiuto esterno. Ora questo bravo bambino aveva l’abitudine – che talvolta disturbava le persone che lo circondavano – di scaraventare lontano da sé in un angolo della stanza, sotto un letto o altrove, tutti i piccoli oggetti di cui riusciva a impadronirsi, talché cercare i suoi giocattoli e raccoglierli era talvolta un’impresa tutt’altro che facile. Nel fare questo emetteva un “o-o-o” forte e prolungato, accompagnato da un’espressione di interesse e soddisfazione; secondo il giudizio della madre, con il quale concordo, questo suono non era un’interiezione, ma significava “fort” [“via”]. Finalmente mi accorsi che questo era un giuoco, e che il bambino usava tutti i suoi giocattoli solo per giocare a “gettarli via”. Un giorno feci un’osservazione che confermò la mia ipotesi. Il bambino aveva un rocchetto di legno intorno a cui era avvolto un filo. Non gli venne mai in mente di tirarselo dietro per terra, per esempio, e di giocarci come se fosse una carrozza; tenendo il filo a cui era attaccato, gettava invece con grande abilità il rocchetto oltre la cortina del suo lettino in modo da farlo sparire, pronunciando al tempo stesso il suo espressivo “o-o-o-“; poi tirava nuovamente il rocchetto fuori dal letto, e salutava la sua ricomparsa con un allegro “da” [“qui”]. Questo era dunque il giuoco completo – sparizione e riapparizione – del quale era dato assistere di norma solo al primo atto, ripetuto instancabilmente come giuoco a se stante, anche se il piacere maggiore era legato indubbiamente al secondo atto1. L’interpretazione del giuoco divenne dunque ovvia. Era in rapporto con il grande risultato di civiltà raggiunto dal bambino, e cioè con la rinuncia pulsionale (rinuncia al soddisfacimento pulsionale) che consisteva nel permettere senza proteste che la madre se ne andasse. Il bambino si risarciva, per così dire, di questa rinuncia, inscenando l’atto stesso dello scomparir e del riapparire avvalendosi degli oggetti che riusciva a raggiungere. È ovvio che per dare una valutazione del significato affettivo di questo giuoco non ha importanza sapere se il bambino lo aveva inventato da sé o se esso gli era stato suggerito da altri. Il nostro interesse è diretto ad un altro punto. È impossibile che l’andar via della madre riuscisse gradevole, o anche soltanto indifferente al bambino. Come può dunque accordarsi col principio di piacere la ripetizione sotto forma di giuoco di questa penosa esperienza? Forse si risponderà che l’andarsene doveva essere necessariamente rappresentato, come condizione che prelude alla piacevole ricomparsa, e che in quest’ultima risiedeva il vero scopo del giuoco. Ma questa interpretazione sarebbe contraddetta dall’osservazione che il primo atto, l’andarsene, era inscenato come giuoco a sé stante, e anzi si verificava incomparabilmente più spesso che non la rappresentazione completa, con il suo piacevole finale. L’analisi di un caso singolo come questo non permette di formulare un giudizio sicuro e definitivo; se si considera la cosa in modo imparziale, si ha l’impressione che il bambino avesse trasformato questa esperienza in un giuoco per un altro motivo. All’inizio era stato passivo, aveva subito l’esperienza; ora invece, ripetendo l’esperienza, che pure era stata spiacevole, sotto forma di giuoco, il bambino assumeva la parte attiva. Questi sforzi potrebbero essere ricondotti a una pulsione di appropriazione che si rende indipendente dal fatto che il ricordo in sé sia piacevole o meno. Ma si può anche tentare un’interpretazione diversa. L’atto di gettare via l’oggetto, in modo da farlo sparire, potrebbe costituire il soddisfacimento di un impulso che il bambino ha represso nella vita reale, l’impulso di vendicarsi della madre che se n’è andata; in questo caso avrebbe il senso di una sfida: “Benissimo, vattene pure, non ho bisogno di te, sono io che ti mando via”.

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Il potere della memoria

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Il potere della memoria non risiede nella sua capacità di far risorgere una situazione o un sentimento effettivamente esistiti, ma in un atto costitutivo della mente legato al proprio presente e orientato verso il futuro della propria elaborazione. – JACQUES DERRIDA, Memorie per Paul De Man. Saggio sull’autobiografia (1988)

Abbiamo intitolato il nostro intervento Il gioco della vita perché convinti del fatto che il quotidiano sforzo teso ad attribuire senso a ciò di cui facciamo esperienza altro non è che strategia ludica concepita intorno ad assenza e lontananza, mancanza ed abbandono, lutto e perdita, per fronteggiare le quali abbiamo bisogno dello spazio interiore indispensabile per ‘contenere’ frustrazioni e senso di inadeguatezza e per approntare difese adeguate da sentimenti di abbandono e perdita, ma soprattutto per inventare il fantasma di coloro che ci amano e continuare a credere che ci ameranno ancora.
Tutte le volte che si allontanano da noi le persone che amiamo, in modo più o meno forte riviviamo il sentimento che visse il bambino osservato da Freud che si inventò il gioco del rocchetto per esorcizzare l’assenza della madre. Lanciava sotto un mobile il rocchetto intorno al quale aveva avvolto un filo per farlo riapparire poco dopo; accompagnava i due movimenti con due espressioni vocali – o-o-o e a-a-a – che furono interpretate poi da Freud come equivalenti di Fort (via, lontano, partire) e Da (qui, ecco). Il rocchetto è già simbolo della madre.
Per mezzo del gioco del Fort/Da si tratta di «trasformare ciò che in sé è spiacevole in qualcosa che può essere ricordato e psichicamente elaborato». L’esito di questa elaborazione psichica è esemplare di un lavoro psichico di distacco, ma non bisogna dimenticare che viene ad ultimare tutta l’elaborazione anteriore che ha condotto il bambino ad assicurarsi di un sentimento di consistenza e della continuità del legame, malgrado la discontinuità provocata dalle assenze della madre.

Il gioco è una cosa seria perché, già nel gioco del nipotino osservato da Freud, di cui ci parla nel secondo capitolo di Al di là del principio del piacere (1920) [1977], è in questione la vita stessa, perché dall’esito di quel gioco dipende il nostro accesso all’umano, alla dimensione simbolica del reale – che è conquistata con la rinuncia alla distruzione dell’oggetto attraverso la sua negazione in effigie: è la rinuncia alla soddisfazione immediata della pulsione che fa sorgere il desiderio.
Se sperimentiamo lo smarrimento, lo spaesamento, il disagio e ‘subito dopo’ corriamo a cercare il senso, a restituire senso a ciò che non ne ha più; se l’esperienza del vuoto, conseguente al nichilismo tipico del nostro tempo, ci porta a ritenere che essa debba essere ‘curata’ aiutando i ragazzi che ne cadono preda insegnando loro a ‘riempire il vuoto’, cioè a restituire senso alla loro esistenza, è perché sappiamo bene come la mancanza sia costitutiva del nostro essere, dunque dobbiamo imparare a consistere a partire da essa, senza immaginare scorciatoie o facili ‘sublimazioni’ e idealizzazioni della nostra condizione naturale e storica.
Imparare a vivere è possibile, innanzitutto, riconoscendo come l’esperienza dell’assenza dell’altro costituisca l’entrata inaugurale della morte nella vita. Fin da bambini, di questo facciamo subito esperienza. Il nostro pianto è conseguente a tutti i rimproveri, le separazioni, le assenze, gli ‘abbandoni’.

Il mistero di questa condizione comune è nel fatto che ci ritroviamo a vivere come se non ricordassimo il bene che abbiamo ricevuto. Dunque, non speriamo. Ci convinciamo per un po’ del fatto che la persona amata non tornerà: è come se l’avessimo perduta, anche se è uscita solo per andare a fare la spesa! Noi ‘sappiamo’ che tornerà, ma ci comportiamo come se non dovesse tornare, ‘come se non sapessimo’!
La risoluzione del mistero è tutta nel ‘gioco’ stesso: il nostro errore è nel fatto che ci limitiamo ad elaborare il Fort, trascurando il Da: il bambino di cui ci parla Freud non si limita a lanciare il rocchetto sotto un mobile, per simulare la sua sparizione! Egli non si limita a constatare che la madre si sia allontanata. Fa di più: immagina che possa tornare. La fa tornare. Tira il filo del rocchetto e la fa apparire di nuovo. Giustamente, è stato osservato che la parte più importante del gioco è quest’ultima. La nostra attenzione, allora, per iniziare a definire l’esercizio dell’imparare a vivere, dovrà concentrarsi sulle strategie di apparizione, cioè su tutto ciò che mettiamo in opera per fronteggiare la mancanza, che costituisce la nostra condizione generale, immaginando tutto ciò che si richiede per sopperire ad essa.
Dai modi della risposta alla mancanza e dal loro successo dipende il corso che imprimeremo alla nostra esistenza, la qualità della nostra vita, l’esito del processo di costruzione del nostro carattere, il grado di ‘compiutezza’ della nostra crescita, la possibilità di vivere in armonia con noi stessi oppure no.
Tutti gli ‘aggiustamenti’ che interverranno a correggere il corso delle cose – anche attraverso processi riparativi e ricostruttivi – hanno di mira la marca della mancanza, il significante per eccellenza: il segno della nostra incompiutezza e della nostra finitudine, della nostra infondatezza e del vuoto da cui proveniamo.
Tutte le cure materne, assieme a quelle che interverranno successivamente per farci sentire amati, contribuiranno a colmare il senso della mancanza che non ci abbandonerà mai.

LA FUNZIONE TRANSIZIONALE DELLO SPAZIO EDUCATIVO

Si devono al pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott le nozioni di “oggetto transizionale” e “area transizionale”. L’oggetto transizionale (la pluricitata coperta di Linus) è quell’oggetto che consente al bambino la graduale separazione dalla madre, dando luogo alla paradossale esperienza di sperimentare l’assenza pur mantenendo un senso di continuità. La sua funzione è quella di unire e separare al contempo il bambino e la madre, offrendo un contenimento ai vissuti angosciosi e depressivi che il processo di separazione porta con sé. L’area transizionale è un’area intermedia tra l’individuo e la realtà: non è nel soggetto, ma non coincide nemmeno con la realtà esterna. L’area transizionale, nella sua dimensione illusoria e creativa di simbolizzazione, si configura come spazio del gioco e dell’esperienza culturale.
Proprio a partire dall’analogia tra esperienza ludica ed esperienza formativa, entrambe caratterizzate da una dialettica di finzione e di realtà, Riccardo Massa ha riconosciuto una funzione di natura transizionale all’educazione. Dove per dimensione transizionale “si intende che l’educazione viene a istituire una regione intermedia e mediativa, di contatto e di passaggio tra mondo esterno e vita soggettiva, richieste cognitive e bisogni affettivi, cose reali e immaginario infantile, attraverso modalità di sostituzione simbolica e di sperimentazione operativa” (Massa, 1987, p. 23).
Il concetto di spazio transizionale (nella declinazione di area potenziale) è stato quindi utilizzato come pertinente descrittore dell’area dove ha luogo l’evento formativo a qualsiasi età (Mattana, 1993). Uno “spazio tempo di esitazione”, distinto ma contiguo allo spazio-tempo non formativo. In esso ha luogo una potente trasformazione, ma al suo interno tale trasformazione è protetta e può quindi essere elaborata.
Risulta evidente quanto tale interpretazione dello spazio educativo sia feconda per tentare di illuminare la complessa relazione tra educazione e vita. Non solo, essa si rivela ancor più preziosa laddove l’intervento educativo abbia a che fare con situazioni di crisi e di disagio, in cui la trasformazione necessita l’elaborazione di vissuti angosciosi e terribili, connessi al sentimento della separazione e della perdita.

Elaborazione
( da Mario Mapelli, Il dolore che trasforma.
Attraversare l’esperienza della perdita e del lutto, Franco Angeli Editore )

Oggi il concetto di elaborazione si è esteso fino a comprendere l’attività psi-chica nel suo complesso. Essa indica la fatica di assimilazione interna della carica affettiva di un evento o di una rappresentazione in contrapposizione a una risposta di tipo reattivo ed evacuativo verso l’esterno. In questo senso la capacità di pensare i propri pensieri e un’attività riflessiva emotivamente situata sono entrambe esempi di elaborazione.
Fare dell’elaborazione il concetto-chiave in educazione per indicare l’appropriazione soggettiva (significazione) dell’esperienza vuol dire sottolineare alcune caratteristiche già presenti nell’accezione freudiana di Verarbeitung. Innanzitutto l’elaborazione implica una fatica (labor) cognitiva e affettiva che il soggetto deve compiere in proprio.
In questo senso un modello di elaborazione pedagogica dell’esperienza trova senza dubbio la sua più naturale rispondenza operativa in un approccio di tipo laboratoriale, che invita il soggetto ad attivarsi in prima persona.
In secondo luogo, l’elaborazione implica la possibilità di differimento dell’a-zione.
Tradotto in chiave educativa, ciò significa che piuttosto che “far fare delle cose” l’obiettivo deve essere quello di inaugurare tempi e spazi di riflessività sulle cose che si fanno. L’elaborazione ha quindi a che fare con la funzione della memoria e della narrazione ai fini di una presa di coscienza sui propri processi interni. L’elaborazione non può essere ridotta a un’operazione intellettualistica, ma ha a che fare con l’esperienza vissuta. Più che capire si tratta di comprendere, un’azione che coinvolge il soggetto nella sua interezza.
Di qui il valore profondamente trasformativo del processo elaborativo e, quindi, le resistenze al cambiamento che esso attiva. Ecco perché, benché l’elaborazione non possa essere compiuta da altri fuorché dal soggetto stesso, essa abbisogna di una mediazione relazionale e di uno spazio protetto in cui avere luogo.

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Un amore che non accetti l’ingiustizia

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Giovedì 11 giugno 2015

DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE : Un amore che non accetti l’ingiustizia

Bisognerebbe dire no a tutti gli amori che tollerano tutto, perfino l’ingiustizia. La distrazione e la disattenzione e l’impazienza e lo scarto improvviso che conduce ai silenzi per niente sovrumani, piuttosto equivoci e vili. Le vane attese, come pure i silenzi interessati e il vuoto scambiato per mistero e fascino. Bisognerebbe accusare il mistero di sottrarre a noi l’incanto della parola che salva, perché pellegrina di pace. Lo sguardo per niente indagatore di chi non vede il nostro bisogno d’amore. E giustizia è salvare ogni cosa, anche i grumi più piccoli di dolore. A tutto essere sensibili. Tutto perdonare. Tutto comprendere. Tutto accettare. In nome di una giustizia che non abbia bisogno di sforzarsi di comprendere, che tutto sappia prevedere e accettare, che non debba fare fatica a perdonare malintesi ed equivoci, fraintendimenti e involontarie ambiguità. Di questo amore si dirà che è pronto a tollerare l’impuro, a trovare sempre la via che conduce al cuore delle cose, là dove la luce è fioca, fin troppo scarsa. Nella penombra della vita schiva, del rossore improvviso, dell’esitazione, degli scarti inattesi. Negli ansiti brevi e nelle pause del cuore, nello stupore e nel terrore. Essere raggiunti proprio là dove si annida il timore di non essere trovati è divino. È tutto quello che si chiede alla vita. Non dover mai sperimentare il silenzio di chi non abbia nulla da dirci. «… Dalla  polvere io innalzo una voce di protesta: voi non vedeste il mio lato in fiore!» lamenta il personaggio di Edgar Lee Masters contro la superficie del mondo. Quest’ultima, separata da ciò che è più proprio della vita di un uomo o di una donna, è solo vuoto simulacro, mai abitato prima d’ora. È comprensibile poi che si trovi deludente la risposta che verrà. Bisogna tenere insieme le opposte polarità, praticare l’idea che la verità tollera la contraddizione, saper custodire nel fondo dell’anima i materiali di scarto che sono stati utilizzati ed ogni palpito ed anelito. Questo è giusto come il pane.

Questa fame di giustizia potrebbe essere riconosciuta facilmente in ogni umano, se non ci fosse velo sugli occhi e la coscienza non si facesse vischiosa in chi continua a pensarsi amante e umano, magari compassionevole e solidale con il dolore altrui. Ad un mondo che si è abituato a non chiedere amore, perché preferisce l’apatia dei sensi e l’aridità del cuore, pur non di non patire la ferita che sanguina, non sapremmo cosa dire nella notte dei sensi, se non di fare luce sul deserto che avanza e che non educa ad altre trascendenze. A che vale averlo attraversato, infatti, e magari essere rimasti a lungo a fare esercizi, se poi non si nasce a nuova vita, inchinandosi dinanzi al piccolo che nulla chiede, se non di essere notato e nominato? È facile trascurare i grumi, magari facendosi prendere dal bagliore delle cose grandi, come se la vita fosse solo spostare macigni più in là! Meglio fermarsi a chiedersi la ragione dei massi e di tutto il resto, per non correre il rischio di non vedere i piccoli grumi fatti di inerzie e mancanze, mugugni e recriminazioni, di tutto l’Inconfessabile e non-detto e implicito e presupposto, dei rimproveri e degli sberleffi della fortuna, soprattutto nei momenti in cui la vita ci prende in giro.

Ci vorrebbe un’altra voce per riuscire a dire dove ci troviamo, e la risposta non è: qui. Solo una mente ospitale, disposta a custodire tutto l’inespresso e l’implicito e il presupposto che ci precede, potrà accedere all’Inconfessabile che ci rende introvabili. Solo occhi di seconda vista potranno gettare uno sguardo sul viandante che noi siamo, senza pretendere che sia lui a dire la meta che lo guida e la patria che si lasciò alle spalle e le ragioni dell’andare. Come i vecchi situazionisti del secolo scorso, siamo scettici sulle mete e le patrie e le ragioni dell’andare. Preferiremmo condividere i sensi del nostro consistere con un altro viandante, a sua volta impegnato a professare una filosofia del mattino, la fedeltà alla terra, il congedo da chi tutto sa e tutto può e non ha mai tempo per chinarsi sui grumi del nostro dolore per sollevarsi fino a noi.

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L’evidenza specifica dell’amore

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Lunedì 16 febbraio 2015

DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE : L’evidenza specifica dell’amore

Bisognerebbe dare maggior credito all’amore e abbandonarsi ad ogni idillio che si presenti a noi, per tastare i polsi alla vita e sincerarsi delle intenzioni della passante che si rivolge a noi. L’incanto di uno sguardo che cerca noi e che ci dà senz’altro la nozione di un vivo interesse per noi va sostenuto, per non ritrovarsi sempre a sognare l’amore perfetto che si incarna in un cuore pensante che sa di noi, che tutto avverte e che riesce ad anticipare i nostri desideri, mentre siamo costretti a chiedere chiedere chiedere.

L’amore non dovrebbe aver bisogno di chiedere alcunché. E’ tacita intesa, ma soprattutto grazia, arrendevolezza della fantasia. Ho sempre pensato che, al di là delle teorie paludate dell’arte, la bellezza sia qualcosa che viene verso di me, qualcosa di cui mi è dato fare esperienza, che si perpetua dentro la mia esperienza. Altrimenti, è solo pallida emozione estetica. L’educazione estetica ci spinge a fruire di opere che non sono state concepite per noi. E ne sentiamo il valore, la grandezza. Proviamo il piacere estetico… Il segreto dell’arte, come ci ha insegnato Roland Barthes, non è qualcosa di nascosto da carpire all’opera. Il segreto è vivere con Emily, con Virginia…
Quello che sconvolge la nostra vita, allo stesso modo, è la bellezza vivente. Ricordo ancora la professoressa di Storia dell’arte di Liceo. Era così dolorosamente bella in tutte le sue manifestazioni che dicevamo tutti di lei che era un’opera d’arte. Lei era la vera opera d’arte, per noi! L’amavamo tutti, maschi e femmine. Scoprimmo con lei il tremendo della bellezza al suo inizio. Ci spaventava.

L’amore dovrebbe essere così. Una tragica adorazione del bello che sta lì per noi, che parla a noi, che ci riconosce, che dà voce ai nostri pensieri nascosti, che ci corrisponde sempre, che non si stanca di noi. Lontano e irraggiungibile, come ogni persona che non si lasci stropicciare da noi, ma disponibile, disposta a procedere verso di noi, promessa mantenuta e sempre tacitamente rinnovata. E’ il fare anima.

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Io so chi è lei

Domenica 15 febbraio 2015

DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE : La conoscenza morale

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Io so chi è leiCesare Pavese è convinto che «Amore è desiderio di conoscenza». Max Scheler in Amore e conoscenza (1915) riporta quanto Goethe scriveva negli anni giovanili: «Non si impara a conoscere se non ciò che si ama, e quanto più profonda e completa ha da essere la conoscenza, tanto più forte, potente e vivo deve essere l’amore, anzi la passione» e quanto aveva scritto Leonardo da Vinci: «Ogni grande amore è figlio di una grande conoscenza». 

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